Dilemmi linguistici

Si dice “per cui” o “perciò”? L’errore da non commettere

A rispondere al curioso dilemma, che spesso gli stessi dizionari italiani faticano a chiarire, ci prova Fausto Raso, giornalista specializzato in problematiche linguistiche
Si dice "per cui" o "perciò"? L'errore da non commettere

Si dice “per cui” o “perciò”? A rispondere al curioso dilemma ci prova Fausto Raso, giornalista specializzato in problematiche linguistiche e responsabile della rubrica “Perché si dice“. Ecco di seguito il suo intervento.

Abbiamo avuto modo di constatare (e constatiamo) che molte persone (con l’avallo di alcuni vocabolari?) adoperano in modo errato la locuzione «per cui», dando a questa un significato che propriamente non ha: “perciò”, “per la qualcosa”.

La premessa

Il cui, innanzi tutto, è un pronome relativo indeclinabile ed è riferibile a persona, animale e cosa. Non è corretto il suo uso in funzione di soggetto, si adopera esclusivamente con i complementi indiretti: ecco il libro di “cui” ti parlavo; tu sei la persona per “cui” ho molto sofferto. Quando è complemento di termine può essere o no preceduto dalla preposizione semplice o articolata “a”, dipende dal gusto di chi scrive o parla: la persona “cui” mi rivolsi o la persona “a cui” mi rivolsi.

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L’errore

Fatta questa importante (e necessaria) precisazione, veniamo all’errore di “cui” parlavamo all’inizio di queste noterelle. Lo strafalcione, dunque, consiste nel dare al “cui” un significato neutro che molto spesso si dà al pronome “che”, vale a dire l’accezione di «la qual cosa» formando, così, il costrutto – errato, ripetiamo – “per cui” nel senso di «perciò», «per la qual cosa». Per essere estremamente chiari, insomma, non si può dire o scrivere, per esempio, «ieri pioveva “per cui” non sono potuto uscire». Si dirà correttamente – in buona lingua italiana – «pioveva “perciò” non sono uscito».

Il “linguicidio”

Pedanteria? Fate l’analisi logica del “per cui” e giudicate. E a proposito di pedanteria (che brutta parola!) se proprio volessimo essere… pedanti dovremmo sostenere – a spada tratta – la tesi secondo la quale è errato scrivere i pronomi personali “glielo”, “gliela”, “gliene” ecc. in grafia unita. La forma corretta “sarebbe” quella staccata: “glie lo”, “glie ne”. Secondo il linguista Amerindo Camilli coloro che usano la grafia univerbata commetterebbero un “linguicidio”. Perché, dunque, questi pronomi (glielo, gliene ecc.) dovrebbero essere scritti in forma scissa? Perché, secondo il Camilli, la grafia staccata si conforma a quella di “me lo”, “te ne” ecc. La forma «errata», però, è proprio quella comunemente adoperata.

Fausto Raso

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