Critichiamo

Giorgio Porrà, “La passione per un libro non è facilmente trasferibile in televisione”

Giorgio Porrà, “La passione per un libro non è facilmente trasferibile in televisione”

Il celebre giornalista ci racconta perché Booklovers è davvero un’altra cosa rispetto alle altre trasmissioni televisive sui libri, sia nei contenuti sia nell’impatto visivo….

MILANO – “Fare un programma sui libri, renderlo istruttivo e godibile per chi guarda non è per nulla facile, la passione che fiammeggia nella pagina scritta non è facilmente trasferibile sul video.” Lo sa bene Giorgio Porrà, volto celebre di Sky e conduttore della trasmissione “Booklovers”, un viaggio di otto puntate alla scoperta di un genere letterario in onda su Sky Arte HD. In questa intervista Porrà, già conduttore di diverse trasmissioni contraddistinte da una forte contaminazione tra calcio e letteratura-arte come  “Lo Sciagurato Egidio” e “L’arte del calcio”, ci racconta perché Booklovers è davvero un’altra cosa rispetto alle altre trasmissioni televisive sui libri, sia nei contenuti sia nell’impatto visivo.

 

Iniziamo con una delle domande con cui nasce il progetto Booklovers: cosa sono i generi letterari, a cosa servono e quanto ci condizionano?

Il tentativo di “Booklovers” è quello di raccontare nascita e sviluppo di ogni genere letterario, fissarne regole e testi di riferimento, con divagazioni nella memoria e nella contemporaneità, con la testimonianza di autori molto diversi tra loro, per formazione, stile, carattere. Ma è anche vero che questo schematismo legato ai generi a molti non piace, c’è chi li considera delle gabbie narrative nelle quali vigono leggi eccessivamente rigorose. E’ un punto di vista assolutamente rispettabile, la scrittura deve essere libera, non si può rinchiuderla dentro una scatola. Anche perché è quello che succede settimanalmente nel nostro viaggio, si sprecano le contaminazioni tra un genere e l’altro, sono frequenti i deragliamenti, storie, percorsi che cambiano, diventano “altro”. Forse è vero, i generi, così come vengono comunemente intesi, servono soprattutto alle case editrici, per una più agevole commercializzazione. Ed in fondo anche al lettore, per orientarsi meglio.

 

Nel corso delle diverse puntate, qual è lo scrittore e la città che più l’hanno incuriosita ed affascinata?

Tutte le città diventano protagoniste di questa avventura on the road, tutte le atmosfere sono speciali, con Pavese idealmente a passeggio per i Murazzi torinesi e Piero Chiara impegnato nella chiacchiera pomeridiana nel solito bar sul lungolago di Luino. Ma se devo scegliere un luogo che mi ha maggiormente affascinato punto sull’”effetto sorpresa” e dico l’Eur, il quartiere romano nel quale abbiamo ambientato la puntata dedicata alla Fantascienza, perché sembra un mondo sospeso, come sospesa rimase la sua costruzione voluta da Mussolini per celebrare l’Esposizione Universale del ’42 poi cancellata per lo scoppio della guerra. Un posto strano, dalla bellezza futuribile ma anche, a tratti, devastato dall’incuria. Non a caso l’Eur è stato il set di film come “L’ultimo uomo sulla terra” con Vincent Price e “La decima vittima” di Petri con Mastroianni ed Ursula Andress.

Un incontro che invece mi è piaciuto molto è stato quello a Torino, nella puntata sul “Romanzo psicologico” con Paolo Giordano, il premio Strega de “La solitudine dei numeri primi”, figura interessante per tanti motivi, sia per la sua atipicità, è un fisico, da qui l’approccio del tutto personale alla scrittura, sia per la sua natura, tormentatissima, non caso il suo autore-feticcio resta David Foster Wallace. Giordano ha una fortissima dipendenza emotiva con la sua città, riesce a scrivere solo a Torino, nel suo studio disadorno, dentro una bolla protetta, in uno stato fortemente ossessivo, quello che Simenon chiamava “stato da romanzo”.

