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L'ode del Manzoni

“Il cinque maggio”, l’ode di Manzoni che celebra Napoleone Bonaparte

In questa famosissima ode, il poeta e scrittore milanese ricorda la figura del grande generale francese, che da solo cambiò il volto dell’Europa

La poesia Il cinque Maggio è uno di quei testi di navigazione scolastica perenne, una tappa obbligata nell’itinerario culturale di ognuno di noi. 

Essa ha come oggetto la morte di Napoleone Bonaparte, avvenuta il 5 Maggio 1821, annunziata dalla «Gazzetta di Milano» soltanto il 16 Luglio.  La notizia fu per Alessandro Manzoni una folgore che incendiò la sua fantasia. Il figliastro del poeta, Stefano Stampa, ricorda che il padre – visitato da una febbre creativa – scrisse l’ode in soli tre giorni, durante i quali egli tenne la moglie al piano « perché sonasse, sonasse qualunque cosa, ripetesse anche lo stesso motivo, purché suonasse continuamente » ( una delle principali nevrosi di Manzoni era la pretesa che la moglie suonasse ininterrottamente mentre lui scriveva ) .

Il cinque maggio, l’ode di Manzoni a Napoleone

L’ode è composta da strofe di sei settenari. il  metro – il medesimo del secondo coro dell’Adelchi – rinvia ad archetipi tardo settecenteschi, da rintracciare nella poesia del Paradisi e del Frugoni.

Il cinque Maggio di Manzoni – nonostante i problemi iniziali con la censura austriaca – piacque moltissimo. Tra i lettori della prima ora vi fu Goethe, il quale lo volse in tedesco inaugurandone l’enorme fortuna  europea.

L’ode la possiamo dividere in tre segmenti testuali di diversa ampiezza: nella porzione esordiale, composta dalle quattro strofe iniziali (vv. 1-24), l’autore annuncia il tema e ripercorre l’avventura terrena di Napoleone.

L’ incipit de Il cinque Maggio è severo e sostenuto, in sintonia con il tema. Il sintagma «ei fu», con il fortissimo rilievo del pronome antonomastico, recupera un modulo tipico dell’oratoria funebre. La morte di Napoleone sembra quasi arrestare il perenne movimento della terra, incredula e sbigottita. Essa stessa si domanda quando un uomo tanto magnanimo tornerà a stamparvi le sue orme

né sa quando una simile
orma di piè mortale
 la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.

L’espressione con cui Manzoni definisce il protagonista dell’ode ( «uom fatale», v. 8) può indicare sia la volontà di Dio che ha inviato Napoleone sulla terra per realizzare i suoi fini imperscrutabili; sia  il suo ruolo di arbitro della storia, il quale  a lungo ha tenuto  in pugno il destino di un’epoca  Il grande filosofo Friedrich Hegel –  riferendosi a Napoleone  – scrive in una lettera di aver visto lo spirito del mondo seduto a cavallo, che lo domina e lo sormonta.

Prima di illustrare sinteticamente le sue imprese, la Musa manzoniana rivendica la purezza di sé stessa. Essa non ha mai esaltato i successi di Napoleone nel suo momento apicale. Si è sempre tenuta lontana da tanta poesia encomiastica di circostanza che ha accompagnato gli anni di maggior fulgore eroico del generale francese.

Lui folgorante in solio

vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,

di mille voci al sonito
mista la sua non ha:

 In questa rivendicazione orgogliosa dell’altezza morale della propria ispirazione, Manzoni si riallaccia al Parini delle Odi, il quale esibisce come un vessillo la propria solitudine altera e incorruttibile ( basti pensare all’ode La Caduta ).

Nella porzione mediana del componimento, formata da  dieci strofe (vv. 25-84), si ripercorre fulmineamente l’epopea napoleonica ( vv. 25 – 30 : « Dall’Alpi alle Piramidi / dal Manzanarre al Reno, / di quel securo il fulmine / tenea dietro al baleno; / scoppiò da Scilla al Tanai, / dall’uno all’altro mar » ).  

Dopo la velocissima ricognizione delle sue conquiste, ne Il cinque Maggio viene a galla una domanda che introduce armoniche di pensosità dubbiosa.

Fu vera gloria?  

Come segnala De Robertis, questo interrogativo tradisce l’esitazione di chi è assalito dal «dubbio di aver detto troppo di un uomo ».

Napoleone ha improntato di sé un’intera epoca, ha determinato una svolta nella storia europea, ha suscitato guerre, lutti e dolori, ma di fronte alla grandezza e alla complessità della sua vicenda, il poeta si astiene dall’esprimere un giudizio ( «Ai posteri / l’ardua sentenza», vv. 31-32), perché gli eventi della storia umana, tragicamente intessuti di violenze e di ingiustizie, acquistano significato solo se visti nella prospettiva di un misterioso progetto provvidenziale.

I momenti migliori dell’ode – sotto il profilo artistico – sono quelli che aprono allo sguardo l’intimità dell’eroe durante il suo esilio a Sant’Elena. Tormentato dall’impossibilità di agire, il grande condottiero è visitato dai ricordi ( I ricordi, queste ombre troppo lunghe / del nostro breve corpo, così li definisce Vincenzo Cardarelli ).

Tra i versi più felici dell’intero componimento vi sono quelli che descrivono Napoleone che osserva il  tramonto del sole. Anche lui, mentre riepiloga le epoche della propria vita, è solo sul cuor della terra, giunto alla sera di un’esistenza irripetibile. Questo accento di mestizia  umanizza l’eroe e ce lo rende fraterno.

Oh quante volte, al tacito
morir d’un giorno inerte,

chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l’assalse il sovvenir!

Ne ultime quattro strofe de Il cinque Maggio emerge finalmente la verità umana definitiva. L’autore si è  posto dinanzi alla storia non per giudicarne gli eventi, né tanto meno per giudicare gli uomini.

Il suo obiettivo è cogliere nella traccia lasciata dai grandi eroi che hanno attraversato la  terra un segno della presenza provvidenziale divina, per comprendere in tal modo il significato universale dell’evoluzione storica.

Quello che interessa al poeta è l’interpretazione degli ultimi momenti di vita di Napoleone: il ritorno alla fede, l’ abbandono in Dio, con l’esito di un sicuro perdono, da parte di « Colui che atterra e suscita, che affanna e che consola. ».

 Ahi! Forse a tanto strazio
 cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
 venne una man dal cielo
 e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;

Anche la parabola umana di Napoleone ha il suo tramonto, come ogni cosa sotto il cielo.

Questo tema della vanitas vanitatum ha radici antichissime,veterotestamentarie. Nella poesia italiana novecentesca, Giorgio Caproni lo riorchestra con grande finezza:

Non restano testimonianze.
Grande che sia o meschino
quanto s’è fatto o detto
non dura più di nebbia al mattino.  

Prima di andare a dormire, Giacomo Leopardi era visitato dal ricordo, tenero e struggente, dei tanti popoli e imperi che hanno conquistato il mondo. Cosa ne è stato del loro transito terreno, se neanche l’eco delle loro gloriose imprese è rimasta?

or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.

S. Eliot si domandava: Where is the Life we have lost in living? ( Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo ? ).

Facciamo rispondere a Giuseppe Ungaretti:

Non seppe

che è la stessa illusione mondo e mente.

Che nel mistero delle proprie onde

ogni terrena voce fa naufragio.

Sulla lavagna della storia, anche il passaggio glorioso di Napoleone è un frego che la spugna del Tempo cancella.

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Dario Pisano

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