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Lorenza Gentile, “La felicità è una storia semplice, ma è difficile arrivare a capirlo”

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Forse ha ragione Lorenza Gentile, che nel suo nuovo romanzo “La felicità è una storia semplice” (Einaudi) ci mostra come la felicità sia una storia semplice…

MILANO – Lottiamo, inciampiamo, corriamo e lavoriamo. Saltiamo, cadiamo, amiamo e ci sfianchiamo. Facciamo di tutto per tentare di essere felici. Quando pensiamo di aver raggiunto un qualche barlume di felicità, improvvisamente questa ci sfugge tra le mani e vola via. Spesso abbiamo la sensazioni di essere destinati a perdere. Ci sembra tutto così complicato, un indovinello impossibile da risolvere. Ma forse ha ragione Lorenza Gentile, che nel suo nuovo romanzo, “La felicità è una storia semplice” (Einaudi), ci mostra come effettivamente la felicità sia una storia semplice.

Una persona prende in mano il libro con grandi aspettative. Siamo tutti alla disperata ricerca della felicità e poi ci imbattiamo in un volume che già dal titolo ci dice che “la felicità è una storia semplice”. Sei conscia delle attese che si creano?

Sì, e ho voluto giocarci: alla fine della storia quello di cui il lettore si renderà conto, come me ne sono resa conto io nel momento in cui ho finito di scriverla, è che la felicità è in effetti una storia semplice, ma è così difficile arrivare a capirlo! Questa è la storia di due personaggi molto lontani dalla felicità, che hanno smesso addirittura di crederci, e di come attraverso gli ostacoli e gli imprevisti finiscano in realtà per avvicinarvisi sempre di più.

Com’è nato il personaggio di Vito, un uomo di 46 anni che non ha il coraggio “né di vivere né di morire”?

Vito è un personaggio immaginario, ma si è presentato alla mia mente fatto e finito, con un’iguana come unica amica e con un grosso problema: voler mettere fine alla sua vita. Mi sembrava un cruccio sufficientemente importante per porvi la mia attenzione, quindi ho deciso di “aiutarlo” scrivendo la sua storia. Vito è un uomo senza il coraggio di agire, un uomo che preferisce rinunciare a scegliere pur di non correre il rischio di sbagliare. In questo senso rappresenta anche una parte di me e, credo, di tutti noi. Per questo ho pensato potesse essere interessante dargli voce e aiutarlo ad aprirsi alla vita.

Un uomo che sente che a volte il vuoto si fa insopportabile. Come è possibile riempirlo?

Il vuoto è impossibile da riempire. Lo abbiamo tutti dentro. Quando si fa sentire ci spaventiamo e corriamo subito ai ripari, cerchiamo di riempirlo in infiniti modi diversi: agli estremi ci sono alcool e droghe, ma anche frequentando persone pur di non stare da soli, o costruendoci un rapporto patologico col cibo, o semplicemente attaccandoci alla televisione. Eppure finiamo sempre per accorgerci che i nostri sforzi sono vani: il vuoto rimane vuoto. Io penso che la strada verso la felicità passi dall’accettazione di questo vuoto come parte della vita stessa e parte della vita di tutti. Solo così si riesce a guardare oltre, alle cose che ci fanno stare bene.

Vito vive a Londra da anni. E considera l’Italia un posto “buono solo per le vacanze, per il resto è invivibile”. Condividi il suo pensiero?

Assolutamente no! Ma c’è stato un momento in cui vivevo all’estero e avevo perso interesse per il mio Paese o piuttosto lo giudicavo per tutto quello che non funzionava. Non nego che ci siano Paesi in Europa più avanzati dal punto di vista sociale o politico magari, ma avendo io stessa fatto la scelta di vivere stabilmente in Italia penso anche che il nostro Paese abbia tanto da dare: oltre alla Storia, all’arte, alla cultura e alla cucina, ovviamente, penso che il valore più grande dell’Italia sia proprio l’umanità che mettiamo nei rapporti, la spontaneità con cui entriamo in contatto con gli altri. Anche Vito sarà costretto a ricredersi: avendo vissuto all’estero per vent’anni inizialmente osserva tutto con gli occhi di uno straniero, ma durante il viaggio si lascia travolgere dall’umanità dei personaggi, perché lasciarsi travolgere dalle persone, nel nostro Paese, è inevitabile. Questo, secondo me, è il grande valore dell’Italia.

La nonna di Vito abita a Milano da una vita ma considera Gibellina ancora casa sua. Quand’è che un posto diventa casa nostra? Tra l’altro, in una delle ultime pagine Vito pensa “Le città non si scelgono guardandole dall’alto, nonna. Bisogna entrare nella confusione del mondo per capire”.

Per me un posto diventa casa nostra quando è abitato dalle persone che amiamo o è stato abitato da loro. Sono le memorie di esperienze vissute quello che ci legano ai luoghi. La propria città del cuore non la si sceglie sulla carta, vuole dire Vito, ma solo vivendola. All’inizio del viaggio Vito rifugge la confusione eppure alla fine della storia capisce che evitare la confusione vuol dire evitare la vita. La vita è caos, le emozioni sono caos, e non si può fuggire questo caos se si vuole vivere pienamente.

In questo romanzo racconti un viaggio in treno da Milano in Sicilia, come ha fatto Vittorini in “Conversazione in Sicilia”, scrivendo di un uomo che parte perché in preda ad “astratti furori”. Ne hai preso spunto in qualche modo?

Il confronto mi fa onore e credo che ci sia una cosa su tutte che accomuna le due storie: una visione quasi onirica del viaggio, metaforica e metafisica: il percorso dei due protagonisti è, oltre a un vero e proprio tragitto fisico, anche un tragitto dell’anima, verso la scoperta di sé e della vita. Una riflessione profonda sul proprio passato, visto come una fitta trama di emozioni e di incontri, indissolubili e imprescindibili l’uno dall’altro.

Un viaggio che il lettore compie insieme a Vito. Cosa speri che rimanga a entrambi una volta giunti a Gibellina?

Una rinnovata voglia di vivere! Vorrei che il lettore, come Vito, si rendesse conto che la nostra esistenza è imperfetta: noi siamo imperfetti, le persone intorno a noi sono imperfette, il passato è imperfetto, il presente è imperfetto e pure il futuro lo sarà! La perfezione è impossibile da raggiungere, ma nel momento in cui accettiamo questo siamo liberi. Non ci aspettiamo di più di quello che la vita può darci e ci rendiamo conto che abbiamo già tantissimo.

Lorenza Gentile, “La felicità è una storia semplice, ma è difficile arrivare a capirlo” ultima modifica: 2017-05-16T12:26:18+00:00 da francesca

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