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A ricordare e riveder le stelle

Lea Garofalo, storia della testimone di giustizia vittima della ‘ndrangheta

Per la campagna “A ricordare e riveder le stelle”, oggi conosciamo la storia di Lea Garofalo, testimone di giustizia italiana, vittima della 'ndrangheta, uccisa il 24 novembre 2009.

I ragazzi dell’Istituto Superiore G. La Pira di Pozzallo sono i protagonisti della campagna “A ricordare e riveder le stelle”. L’iniziativa, che rievoca Dante Alighieri, ha visto i ragazzi adottare ognuno una stella, ovvero il nome di una vittima della mafia, fare una ricerca e ricostruirne la storia con tutti i sentimenti che può evocare e conoscere meglio queste biografie per molti sconosciute. Oggi conosciamo la storia di Lea Garofalo, testimone di giustizia italiana, vittima della ‘ndrangheta, uccisa il 24 novembre 2009. 

La storia di Lea Garofalo

“Sono Lea Garofolo, ho 35 anni e sono nata a Petilia Policastro, un paesone di quasi 9000 abitanti a una cinquantina di chilometri da Crotone. Mi aspettavo di nascere in una famiglia per bene ma a quanto pare era meglio se nell’utero di mia madre mi limitassi a mangiare e non a sperare. Non conobbi mai mio padre, morto quando avevo appena 9 mesi di vita, nella cosiddetta “faida di Pagliarelle”, una guerra di ‘ndrangheta senza esclusione di colpi scoppiata agli inizi degli anni ’70.

Quando avevo appena 17 anni conobbi Carlo Cosco e ahimè me ne innamorai perdutamente, di un amore per me più che sincero. Carlo era di famiglia mafiosa ma dopo aver vissuto per anni con persone losche, non me ne importò. Fu con lui, con il mio amore, che mi trasferì a Milano. Qui speravo di costruire la mia vita, di far crescere mia figlia come una donna libera. Mia figlia Denise era un dono di Carlo e inutile negare che con loro ero davvero felice.

Nel 1996 qui a Milano uccisero mio fratello Floriano, boss di Petilia arrivato in Lombardia per seguire i suoi affari, soprattutto quelli legati al traffico di droga. Dopo il suo arresto e quello del mio compagno decisi di andarmene, Non so perché così dal nulla, so solo che la mia vita è stata sempre niente, non gliene è mai fregato niente a nessuno di me. Non ho mai avuto né affetto né amore da nessuno. Sono nata nella sfortuna e ci morirò.

Oggi però ho una speranza, una ragione per cui vivere e per andare avanti, questa ragione si chiama DENISE, mia FIGLIA. Lei avrà da me tutto quello che io non ho mai avuto da nessuno. Qualche anno dopo presi una decisione. Vidi alcuni episodi che mi fecero capire che io e la mia Denise non eravamo per niente al sicuro. Quindi mi presi di coraggio e mi recai dai carabinieri, ai quali cominciai a raccontare tutto quello che sapevo. Intrecci, complicità, affari sporchi.

Da quel giorno entrai a far parte del programma protezione e mi trasferì a Campobasso. Ero considerata non una testimone di giustizia ma una collaboratrice, una pentita. Furono anni difficili per me e Denise, soffrivo tanto e ho sofferto ancora di più quando nel 2006 mi venne revocata la protezione. Le mie dichiarazioni non vennero più ritenute attendibili perché non portavano a nessun risultato. Come se io potessi mai mentire su fatti del genere. Mi sembrava assurdo così ricorsi al TAR, ma fu invano.

Non ancora arresa mi rivolsi al Consiglio di Stato e anzi fortunatamente ebbi successo. Nel 2007 fui riammessa nel programma di protezione, ma ancora come collaboratrice di giustizia e non come testimone. Ma fa niente, l’importante era poter proteggere Denise. Ad un certo punto però mi ritrovai stremata dalla sofferenza, era una situazione molto tormentata e difficile. Realizzai che così non si poteva continuare, prima di tutto dovevo proteggerla io mia figlia. Nessuno mai poteva proteggerla meglio di sua madre e a sua madre servivano le forze per portarlo fare.

Quindi decisi di mettere fine a questa sofferenza e nel 2009 di mia spontanea volontà lasciai il programma di protezione. Ero ignara però del fatto che i Cosco non perdonano ed erano sulle mie tracce da anni. Difatti il mio ex compagno incaricò un suo sodale, Massimo Sabatino, di rapirmi e uccidermi ma fortunatamente fallì. Ovviamente tornai ad essere spaventata e scrissi una lunga lettera al presidente della Repubblica, nella quale misi nero su bianco tutto il mio dolore e la mia sofferenza. Nel novembre del 2009 tornai con Denise a Milano, invitata a tornare da Carlo, il mio vecchio amore.

Decisi di andare incontro al mio destino, ero sia spaventata che felice perché sembrava davvero essere pentito, voleva rivedermi ed era davvero interessato a dare un futuro a nostra figlia. Quattro giorni dopo, nel pomeriggio, mi portò in un appartamento che si era fatto prestare per portare a compimento il suo piano. Appena entrata lì, in quella casa di Piazza Prealpi, trovai Vito e Giuseppe Cosco, miei ex cognati e capì subito che parlare del futuro di Denise era l’ultima cosa che sarebbe successa là dentro. I fratelli Cosco iniziarono a torturarmi e mi chiedevano di parlare. Ma a cosa sarebbe servito? Mi avrebbero lasciata libera se avessi parlato? Avrei avuto sicuramente la stessa sorte quindi tanto valeva stare in silenzio ed accettare il mio destino. Difatti poco dopo mi uccisero.

Non contenti affidarono il mio corpo a tre dei loro uomini: Carmine Venturino, Rosario Curcio e Massimo Sabatino perché lo trasportino a Monza. Qui, su un terreno di San Fruttuoso, il corpo viene dato alle fiamme insieme a 50 litri di acido e lasciato bruciare per quasi tre giorni, perché non ne rimanesse traccia. Fu così che mi spensi definitivamente e insieme a me tutte le speranze di vita che avevo e la speranza di veder mia figlia diventar donna e libera.”

Questo è quasi tutto ciò che vi direbbe Lea se solo ad oggi vi potesse parlare della sua vita. Forse non doveva tornare a Milano, forse doveva dare ascolto alle parole dell’avvocato Enza Rando, che cercava di metterla in guarda e tentava di dissuaderla dall’incontrare di nuovo Carlo Cosco. Avvocato che fu fondamentale nella sua vita e con la quale fu messa in contatto da Luigi Ciotti, fondatore di Libera, dopo che Lea gli raccontò la sua vita e il suo sentimento di sfiducia, anche nei confronti dello Stato, l’anno prima della disgrazia. Ma purtroppo Lea scelse di affrontare il suo destino ma rimarrà per sempre nel cuore suoi cari, soprattutto nel mio perché so che se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene, ti amo mamma. Tua, Denise.

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