ARTE - Intervista alla neo direttrice di Palazzo Reale di Genova

Serena Bertolucci, ”Credete nella riforma dei musei: un’autonomia museale è possibile anche da alti livelli”

“Credete nella riforma dei nuovi musei, capisco che ogni volta che si affronta un cambiamento ci sia un po’ di resistenza: un’autonomia museale è possibile anche a livelli di alta qualità”. E’ un messaggio di ottimismo e di speranza...

La nuova direttrice di Palazzo Reale di Genova parla dei suoi i nuovi progetti e ci racconta la sua esperienza personale che metterà a disposizione del polo museale genovese.
 

MILANO – “Credete nella riforma dei nuovi musei, capisco che ogni volta che si affronta un cambiamento ci sia un po’ di resistenza: un’autonomia museale è possibile anche a livelli di alta qualità”. E’ un messaggio di ottimismo e di speranza quello lanciato da Serena Bertolucci, 48 anni, camogliese, nuova direttrice del Palazzo Reale di Genova per i prossimi quattro anni. Dal 1997 al 2006 è stata incaricata dal Ministero tedesco per l’educazione, la ricerca scientifica e la tecnologia della catalogazione e conservazione delle raccolte d’arte del centro italo tedesco per l’eccellenza europea Villa Vigoni (Como). Dal 2010 è direttrice di Villa Carlotta, Museo e Giardino Botanico sul lago di Como, dove lavora dal 2004. Autrice di numerose pubblicazioni, ha studiato e lavorato anche in Germania e negli Stati Uniti. Ecco quali sono i nuovi progetti e l’esperienza che metterà a disposizione del polo museale genovese.

 
Cosa rappresenta per lei essere nominata direttrice di Palazzo Reale di Genova?
Intanto è un ritorno a casa. Come molte persone, ho dovuto cercare lavora lontano dalla mia terra. Questa nomina rappresenta finalmente il momento di essere utile alla mia regione, di ritornare agli studi che ho fatto e soprattutto di applicare le esperienze che ho avuto. In realtà, il museo da cui provengo è proprio un prototipo di questi musei autonomi. Villa Carotta è un bene dello Stato tra i pochissimi che si mantiene soltanto con l’incasso dei biglietti. Abbiamo un’autonomia di bilancio, uno statuto: un’assoluta rarità, quello che diventeranno tutti i nostri musei con le riforme.

 
Quali sono i suoi progetti e le novità che intende introdurre?
Voglio che il museo diventi un autentico presidio culturale. Spesso abbiamo l’idea che esso debba essere soltanto un luogo polveroso, mentre in realtà si possono fare molte cose. Palazzo Reale di Genova è una realtà veramente grande, quindi la prime cose da fare sono riorganizzare gli spazi e rivolgersi al pubblico di prossimità. Genova ha due grandi bacini: uno è il grande pubblico turistico, l’altro è il pubblico di prossimità che potrebbe riavvicinarsi al museo con diverse iniziative: lezioni di storia dell’arte per i ragazzi, concerti, tutta una serie di cose che possono aprire il museo alla città.

 
Cosa porterà delle sue ultime esperienze a Villa Vigoni e Villa Carlotta a Como?
Porterò la capacità di far comprendere che valorizzazione non vuol dire strumentalizzazione del bene. Adesso c’è questo grande dibattito sul fatto che si stia arrivando alla mercificazione del bene culturale. La cultura può essere motore di sviluppo, senza far perdere la propria identità al museo. Villa Carlotta è circa il 3% del Pil della Provincia id Como, senza dimenticare il suo valore come museo. Quindi al suo interno non uno sfruttamento dissennato, ma iniziative all’altezza che rispettino la dignità del luogo. A Genova, mi piacerebbe proporre un ampio calendario che va dalla valorizzazione dei singoli dipinti fino ad attività rivolte ai bambini, proprio per tenere vivo ogni giorno il museo, per valorizzarlo in questo modo.

 
Grande dibattito e polemiche ci sono stati in seguito all’annuncio dei 20 nuovi direttori dei principali poli museali italiani. In particolare, viene criticato il metodo e la scelta di così tanti direttori non italiani. Lei cosa ne pensa?
Sono di parte, in quanto tra gli stranieri c’è un mio caro amico, Sylvain Bellenger, persona di valore straordinario. Io credo che sia il caso di iniziare a pensare che siamo cittadini europei e che si parli di 20 musei europei. Ritengo che l’esperienza dei nostri colleghi non italiani possa aiutarci in questo cammino che porta all’autonomia: noi stiamo iniziando adesso, ma all’estero questo processo è già ben radicato da molto tempo. Ci sono molti italiani che sono andati fuori: io stessa ho avuto la possibilità di godere di una borsa di studio in Germania, alla National Gallery adesso ci sarà un ruolo importante ricoperto da un italiano. In Italia abbiamo grandissime professionalità, ma credo che un contributo nella diversità non sia un disvalore.
 
20 agosto 2015
 
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