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Poesia di Baudelaire

Spleen di Charles Baudelaire: quando la poesia ci racconta “la noia” della vita

Spleen di Charles Baudelaire è una poesia che racconta "la noia" della vita, contenuta all'interno dell'opera "I fiori del male".

“Spleen” di Charles Baudelaire è una poesia che racconta “la noia” della vita, contenuta all’interno dell’opera “I fiori del male”. Baudelaire racconta uno stato d’animo intessuto di tristezza, di malinconia, di angoscia esistenziale, che lo porta a non vedere via d’uscita. Questo è uno dei temi principale dell’opera principale del poeta, pubblicata nel 1857, e lo porta alla nomea di “poeta maledetto”. Rileggiamo lo “spleen” di Charles Baudelaire

I fiori del male e la poesia

I fiori del male è considerata l’opera iniziatrice della poesia moderna, un classico della poesia. Pubblicato nel 1857, con i suoi 126, costituisce ancora oggi un punto di riferimento per i temi trattati: la noia di vivere, la solitudine dell’individuo, la ricerca della bellezza, l’ansia di sottrarsi all’angoscia. Charles Baudelaire non ricorre al linguaggio tradizionale, di carattere descrittivo, ma utilizza simboli e analogie, ispirando Decadentismo e Simbolismo. 

Spleen, il significato

Spleen. Questa parola  inglese letteralmente significa “milza”, è passata a indicare, sulla base di antiche credenze che identificavano quell’organo come la causa della depressione. Così, Charles Baudelaire, fa di questo sentimento il perno della sua produzione. Per dare vita ad una ribellione emotiva tipica di quel periodo storico. Il tema della poesia è proprio questo senso di disperazione senza via d’uscita, che a volte attanaglia l’uomo, incapace di spiegarlo perfino a se stesso. La particolarità di questo componimento sono la forza delle immagini, crude, esplicite. Questo senso insopportabile della vita deriva dal doversi “piegare” al conformismo dilagante.

Spleen di Charles Baudelaire 

Quando come un coperchio, il cielo basso e greve
schiaccia l’anima che geme nel suo eterno tedio,
e stringendo in un unico cerchio l’orizzonte
fa del dì una tristezza più nera della notte,
quando la terra si muta in umida cella segreta
dove sbatte la Speranza, timido pipistrello,
con le ali contro i muri e con la testa nel soffitto marcito;
quando le immense linee della pioggia
sembrano inferriate di una vasta prigione
e muto, ripugnante un popolo di ragni
dentro i nostri cervelli dispone le sue reti,
furiose ad un tratto esplodono campane
e un urlo lacerante lanciano verso il cielo
che fa pensare al gemere ostinato
d’anime senza pace né dimora.

Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali
a lungo, lentamente, nel mio cuore: Speranza
piange disfatta e Angoscia, dispotica e sinistra
infilza nel mio cranio il suo vessillo nero.

 

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