anno di Dante

Perché Dante è padre e madre della lingua italiana

Lo scrittore Dario Pisano ci introduce a quello che sarà l'anno dantesco, ovvero l'anno in cui si celebrerà il settimo centenario della morte di Dante Alighieri.
Perché Dante è padre e madre della lingua italiana

Il 2021 è l’anno dantesco, in cui ricorre il settimo centenario della morte di Dante Alighieri. Nel mondo ci sarà una fioritura di iniziative dedicate a Dante: convegni, conferenze, mostre, allestimenti temporanei, libri e chi più ne ha più ne metta. Tutto il mondo festeggerà il nostro poeta. E questo già mi pare un elemento da offrire alla vostra attenzione. Prima di essere il padre della cultura italiana, pervicacemente rivendicato come tale dai tanti intellettuali di età risorgimentale, Dante è un poeta mondiale, è un faro poetico che illumina la terra. Qualcuno ha detto che il mondo è troppo piccolo per ignorare Dante. E allora impariamo questo: L’Italia ha offerto Dante al mondo e il mondo ce lo ha riofferto sotto una luce nuova.

L’omaggio a Dante Alighieri

Qualche esempio (ve ne potrei proporre numerosi ma ne scelgo solo un paio):
Ezra Pound ci ha invitato a riflettere sul fatto che colui che dice “io” all’interno della Commedia non è solo Dante, poeta fiorentino, ma sono anche io, sei anche tu, siamo noi, sono tutti gli uomini della terra, l’umanità in cammino verso la salvezza individuale e collettiva. Dante è l’everyman, l’ogni uomo, è ognuno di noi. E allora tutti per uno e uno per tutti. Hanno dedicato a Dante pagine memorabili Th. S. Eliot, Borges, Mandel’stam e tutti i grandi scrittori del mondo.

In conclusione: Dante è l’astro più brillante del firmamento poetico universale.
Ora noi in Italia ripetiamo sempre che Dante è il padre della nostra lingua e che da lui dipende tutta la nostra tradizione linguistica e letteraria. Nessuno può mettere in discussione la paternità dantesca della lingua che parliamo tutti i giorni. Il lessico di base della lingua italiana è formato da 2000 parole ad altissima frequenza, combinando le quali noi formiamo il 90 % dei nostri enunciati. Di queste 2000 parole, ben 1600 sono già attestate in Dante.

Padre della lingua italiana

Eppure io quando ero uno studente liceale e mi accostavo allo studio della sua opera avevo sempre una perplessità, ossia, mi chiedevo questo: nel momento in cui attribuiamo a Dante la paternità linguistica dell’italiano, non rischiamo involontariamente di commettere una ingiustizia verso quei poeti e quegli scrittori vissuti prima di lui e che pure hanno avuto un ruolo nella formazione della nostra lingua letteraria? Perché il padre dell’italiano è Dante e non – per esempio – Giacomo da Lentini, un poeta che ha vissuto e ha lavorato alla corte di Federico II, e che – quando l’autore della Divina Commedia non era ancora nato – già ci consegnava dei componimenti, dei piccoli capolavori che manifestano una indiscutibile maturità linguistica e letteraria?

Sapete tutti che a Giacomo da Lentini noi accreditiamo l’invenzione del sonetto (il più perfetto recinto della poesia italiana: si compone di quattordici versi endecasillabi raggruppati in quattro strofe che una immensa fortuna avrà nella storia della poesia europea, a partire proprio da Dante per arrivare a Caproni e a Pasolini, passando per Petrarca, Shakespeare, Baudelaire).

Detto questo: non è anche Giacomo da Lentini un padre della nostra tradizione linguistica? E lo stesso discorso potremmo farlo per eminenti autori del XIII secolo: Guido Faba, insigne prosatore bolognese; Guittone d’Arezzo ( il fondatore della lirica civile italiana ); per non parlare di Guido Guinizzelli e di Guido Cavalcanti, verso i quali l’Alighieri ha un debito poetico e culturale decisamente cospicuo.

Allora, preliminarmente, mettiamo in chiaro questo: l’italiano non esce dalla penna di Dante come Minerva dalla testa di Giove. Esiste un eccezionale retaggio linguistico che il poeta fiorentino raccoglie e rielabora, e offre al futuro in una veste nuova. Detto in altre parole: il nostro autore eredita dalla tradizione una lingua ancora giovane, una lingua entrata splendidamente nell’uso letterario solo da pochi decenni, e riservata prima di lui QUASI alla sola lirica amorosa, pur con qualche rilevantissima eccezione ( basti pensare alla poesia religiosa; alla corda patriottica di Guittone o alle canzoni dottrinarie dei primi stilnovisti).

E allora rispondiamo alla domanda di partenza: Dante è indicato come il faber, l’inventor dell’italiano per questo motivo: non è stato il primo a usare il volgare in un’opera letteraria, ma è stato colui il quale lo ha reso capace di un uso letterario senza limitazioni.
In altre parole: i poeti e gli scrittori della tradizione anteriore avevano gettato le fondamenta di un edificio linguistico che Dante Alighieri ha elevato. Successivamente, nel corso dei secoli, gli scrittori italiani hanno – ognuno nell’ambito della propria opera – contribuito ad arredare e ampliare le stanze di questo edificio linguistico. Allora, lo ripeto: Dante ha impresso al volgare una straordinaria accelerazione, dimostrandolo capace di toccare tutti gli argomenti, di esprimere tutte le pieghe dell’animo umano.

