Film e registi

4 ragioni per cui “La leggenda del pianista sull’oceano” di Tornatore ci piace tanto

Tornatore nel 1998 ha realizzato uno dei nostri film preferiti: "La leggenda del pianista sull'oceano". Ecco perché ci piace così tanto
5 ragioni per cui La leggenda del pianista sull'oceano di Tornatore ci piace tanto

MILANO – Che film vediamo stasera? E la scelta cade sempre su quei quattro film che sappiamo non ci deluderanno mai e da cui potremo sempre trarre qualche insegnamento: uno di questi è sicuramente “La leggenda del pianista sull’oceano”, il film diretto da Giuseppe Tornatore con cui il regista si è aggiudicato il David di Donatello nel 1999 (mentre nel 2000 Ennio Morricone ha vinto il Golden Globe per la migliore colonna sonora).
La storia la conosciamo tutti. È la storia di un uomo che ha vissuto su un transatlantico per tutta la sua vita, non toccando mai terra con i piedi, rifugiandosi nella sua passione per la musica e nell’esistenza della nave.
In occasione del compleanno del regista Giuseppe Tornatore vi diciamo perché questo film piace così tanto a noi amanti della lettura.

Come si fa ad essere felici in un luogo che non si muove!? L’immobilità è la morte; la vita, l’amore, i sogni, tutto è movimento…

È tratto dal capolavoro di Alessandro Baricco

“La leggenda del pianista sull’oceano” è tratto dal romanzo Novecento di Baricco: in sole cinquanta pagine, lo scrittore sa trasmetterci una sensibilità e delle emozioni, facendo trapelare dalle righe pura poesia. Si tratta di un monologo teatrale pubblicato nel 1994, scritto per essere interpretato da Eugenio Allegri con la regia di Gabriele Vacis. Il libro oltre ad avere ispirato Tornatore, ha suggestionato anche Bennato che ha scritto una canzone intitolata “Sempre in viaggio sul mare”, ed esiste anche un fumetto, “La vera storia di Novecento” (2008), realizzato da Tito Faraci e da Giorgio Cavazzano.

Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno. E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no… e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello. Quella è gente che da sempre aveva già quell’istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l’America, già lì pronta a scattare, a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello e da lì alla lingua, fin dentro quel grido, America, c’era già, in quegli occhi, di bambino, tutta, l’America!

Al centro ci sono le passioni dell’uomo comune

Il tema centrale del film è quello concernente alla “vita”. Il transatlantico diventa un micro-cosmo, un palcoscenico in cui i vari aspetti della vita si manifestano: si tratta della metafora dell’esistenza quotidiana dell’uomo comune, che nell’arco della sua vita affronta l’amicizia, la scoperta dell’amore, i dubbi e la paura. Il protagonista Novecento vede quel piccolo mondo della nave come il mondo intero e lui stesso è come l’uomo del mondo reale, quello che vive sulla terra: ogni uomo infatti si trova, nell’arco della sua vita, di fronte alla decisione di affrontare qualcosa che sembra più grande di noi, di fare un salto nel vuoto e di affrontare l’ignoto.

Il monologo finale è pura poesia

Novecento non riesce ad affidarsi alla caotica e frenetica città, non riesce ad affrontare ciò che è più grande di lui, ciò che non ha mai vissuto. Preferisce restare al sicuro nelle sue certezze e non lasciare l’unica realtà che ha potuto considerare casa. Il monologo finale del film comunica proprio questo senso di insicurezza e di paura dell’ignoto:

Tutta quella città… non si riusciva a vederne la fine… la fine! Per cortesia, si potrebbe vedere la fine? Era tutto molto bello su quella scaletta, e io ero grande, con quel bel cappotto, facevo il mio figurone. E non avevo dubbi, che sarei sceso, non c’era problema… Non è quello che vidi che mi fermò Max, è quello che non vidi… puoi capirlo? Quello che non vidi… in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne la fine… C’era tutto. Ma non c’era una fine. Quello che non vidi è dove finiva tutto quello: la fine del mondo. Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano? I tasti finiscono! Tu lo sai che sono 88 e su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti loro. Tu sei infinito. E dentro quegli 88 tasti, la musica che puoi fare è infinita. Questo a me piace. In questo posso vivere. Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti… Milioni e miliardi di tasti che non finiscono mai… E questa è la verità… che non finiscono mai. Quella tastiera è infinita. Ma se quella tastiera è infinita allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. E sei seduto sul seggiolino sbagliato. Quello è il pianoforte su cui suona Dio… Cristo, ma le vedevi le strade?! Anche soltanto le strade, ce n’erano a migliaia! Ma dimmelo: come fate voialtri laggiù a sceglierne una? A scegliere una donna… una casa… una terra che sia la vostra… un paesaggio da guardare… un modo di morire… Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è! Ma non avete paura voi di finire in mille pezzi solo a pensarla a quella enormità? Solo a pensarla… a viverla! Io ci sono nato su questa nave… e vedi anche qui il mondo passava… ma a non più di 2000 persone per volta. E di desideri ce n’erano! Ma non più di quelli che ci potevano stare su una nave, tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità su una tastiera che non era infinita… Io ho imparato a vivere in questo modo. La terra, è una nave troppo grande per me… È… è una donna troppo bella… È un viaggio troppo lungo… È un profumo troppo forte… È una musica che non so suonare… Non scenderò dalla nave. Al massimo, posso scendere dalla mia vita.

È un caso raro in cui il film è bello quanto il libro

Diciamoci la verità, molto spesso e volentieri i film non riescono a reggere il confronto con i libri, ma “La leggenda del pianista sull’oceano” ci ha soddisfatti come il libro. Nonostante le cinquanta pagine di Baricco siano state rese in due ore e cinquanta (o forse proprio per questo), il film è originale, con una bella sceneggiatura e le aspettative del libro non ci deludono.

Sembrava che il mare ci cullasse e mentre volteggiavamo tra i tavoli, sfiorando lampadari e poltrone, capii che in quel momento quello che stavamo veramente facendo era danzare con l’oceano… noi e lui, ballerini pazzi e perfetti, stretti in un torbido valzer sul dorato parquet della notte. Oh yeah!

 

 

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