Lettera

La lettera di Vittorio Gassman: “Come è brutta, Roma!…”

Era la primavera del 1995, quando Vittorio Gassman scriveva al suo amico Giorgio Soavi una lettera d’amore e di odio per la città eterna
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Era la primavera del 1995, quando Vittorio Gassman scriveva al suo amico Giorgio Soavi una lettera d’amore e di odio per la città eterna che lo aveva accolto ragazzino e gli aveva dato la fama. Lo scritto è stato riscoperto durante una delle passate edizioni del Festival delle Lettere, che si svolge ogni anno. 

Lettera di Vittorio Gassman

Caro Giorgio,

sono a Roma da pochi giorni, e già ti scrivo due righe. A me piace scrivere lettere agli amici. Negli anni d’accademia, fra me e una decina di compagni, non contenti di stare insieme giorno e notte dividendo idee, libri, vino e ragazze, intercorse non meno di un migliaio di lettere a mano, un mostruoso epistolario a undici voci che andò purtroppo perduto nei vari traslochi e destini.

Ripenso spesso a quegli anni ’40, ancora grevi di guerra e fascismo ma fervidi di progettualità e utopie d’arte. Anni in cui giocoforza imparavamo l’arte dell’accontentarsi, così poco frequentata dalla generazione attuale: vestivamo goffamente in panni più volte riattati, la pizza in trattoria rientrava nei lussi, a casa si consumava più castagnaccio che caviale. Ma dentro di noi trillava il campanellino della gioventù incosciente eppure presaga, l’attesa via via diventava speranza, fino al ’45 liberatorio, alle pirotecnie del dopoguerra.

Il dopoguerra fu ancora più risicato negli agi, ma gonfio di prospettive, tutto sembrò possibile per tutti: cooperare alla democrazia, sfondare nel teatro, bere la Coca-Cola, farsi l’utilitaria. La mia prima cinquecento mi si sfondò contro un paracarro in una sera di ciucca; ma nessun altro motore mi canta più felicemente nella memoria: alla fine dei ’60 guidavo un Porsche vertiginoso, però sapevo che la festa delle illusioni – ovvero la pacchia – era finita per sempre.

Per attraversare Roma non ci volevano più venti minuti ma un’ora e mezzo, i vecchi romani erano sommersi dalla turba dei trapianti, tassinari abruzzesi incazzati come bisonti, vigili spietati dalle disumane cadenze. E naturalmente la televisione che operava i primi cataclismi, e il teatro divenuto comizio, e… e…

Teneva ancora il cinema, feci allora film fra i miei migliori, Profumo di donna, C’eravamo tanto amati con Manfredi e Fabrizi. Durante le pause Aldo cucinava per sé e per i tecnici pignatte di penne all’amatriciana e saporitamente esponeva le sue teorie politiche, non propriamente progressiste.

Gli ’80. Dopo il piombo la farsa. Corruzione e consumismo gettano le fondamenta per la Roma d’oggi

Come è brutta, Roma! Brutta di questa sua accecante bellezza, su cui risaltano i segni dello sfacelo come una voglia di barbabietola su un volto purissimo.

Nessuno vede più nessuno, gli intellettuali si fanno le pippe, i cafoni si ammazzano di fatica per illudersi di divertirsi nel tanfo dei night, nei cinema dal sonoro schifoso, nel pugnalarsi allo stadio. La televisione ha rimpiazzato la realtà, se non passi nei catodi è come se ti avessero tolto la carta di identità; la coda alla vaccinara sa di hamburger…

Mi si potrà dire: “ Ma che te ne frega a te, non è anche un po’ presuntuosa questa tua esigenza di bellezza? Mica sei il paladino della civiltà”. Avete ragione. Io non sono un esteta ma c’è qualcosa di grifagno nelle ferite che la bruttura dilagante ci assesta: davvero credo che per uno come me, che ha sia pur modestamente lavorato sui materiali dell’arte, la bellezza no sia un optional ma un’esigenza, un irrinunciabile elemento dell’alimentazione. E tanti , per fortuna, la pensano ancora così, la partita non è ancora chiusa.

Scrivimi!!! Il tuo comunque romano e romanista

VITTORIO

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