Oriana Fallaci e Tiziano Terzani, due voci a confronto sull’11 settembre

Quello tra Terzani e la Fallaci non fu soltanto uno scontro ideologico, bensì la rappresentazione evidente di una spaccatura, di una civiltà scioccata e ferita dai fatti dell'11 settembre
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Entrambi fiorentini, antifascisti, giornalisti e reporter di guerra, testimoni dei conflitti più cruenti del Novecento, Oriana Fallaci e Tiziano Terzani rappresentano due voci diametralmente opposte nel dibattito nato all’indomani dell’11 settembre 2001.
Teatro della lunga e accesa diatriba fra i due furono le pagine del “Corriere della Sera”, allora diretto da Ferruccio De Bortoli, richiamando a sé l’attenzione del Paese e le voci di altri importanti intellettuali italiani, fra cui Dacia Maraini e Umberto Eco.

Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio

L’11 settembre Oriana Fallaci si trovava proprio a Manhattan, a pochi chilometri dalle Twin Towers. Sconvolta dagli eventi di quel giorno, la Fallaci scrisse una lunga lettera a Ferruccio De Bortoli che fu pubblicata pochi giorni dopo sul Corriere della Sera e che divenne poi il celebre e controverso pamphlet dal titolo La rabbia e l’orgoglio.
Una lettera dai toni feroci con cui la giornalista assumeva una posizione radicale: nettamente filo-americana e anti-islamica. Con la medesima verve che la Fallaci aveva dimostrato nella sua esperienza di inviata di guerra, la scrittrice muove un duro attacco alle classi dirigenti definendole inadeguate e responsabili del processo di decadimento politico e morale del mondo occidentale. Secondo la scrittrice, si preannunciava, a fronte delle “dissennate politiche sull’immigrazione”, un’imminente islamizzazione dell’Europa che avrebbe non solo avuto conseguenze funeste sugli equilibri geopolitici del continente, ma che avrebbe portato a un vero e proprio conflitto di civiltà.
L’atteggiamento provocatorio di Oriana Fallaci generò una reazione immediata in molti intellettuali italiani che, in risposta alle sue parole intolleranti, si fecero rappresentati di una coscienza pacifista. Tra questi si ricordano in particolare gli interventi di Dacia Maraini e Tiziano Terzani.

Da “La rabbia e l’orgoglio”

A casa propria tutti fanno ciò che gli pare. E se in alcuni paesi le donne son così cretine da accettare il chador anzi il lenzuolo da cui si guarda attraverso una fitta rete posta all’altezza degli occhi, peggio per loro. Se sono così scimunite da accettare di non andar a scuola, non andar dal dottore, non farsi fotografare eccetera, lo stesso. Se sono così minchione da sposare uno stronzo che vuole quattro mogli più un harem pieno di concubine, idem. Se i loro uomini sono così grulli da non bere la birra e il vino, pure. Non sarò io ad impedirglielo. Ci mancherebbe altro. Sono stata educata nel concetto di libertà, io, e la mia mamma diceva: «Il mondo è bello perché è vario». Ma se pretendono d’imporre le stesse cose a me, a casa mia… Lo pretendono. Osama Bin Laden afferma che l’intero pianeta Terra deve diventar mussulmano, che dobbiamo in massa convertirci all’Islam, che con le buone o con le cattive lui ci convertirà, che a tal scopo ci massacra e continuerà a massacrarci. E questo non può piacere né a me né a voi, ipocriti difensori dell’Islam. A me personalmente mette addosso una gran voglia di rovesciar le carte e ammazzare lui. Il guaio è che la cosa non si risolve, non si esaurisce, con la morte di Osama Bin Laden. Perché gli Osama Bin Laden
sono decine di migliaia, ormai, clonati come le pecore dei nostri laboratori scientifici. E non sono più i pittoreschi Mori che milletrecento anni fa invadevano la Spagna e il Portogallo poi la Francia e la Sicilia e l’Italia del Sud […] Portano la cravatta, dicono di rispettare il cristianesimo ed accettare la democrazia, hanno eccellenti rapporti coi nostri partiti politici. I nostri sindacati, i nostri municipi, le nostre televisioni, i nostri giornali. Hanno eccellenti rapporti anche col nostro mondo ecclesiastico: coi nostri parroci, i nostri vescovi, i nostri cardinali. In parole diverse, si annidano nei gangli della nostra cultura e della nostra esistenza quotidiana. Vivono nel cuore di una società che li ospita senza discutere le loro differenze, li accetta senza controllare le loro cattive intenzioni e senza penalizzare le loro cattive azioni. Una società che li protegge con la sua apertura mentale, il suo permissivismo, i suoi principi liberali, le sue leggi civili. Leggi che hanno abolito la tortura e la pena di morte. Che non permettono di arrestare se non esistono indizi. Che non permettono di processare se non si è difesi da un avvocato. Che non permettono di condannare se la colpa non è stata dimostrata. Leggi, infine, che autorizzano scappatoie d’ogni tipo. Ad esempio, quella di cancellare una condanna e rimettere in libertà un delinquente. Non è grazie a certe scappatoie che tanti figli di Allah entrano nel nostro paese e vi si stabiliscono e vi si comportano da padroni? 

Tiziano Terzani, il potere delle parole

Il 7 ottobre 2001, sulle prime pagine del Corriere della Sera, Tiziano Terzani risponde a Oriana Fallaci, con una lunga e bellissima lettera, in cui non solo richiama la Fallaci alla sua responsabilità etica di giornalista, ma ne smonta anche le argomentazioni irrazionali con un’analisi lucida e storicamente fondata.
Con la sua testimonianza, Terzani lanciava, congiuntamente ad altri intellettuali, un grido contro l’odio e l’intolleranza, un invito a non farsi travolgere dalla quella tempesta di emozionalità e irrazionalità che il crollo delle Torri gemelle aveva generato nel mondo occidentale. Un messaggio di pace che trova la sua ragion d’essere in un passaggio particolarmente emblematico della missiva di Terzani, quando scrive:

O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa

La lettera di Terzani da “Corriere della Sera”, 7 ottobre 2011

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle «Lettere da due mondi diversi»: io dalla Cina dell’immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall’America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti.

Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l’impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo. Ti scrivo anche – e pubblicamente per questo – per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione.

Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. «Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia», scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell’umanità, un’opera che sembra essere ancora di un’inquietante attualità.

Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta.

Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. È un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’ odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’ uccidere. «Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me», scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. Ed aggiungeva: «Finché l’ uomo non si metterà di sua volontà all’ ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza».

E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, «Libertà duratura».

 

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