“Lettera a un figlio su mani pulite”, il libro che racconta un periodo buio della nostra storia

Attraverso questo libro Gherardo Colombo racconta per la prima volta ai più giovani una stagione controversa della storia della nostra Nazione
Attraverso questo libro Gherardo Colombo racconta per la prima volta ai più giovani una stagione controversa della storia della nostra Nazione

MILANO – L’8 gennaio è arrivato su La7 la serie tv di successo “1992”, incentrata sulle vicende che hanno portato a Tangentopoli. In concomitanza con la messa in onda della fiction, la drammaticità di quel periodo storico la si può riscoprire leggendo le parole contenute nel libro “Lettera a un figlio su Mani pulite“, il racconto di quegli anni scritto da un testimone d’eccezione: l’ex giudice e sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Gherardo Colombo.

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LA SERIE TV –  Il “1992” che è stato raccontata dalla serie prodotta da Sky è una precisa lettura tra politica, mani pulite e televisione, va da Mario Chiesa, Antonio Di Pietro e Marcello Dell’Utri, fino a una valletta pronta a tutto pur di arrivare in televisione. Una storia romanzata da cui traspare l’atmosfera di un periodo buio della storia della nostra Nazione.

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IL LIBRO – Lettera a un figlio su Mani pulite è il libro di un padre capace di trasmettere il senso ideale della giustizia e del rispetto delle regole; è l’opportunità di far ripercorrere a tutti, grazie a un protagonista d’eccezione, un’inchiesta che suscita tuttora slanci di consenso e sostegno, è l’occasione per cercare di ricostruire una società solidale capace di scandalizzarsi e prendere posizione contro ogni tipo di illegalità e abuso. Ecco un estratto del libro:

 

“Le indagini di Mani pulite, che hanno portato all’emersione di quel vero e proprio «sistema della corruzione» chiamato Tangentopoli, hanno segnato un periodo molto significativo della nostra storia più recente. È sembrato un momento capace di recare con sé novità sostanziali: dalle indagini del pool della procura di Milano è emerso via via un sistema illegale che coinvolgeva praticamente ogni settore del Paese.

Il nome Mani pulite, che è stato ideato strada facendo dai giornali, contrassegna una serie di indagini e una serie di processi che ne sono seguiti. La sua particolarità sta, da una parte, nell’incredibile vastità delle scoperte sotto il profilo investigativo e, dall’altra, nell’eccezionale risonanza mediatica e popolare che queste scoperte hanno avuto.

Il consenso dell’opinione pubblica, almeno all’inizio, è stato quasi plebiscitario, con il rischio, talvolta, di riversare l’entusiasmo sulle figure idealizzate dei singoli magistrati e di non rispettare la dignità degli indagati. Una personalizzazione che, alla lunga, si sarebbe rivelata controproducente e sarebbe andata a discapito dell’autorevolezza delle istituzioni.

Passati i primi momenti, durati peraltro pochissimo, in cui ancora non si sapeva che cosa sarebbe emerso, tutti i media – stampa, tv, radio – si sono concentrati su queste indagini, al punto che le notizie prodotte dal nostro lavoro costituivano l’apertura di qualunque testata o trasmissione nazionale.

L’inchiesta richiama molta attenzione anche a livello internazionale, con interesse dei media di tutto il mondo. Siamo invitati a parlare del tema della corruzione quasi ovunque: io personalmente ho raccontato la nostra esperienza negli Stati Uniti, presso l’università di Stanford e a Boston presso l’università di Harvard, e poi a Sidney in Australia, a Pretoria in Sudafrica, a Lima in Perú, a Buenos Aires in Argentina, e in Europa in Svizzera, Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Ungheria, Repubblica Ceca, Ucraina, Irlanda eccetera. Nel 1993 siamo invitati a San Paolo, in Brasile, dove veniamo accolti in maniera particolarmente originale: a parte le misure di sicurezza mastodontiche, appese a ciascun lampione delle strade lungo i nostri percorsi, ad altezza d’occhio, ci sono tantissime piccole saponette, a simboleggiare le «mani pulite». E chissà che cosa sarebbe successo se ci fossero stati Internet e i social network.

Prima che si trasformasse in quella che poi è diventata, Mani pulite sembrava un’inchiesta giudiziaria come tante altre: si sarebbe scoperto qualche episodio illecito, ma tutto sarebbe finito lì; e dal punto di vista tecnico lo fu. Esistono infatti regole molto precise riguardo a come si possa acquisire la notizia di un reato ed esistono regole che stabiliscono le procedure delle inchieste, e in particolare quali sono le possibilità e i limiti del pubblico ministero, cioè del magistrato che, secondo il nostro codice di procedura penale, dirige le indagini servendosi della polizia giudiziaria (che può essere di volta in volta rappresentata dai carabinieri, dalla Guardia di finanza, dalla polizia di Stato e da tutte le altre forze dell’ordine), alla quale chiede di acquisire documenti, di sentire persone eccetera. Procedure che abbiamo regolarmente rispettato.”

 

 

 

 

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