La Divina Commedia

Questa sua Commedia è una miniatura poetica dell’Universo, un’opera mondo che ricapitola tutta la tradizione precedente. Il grande poeta anglo-americano Eliot la definisce «la più esauriente, la più ordinata presentazione di sentimenti che sia mai stata fatta.». Vuole dire che non c’è aspetto, non c’è momento di noi uomini che non sia censito poeticamente. L’attenzione dei lettori è stata da sempre rapita sopratutto da quei passi del poema nei quali Dante esplora le sofferenze interiori più terribili e lancinanti, più inumane.

Poscia che fummo al quarto dì venuti, / Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi /dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”. / Quivi morì; e come tu mi vedi, / vid’ io cascar li tre ad uno ad uno / tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’ io mi diedi, /già cieco, a brancolar sovra ciascuno, / e due dì li chiamai, poi che fur morti. / Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno».

Naturalmente anche dal punto di vista linguistico il poema è un’opera totalizzante.
Intendo dire che questa quasi indelimitabile varietà tematica implica l’adozione da parte dell’autore di un impianto linguistico completamente inedito. Allora il poema è una grande enciclopedia degli stili, nel senso che Dante orchestra continuamente diversi registri espressivi e impasta tra loro gli ingredienti linguistici più eterogenei. Insomma: la Divina Commedia è un po’ una meravigliosa, ricca insalata mista…

Ci sono dei passi pieni di provenzalismi o addirittura in provenzale. Ci sono dei versi in latino. Troviamo terzine che pullulano di neologismi (parole che non esistevano e che l’autore inventa) e poi – accanto a questo multilinguismo – registriamo una prodigiosa escursione stilistica (quindi un multistilismo). Dante è sia un poeta teologo sia certe volte un teppista della lingua che impiega parole ruvide e disadorne (antesignano del realismo sporco).

Dante – ci ha insegnato Natalino Sapegno – è un classico senza classicismo, e dopo secoli di fortuna alterna e contrastata soltanto nel Novecento ( un secolo che ha finalmente capito che le vie dell’arte sono infinite e capaci di implicare qualunque referente ) il suo temperamento linguistico è diventato una guida, un esempio per tanti poeti di ogni parte del mondo. Joyce nel Finnegans Wake e Pound nei Cantos ereditano il multilinguismo della Commedia.

L’eredità di Dante

Dante ha consegnato all’italiano gran parte del lessico attuale e molto spesso noi citiamo versi danteschi senza accorgercene. Questo dimostra che se anche noi ignoriamo la tradizione linguistica, la tradizione linguistica non ignora noi. Ora, a Dante non è solo il babbo dell’italiano, ma anche la mamma. Ed è una mamma che ha nutrito con il latte della sua poesia tutti gli scrittori successivi. La poesia dunque è un latte. Questa è la metafora sulla quale intendo fermare la vostra attenzione. Ci sono dei momenti nel poema

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo di notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti

Aggiungo che Dante non è solo padre, ma è anche madre dell’italiano. Una metafora
ricorrente nelle tre cantiche è quella del latte della poesia. Una veloce ricognizione: Stazio
– in Purgatorio – dice a Virgilio ( suo idolo letterario ) che Omero è colui che le Muse
allattarono più di chiunque altro. Sempre Stazio manifesta il suo amore verso Virgilio
rivelandogli che l’Eneide è stata per lui una mamma, e nel seno di questo poema ha
succhiato il latte della poesia. Alla fine del Paradiso, Dante si rappresenta come un in-
fante, un lattante che bagna ancor la lingua alla mammella. La sua parola creatrice non ce
la fa a dire l’essere e allora si arresta sulla soglia dell’inesprimibile.

Tanti poeti del secolo scorso riprenderanno questa metafora (penso a Paul Celan e al
rapporto tra lallazione, ossia la produzione prelinguistica dei lattanti e l’ineffabilità,
l’impossibilità di raccontare certe tragedie). E infine Andrea Zanzotto, il quale ci ha
insegnato che la lingua si apprende con il latte materno. Non sappiamo da dove venga, la
lingua. Sappiamo – prosegue Zanzotto – che monta come un latte e che il dialetto ( questo
vecio parlar ) ha dentro il suo sapore una goccia del latte di Eva.

La Commedia è stata dunque una mamma che ha allattato tantissimi poeti, gli italiani
come gli stranieri, i quali sono cresciuti poeticamente proprio a grazie a questo latte
poetico dantesco.

Noi – che siamo i figli, i pronipoti di Dante, che è insieme il babbo e la mamma della lingua
che abitiamo tutti i giorni ( scrive Pierluigi Cappello: « tra l’ultima parola detta e la prima
nuova da dire / è lì che abitiamo» ), affidiamo a noi stessi il compito di difendere questa
lingua che ci ha regalato, così nutriente e indispensabile, proprio come un latte, così ricca
di tutte le pronunce, le intonazioni e gli accenti dei poeti precedenti (italiani, latini,
provenzali).

Questa lingua è uno dei beni immateriali più preziosi sulla terra; più di qualsiasi altra
lingua poetica, quella di Dante ha il dono di epifanizzare la nostra trepidazione, il nostro
stupore, la nostra emozione di esistere, la nostra sorpresa di trovarci qui, proprio ora, in
questo momento, sulla terra, nella vita…
Buon anno Dantesco a tutti!

Dario Pisano

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