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centenario Sciascia

Perché Leonardo Sciascia è un intellettuale più che mai attuale

Ospitiamo il giudizio del noto critico d'arte Luca Nannipieri, di cui è uscito il libro "A cosa serve la storia dell'arte" (Skira), in occasione dei 100 anni della nascita di Leonardo Sciascia (1921-1989).

Cento anni nasceva una delle menti più ruvide e lucide del secondo Novecento italiano: Leonardo Sciascia. Il 20-21 ottobre 1969, appena si diffuse la notizia del furto della Natività di Caravaggio da un oratorio di Palermo (opera mai più rinvenuta), il grande scrittore originario di Racalmuto rilasciò un testo al quotidiano L’Ora. Un testo che potrebbe essere benissimo pubblicato oggi, durante la pandemia da Covid19, tale è rimasta la sua bruciante, corrosiva, attualità.

Leonardo Sciascia e la cultura

Già cinquant’anni fa, l’autore di Todo modo, Il giorno della civetta, A ciascuno il suo (eccellenti le sue interpellanze parlamentari da deputato radicale, tra il 1979 e il 1983, curate da Andrea Camilleri per Bompiani) con nitidissima lungimiranza profetizzò quel che, purtroppo, vediamo accadere oggi per musei, siti archeologici, biblioteche, archivi, gallerie, teatri. Ovvero la loro totale marginalità, la loro sostanziale irrilevanza agli occhi della gran parte dei cittadini e dei politici.

Di fronte a cittadini e governo che si interrogano tutti i giorni su impianti da sci, partite di calcio, discoteche, bar, ristoranti (tutte attività sacrosante) e non rivolgono mai una parola per musei, spazi monumentali e luoghi d’arte, che sono il portato principale della nostra millenaria civiltà e che sono chiusi da un anno, senza programmazione, senza sostegni a chi vi lavora, urlano con strabiliante avvedutezza le parole che Sciascia vergò cinquant’anni fa, commentando la facilissima sparizione del capolavoro di Caravaggio, ad opera di criminali mai rintracciati.

L’Italia e il patrimonio culturale

Ripropongo il suo testo qui, chiosandolo con quanto sta accadendo oggi al nostro paese.
“Sono sempre stato dell’opinione che l’Italia – cioè lo Stato, gli enti locali e ogni altra pubblica amministrazione – dovrebbe rinunciare, totalmente e definitivamente, alla custodia e manutenzione delle opere d’arte e anche dei manoscritti e dei libri rari. Non potendoci permettere il lusso di regalare, si potrebbero fare delle grandi aste che certamente frutterebbero quanto basta per portare tanta gente dalle baracche alle case e per risolvere il problema idrico di tanti paesi meridionali.”

Sentite il sarcasmo o, se volete, l’acido realismo di questa prima parte. Di fronte all’Italia che butta via il suo patrimonio (nel 2020 lo ha chiuso senza discussione e senza troppi patemi per un anno: i patemi sono venuti per piste da sci e partite di calcio), Sciascia è corrosivo. Diamo via all’asta la grande arte italiana, così con i soldi guadagnati, portiamo tanta gente dalle baracche alle case e l’acqua potabile in tanti paesi nel Sud.
Dopo prosegue: dando all’asta il grande patrimonio che abbiamo, “ci assicureremmo della sopravvivenza (non importa in quale altro paese del mondo) di opere destinate in Italia al trafugamento e alla distruzione.” Insomma ci dice: almeno non verranno trafugate o distrutte o lasciate nell’indifferenza, come accade ora.

L’ipocrisia italiana

Poi, da questa quasi assurda provocazione, guarda in faccia l’ipocrisia italiana, quella che mette la cultura tra gli articoli fondamentali della Costituzione, al pari dell’istruzione e della sanità, salvo poi tenerla chiusa per un anno per pandemia: alla vendita all’asta “si oppone naturalmente l’orgoglio nazionale, che è un sentimento del tutto alieno dalle cose concrete, che si appaga di parole e svanisce.” 

Ecco l’ipocrisia italiana, che si appaga di parole quando parla dell’importanza dell’arte, della bellezza e del patrimonio per la nostra civiltà, salvo poi lasciarla nel dimenticatoio delle cose chiuse ad oltranza per il virus.

“L’Italia è il paese dell’arte: ma le opere d’arte vadano in malora. Ancora una volta dobbiamo amaramente constatare che questo non è un paese civile. Non lo è nelle baracche dei terremotati e degli immigrati, a Montevago come nella periferie torinese; e non lo è nella conservazione delle opere d’arte e delle testimonianze storiche”.
Puntuale, preciso, impietoso.

La sconfitta di una nazione

E poi arriva il finale, che è il cuore del mio libro inedito “Caravaggio, la sconfitta di una nazione”:
“Sembra che non ci sia relazione tra un Caravaggio facilmente rubato a Palermo e una famiglia costretta a vivere in sei metri quadrati di baracca: e invece c’è, precisa, assoluta”.
Ecco, c’è una relazione precisa e assoluta tra le disuguaglianze sociali e la chiarissima disattenzione, la quasi indifferenza, con cui cittadini e Stato mandano alla malora il patrimonio che hanno ricevuto dalla Storia.

Se non si capisce “l’interdipendenza, il legame d’ordine”, che unisce un Caravaggio rubato e mai più ritrovato a musei e teatri lasciati chiusi per un anno, come fosse niente, allora le disuguaglianze dei ricchi e dei poveri, dei benestanti e dei disastrati, dei garantiti e dei precari, sono destinate a crescere.

L’attualità di Sciascia

Finché la povertà la giudichiamo un drammatico problema sociale, mentre l’arte e i musei vengono giudicati beni non essenziali, attività da tempo libero, finché non vedremo la relazione “precisa, assoluta” tra le disparità sociali, la povertà incancrenita nel ceto medio e basso, e l’arte chiusa a tempo indeterminato come fosse un passatempo, finiremo per perpetrare questo sistema. Avremo un patrimonio alla malora trattato con indifferenza e cittadini non consapevoli della ricchezza materiale, spirituale, strategica che possiedono dal passato. Divisi in tempo di crisi tra i benestanti e gli ampi strati della popolazione che, per indigenza, precarietà o fragilità contrattuale senza sicurezze, si mordono fegato e cuore per pensare al proprio futuro. Sciascia lo scriveva chiaramente per l’Italia del secolo scorso. Vale puntualmente per l’Italia del tempo attuale.

Luca Nannipieri

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