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“Il lampo”, la poesia di Pascoli che immortala la potenza della natura

Nel giorno in cui ricorre l’anniversario del poeta italiano Giovanni Pascoli, lo ricordiamo attraverso “Il lampo”, una breve poesia che immortala la potenza della natura.

Il 6 aprile 1912 moriva uno dei più grandi poeti italiani: Giovanni Pascoli. Autore che ha concepito la poesia come un lavoro introspettivo ed intimo, volto a scavare nel quotidiano per ritrovare una dimensione infantile e primitiva dell’io, Giovanni Pascoli ci ha regalato versi memorabili che sono rimasti impressi nelle nostre menti e nel nostro cuore. Oggi, proponiamo la lettura de “Il lampo”, un componimento assolutamente originale che attraverso pochi versi ci conduce alla visione di un’immagine nitida, bellissima e a tratti spaventosa.

Il lampo

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:

bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;

come un occhio, che, largo, esterrefatto,

s’aprì si chiuse, nella notte nera.

Un istante di verità

I sette endecasillabi che compongono la poesia hanno il potere di trasportarci, dovunque ci troviamo, nel luogo in cui il poeta sta assistendo alla visione del lampo. Percorrendo i versi, proviamo una sensazione intensa, una meraviglia mista alla paura, come se le parole di Pascoli di fronte al fenomeno atmosferico del temporale fossero in grado di intercettare il visibile e anche l’invisibile, il semplice quanto magnifico lampo e il suo significato più intimo e nascosto.

E infatti, il lampo che accende d’un tratto la visione di una casa “bianca bianca” ci ricorda immediatamente un’altra poesia dell’autore, quella in cui il protagonista è una rondine che viene uccisa prima di poter tornare al suo nido. La dimora che appare e subito sparisce con la luce del lampo è un nido caldo e accogliente dove tutto ciò che accade fuori è attutito dall’affetto. Che sia la dimora del poeta dove stava per ritornare il padre prima di essere ucciso da uno sparo – veloce e accecante come un lampo – nel cuore della sera?

Ecco da cosa è data questa miscela di sensazioni che il lettore sperimenta con la lettura di un componimento che è tanto breve ma incisivo: “Il lampo” ha come soggetto sì una scena che immortala l’immensa potenza della natura, rappresentata tanto dall’immagine del lampo quanto dai climax presenti ai vv.2-3, ma parla anche e soprattutto della morte, della perdita che un figlio è costretto a metabolizzare nella “notte nera”, mentre si apre e si chiude “l’occhio esterrefatto”, ancora incredulo per ciò che è successo.

Una poesia che si presta a molte interpretazioni e che rimane nel cuore, sempre capace di interrogarci ed emozionarci.

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli nasce il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna, da una famiglia agiata. Il padre, Ruggiero, è fattore presso una delle tenute dei principi di Torlonia. La famiglia è molto numerosa: Giovanni è, infatti, il quarto di dieci figli.

L’infanzia di Giovanni trascorre in modo abbastanza sereno fino al 10 agosto 1867, quando una tragedia colpisce la casa: mentre torna dal mercato di Cesena, il padre di Giovanni Pascoli viene ucciso da alcuni spari. Comincia così un periodo di tristezza e difficoltà economiche, culminato con il trasferimento a San Mauro e poi a Rimini, dove il fratello maggiore di Giovanni ha trovato un ottimo lavoro.

Intanto, però, i lutti si susseguono rapidamente: nel 1868 muoiono la madre e la sorella maggiore, nel ’71 il fratello Luigi, nel ’76 Giacomo.
Sebbene in difficoltà economiche, Giovanni riesce a completare i suoi studi classici e ad iscriversi alla facoltà di lettere con una borsa di studi all’Università di Bologna. Gli anni universitari sono un po’ turbolenti: il giovane partecipa a manifestazioni socialiste contro il governo e nel 1979 viene arrestato.

La permanenza per qualche mese in carcere segna il definitivo distacco dalla militanza politica. Da adesso, Giovanni Pascoli si dedica esclusivamente alla poesia e alla sua famiglia, in particolare alle due sorelle Ida e Mariù, con cui vive a Massa dal 1884, per ricostruire il nido familiare distrutto dai lutti. Nel 1887 la famiglia si trasferisce a Livorno, dove Giovanni Pascoli ottiene l’incarico di insegnante.

Le nozze di Ida e un nuovo incarico, stavolta come insegnante all’Università, stravolgono un’altra volta la vita del poeta, che si trasferisce con Mariù prima a Bologna e poi a Messina, dove ottiene l’incarico di professore di latino nell’ateneo siciliano. Nel 1905, infine, viene nominato professore di letteratura italiana all’Università di Pisa, sostituendo il suo stesso maestro, Giosuè Carducci.
Gli ultimi anni sono per Pascoli anni schivi e impegnati soprattutto nella scrittura. È ormai un poeta noto agli italiani. Scrive discorsi pubblici e e componimenti patriottici. Muore il 6 aprile 1912 a causa di un tumore allo stomaco.

 

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