Ma c’è un processo creativo molto personale che caratterizza tutti gli scrittori che ho incontrato, del resto la categoria è questa, il metodo non è mai lo stesso, Murakami si sveglia alle 4 del mattino, scrive per sei ore di seguito, poi pranza, fa sport, alle 21 fila a letto, Stephen King lavora tutti i giorni dell’anno e non smette fino a quando non ha raggiunto la quota giornaliera di duemila parole. La scrittura è una specie di artigianato molto fisico, se ne esce con le con le mani e la camicia sporche. E se c’è una cosa che ho imparato è che tutti gli scrittori che ho conosciuto sono perfettamente consapevoli di quella grande verità di Faulkner: ”nessuno potrà mai essere all’altezza del suo sogno di perfezione”.

 

Sky, con la sua programmazione ed i suoi servizi, ha dimostrato come esista uno stretto legame tra calcio e letteratura. Come mai, secondo lei, la cultura e, più in generale, la lettura, non hanno lo stesso “appeal” del calcio in Italia?

Sky Sport ha una vocazione rigorosamente tecnica, ma ha sempre trovato spazi per il “racconto”, io in tutti i programmi che ho firmato e condotto, da “Lo Sciagurato Egidio” a “L’arte del calcio”, ho sempre cercato la contaminazione, il calcio è linguaggio universale, dispone di una formidabile forza comunicativa, diventa naturale metterlo in relazione con la letteratura, la musica, il cinema, c’è un filo rosso che lega un ricamo di Maradona con un tango di Gardel, i colpi ad effetto di Buzzati assomigliano alle punizioni di Pirlo, il gusto per l’estetica di Oscar Wilde è vicinissimo a quello di Cristiano Ronaldo, la visione del calcio di un rivoluzionario come Sacchi ha tanti punti di contatto con quella di Pollock nella pittura.

Insomma, il calcio ha un rapporto strettissimo con l’arte, individuare questa consanguineità è ricerca che può diventare entusiasmante, più in generale il football raccontato a volte può essere persino più appassionante di quello giocato, basta tuffarsi nell’epica sudamericana, Soriano in particolare, per rendersene conto.

Tra l’altro l’editoria sportiva in Italia, da qualche anno a questa parte, non smette di conquistare lettori, l’autobiografia di Agassi continua a restare sul podio dei libri più venduti, ma anche i memoriali degli idoli nostrani, Pirlo e non solo, hanno trovato una precisa nicchia di mercato. Del resto anche la scienza lo ha confermato, s’impenna l’indice dei felicità dei lettori, i non lettori non sanno affrontare la vita nella stessa maniera positiva, le storie sportive, quelle scritte bene, sono un formidabile antidoto alla negatività.  Ed un veicolo di “cultura” sempre colpevolmente sottostimato.

 

Perché, a suo parere, letteratura e libri trovano poco spazio in tv? Colpa del “mezzo” o del modo con cui se ne parla?

Fare un programma sui libri, renderlo istruttivo e godibile per chi guarda non è per nulla facile, la passione che fiammeggia nella pagina scritta non è facilmente trasferibile sul video, senza contare che l’abitudine è spesso quella di invitare nelle trasmissioni gli autori-personaggi, o quelli dotati delle caratteristiche per diventarlo, e non gli autori dei libri migliori. Il rischio è sempre quello che l’ aura cool del personaggio finisca per prevalere sulla sostanza del testo. Booklovers tenta di andare in un’altra direzione, scavando sempre dentro lo scrittore, con il grandissimo lavoro dell’autore Donato Dallavalle, creando il contesto più suggestivo attorno a lui, con la regia cinematografica di Francesco Imperato, ma la qualità letteraria resta al centro del programma, al di là delle tendenze del momento, e certe divagazioni spiazzanti nel percorso sono lì a certificarlo. Booklovers è davvero un’altra cosa rispetto alle altre trasmissioni televisive sui libri, lo è nei contenuti e nell’impatto visivo.

 

Giorgio Porrà, “La passione per un libro non è facilmente trasferibile in televisione” ultima modifica: 2015-12-10T10:00:53+00:00 da Salvatore Galeone

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