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Parla come Dante

Dante, il significato del verso “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”

In occasione del mese dedicato a Dante, analizziamo con lo scrittore Dario Pisano l'origine e il significato dei versi della Divina Commedia.

“Amor che a nullo amato amar perdona” è un celebre verso della Divina Commedia di Dante contenuto nel quinto canto dell’ Inferno. Il testo della canzone Serenata rap di Jovanotti riserva delle sorprese al cultore di memorie dantesche:

Amor che a nullo amato amar perdona porco cane
Lo scriverò sui muri e sulle metropolitane

Qualche anno prima, un altro cantautore romano, Antonello Venditti, aveva reimpiegato il medesimo verso dantesco all’interno di una delle sue canzoni più famose, Ci vorrebbe un amico

E se amor che a nulla ho amato,
Amore, amore mio perdona
In questa notte fredda
Mi basta una parola

Questo fenomeno si chiama intertestualità (una parola che designa la famiglia di rapporti – di varia natura – che un testo intrattiene con quelli della tradizione letteraria anteriore o coeva).

Sia Venditti sia Jovanotti nelle loro rispettive canzoni hanno citato uno dei versi più celebri della Commedia dantesca, prelevato dal quinto canto dell’ Inferno ( vv. 103 – 105 ):

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Il canto di Paolo e Francesca

Dopo la sosta nell’ anti-Inferno e nel Limbo, l’autore narra – nel quinto canto – l’ingresso nell’Inferno vero e proprio. Le prime anime dannate che incontra sono quelle dei lussuriosi, le quali – nel corso dell’esistenza terrena – hanno sottomesso la ragione, la scintilla di divinità che alberga dentro di noi, all’istinto.

Queste anime, travolte in vita dal vento turbinoso delle passioni, sono ora per l’eternità – secondo la regola del contrapasso – travolte e percosse da una bufera infernal, che mai non resta (non cessa), a differenza – secondo un antico commentatore – « del vento naturale del mondo, che resta » ( vv. 31 – 36 ).

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Mentre Virgilio elenca le schiere dei lussuriosi, l’attenzione di Dante viene rapita da una immagine trascendentale di levità. Entra in scena una coppia di amanti accompagnati da una connotazione di ventosa leggerezza ( vv. 73 – 75 ):

I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”.

Sono Paolo e Francesca, i due cognati protagonisti e vittime di un amore adulterino dall’epilogo tragico. Molto se ne era parlato nell’Italia dell’epoca. Il nostro maggiore informatore è Giovanni Boccaccio, il quale ci racconta – con dovizia di particolari – l’accaduto:

«È adunque da sapere che costei [Francesca] fu figliola di messer Guido vecchio da Polenta, signor di Ravenna e di Cervia; ed essendo stata lunga guerra e dannosa tra lui e i signori Malatesti di Rimini, adivenne che per certi mezzani [collaboratori] fu trattata e composta la pace tra loro. La quale acciò che più fermezza avesse, piacque a ciascuna delle parti di volerla fortificare per parentado».

Quindi: Il papà di Francesca volle dare sua figlia in isposa al signore di Rimini, Gian Ciotto, che era un uomo per nulla avvenente, descritto dalle fonti d’epoca come «sozo della persona e sciancato». Fu orchestrato un inganno: a Francesca fu fatto credere che sarebbe andata in isposa al fratello di lui, Paolo, il quale al contrario era un uomo bellissimo. Questi va a sposarla per procura. Quando una damigella di Francesca vede da un pertugio Paolo, fraintendendo, dice alla sua signora: «Madonna, quegli è colui che dee esser vostro marito».

Francesca si affaccia e mira questo uomo bellissimo, di cui si innamora subito e perdutamente. Quando si accorse di essere stata ingannata, altro non le restò che una rancorosa e tacita rassegnazione. Per i due cognati – però – non tutto è perduto: Il marito di Francesca era un signore feudale ed era spesso fuori dal castello, ragion per cui ai due amanti era riservata la possibilità di passare del tempo insieme. Accade che un giorno un servo scopre questa tresca e fa una delazione: avverte il marito di Francesca, il quale – tornato precipitosamente al castello – bussa alla porta della stanza della moglie, la quale stava con Paolo in un momento di intimità amorosa. Questi, allarmatissimo, cerca di mettersi in salvo correndo dentro una botola «per la quale di quella camera si scendea in un’altra [..] dicendo alla donna che nel frattempo andasse ad aprire, per non fare insospettire ulteriormente Gianciotto».

Purtroppo, Paolo rimane incastrato. Il marito entra e trova davanti a sé la prova dell’infedeltà coniugale. Prende la spada e si precipita verso il fratello; Francesca si interpone tra loro due e la lama trafigge i petti degli amanti, tignendo il mondo di sanguigno. «e così amenduni lasciatiogli morti, subitamente si partì e tornossi all’ufficio suo. Furono poi li due amanti con molte lacrime la mattina seguente seppelliti e in una medesima sepoltura.».

L’autodifesa di Francesca ( vv. 100 – 107 )

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte.

Francesca affida ai versi la sua autodifesa: il vero responsabile della sua catastrofe esistenziale è Eros, che – come aveva insegnato Guido Guinizelli – nidifica nei cuori sensibili. Al suo potere, nessun uomo può opporre resistenza.

Il verso 104 ( « Amor che a nullo amato amar perdona » ) – passato alla memoria collettiva e così caro anche ai cantautori italiani – lo possiamo parafrasare e interpretare in questo modo: l’Amore non « perdona » ( nel senso di “ non risparmia“, alla stregua del verbo latino parcere costruito con il dativo ) a «nullo amato» ( a nessuna persona che riceve Amore ) di «amare», ossia di non riamare a sua volta.

Questo verso viene sempre citato per esprimere l’inesorabile fatalità di Eros, al quale – come alla Morte – nessun uomo può sfuggire.

Il verso è l’ennesima prova della mirabile arte poetica dantesca, che nel giro di poche sillabe riesce a condensare, miniaturizzare temi di enorme rilievo emozionale ed esistenziale. La prerogativa della grande poesia – secondo Italo Calvino – consiste proprio nella capacità di rinchiudere il mare in un bicchiere.

Dario Pisano

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