I classici raccontano...

“I promessi sposi”, otto passi che raccontano la peste ieri come oggi

Passi che descrivono l'arrivo della peste a Milano e che risuonano attuali, riportandoci inevitabilmente a quanto sta accadendo intorno a noi

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Leggere oggi le pagine che Alessandro Manzoni dedicò all’epidemia di peste del 1630 suscita un certa inquietudine. Nel racconto di Manzoni ritroviamo, infatti, molti punti di contatto con la situazione di emergenza che stiamo vivendo in questi giorni. A partire dalla psicosi che serpeggiava nel popolo, alle dispute fra scienziati (chi minimizzava e chi estremizzava), sino ai lazzaretti sovraffollati e vicini al collasso. Possiamo, dunque, definirlo un libro profetico? Di libri profetici non ne esistono, ma vero è che i grandi scrittori sanno interpretare la storia e l’animo umano, al di là del loro tempo. Non stupiamoci dunque di non essere poi tanto cambiati. Di fronte al pericolo, tendiamo a reagire sempre nello stesso modo, ma oggi abbiamo un vantaggio. Se la storia è maestra, infatti, possiamo imparare dal passato e affrontare il presente con tenacia e intelligenza

quella caparbietà di negar la peste andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica

Vediamo ora i passi più significativi, dai capitoli XXXI e XXXII de “I Promessi Sposi”, in cui Manzoni descrive l’arrivo della peste a Milano. Passi che risuonano attuali e ci riportano inevitabilmente a quanto sta accadendo intorno a noi

La mancanza di cooperazione

Il tribunale della sanità chiedeva, implorava cooperazione, ma otteneva poco o niente. E nel tribunale stesso, la premura era ben lontana da uguagliare l’urgenza: erano, come afferma più volte il Tadino, e come appare ancor meglio da tutto il contesto della sua relazione, i due fisici che, persuasi della gravità e dell’imminenza del pericolo, stimolavan quel corpo, il quale aveva poi a stimolare gli altri”.

I ritardi

“Abbiam già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo nell’operare, anzi nell’informarsi: ecco ora un altro fatto di lentezza non men portentosa, se però non era forzata, per ostacoli frapposti da magistrati superiori. Quella grida per le bullette, risoluta il 30 d’ottobre, non fu stesa che il dì 23 del mese seguente, non fu pubblicata che il 29. La peste era già entrata in Milano”.

La tendenza a minimizzare

“Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, a qualcheduno s’attaccava, qualcheduno ne moriva: e la radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, né ci fosse stata neppure un momento”.

Aggirare le norme

Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da sub alterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati.”

La disputa fra i medici

“Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento”.

La presa di consapevolezza 

“Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale. Chiedeva esso di continuo anche danari per supplire alle spese giornaliere, crescenti, del lazzeretto, di tanti altri servizi”.

Gli ospedali in difficoltà

“Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo, era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: chè, fin da’ primi momenti, c’era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza de’ serventi”.

I volontari in prima linea 

“Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove battere il capo, pensaron di rivolgersi ai cappuccini…E perciò l’opera e il cuore di que’ frati meritano che se ne faccia memoria, con ammirazione, con tenerezza, con quella specie di gratitudine che è dovuta, come in solido, per i gran servizi resi da uomini a uomini, e più dovuta a quelli che non se la propongono per ricompensa”.

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