Sei qui: Home » Società » Giornalismo di guerra, i martiri dell’informazione da ricordare
giornalismo di guerra

Giornalismo di guerra, i martiri dell’informazione da ricordare

Dall'inizio della guerra in Ucraina, sono cinque i giornalisti che sono stati uccisi e almeno 35 quelli feriti. Ecco quali sono stati i giornalisti di guerra più celebri della storia

Dall’inizio della guerra in Ucraina, sono cinque i giornalisti che sono stati uccisi. “Riteniamo che ormai i giornalisti vengano deliberatamente presi di mira allo scopo di creare terrore e di impedire che emerga la verità. Non si tratta di errori”, ha affermato all’ANSA il segretario della Federazione Europa dei Giornalisti (Efj), Ricardo Gutierrez.

I martiri dell’informazione in Ucraina

Le vittime di guerra in Ucraina mentre facevano il loro lavoro di giornalisti sono Viktor Dudar, colpito durante i combattimenti vicino a Mykolayiv, il cameraman Yevhen Sakun ucciso in un attacco missilistico a Kiev e l’americano Brent Renaud, ucciso a Irpin, nella regione di Kiev. Ha perso la vita durante i combattimenti vicino a Mykolayiv, invece, l’altro reporter ucraino Viktor Dudar. Sono almeno 35 i giornalisti feriti, secondo la responsabile per i diritti umani del parlamento ucraino, Lyudmila Denisova, mentre si sono perse le tracce di Oleh Baturin a Kherson, città in mano alle forze russe, sospettate del suo sequestro. Il ritorno del conflitto in Europa ha portato giornali e tv di tutto il mondo a riscoprire il ruolo degli inviati di guerra, veri e propri martiri dell’informazione che mettono a repentaglio la propria vita per raccontare il conflitto sul posto.

Il giornalismo di guerra

Il giornalismo di guerra è la branca del giornalismo che si occupa di descrivere e raccontare le vicende belliche attraverso inviati e corrispondenti presenti sul posto dove si combatte. Uno dei primi esempi può esser considerato Gaio Giulio Cesare, che svolse il ruolo dell’inviato di guerra, scrivendo i suoi commentari, il “De Bello Gallico” e “De bello civili”. Il primo reporter della storia però è considerato Erodoto: egli, infatti, fu autore delle “Storie”, che raccontavano le cause e le vicende della guerra fra le poleis della Grecia e l’impero persiano. Fece una narrazione con metodo, simile all’ “andare-vedere-raccontare” tipico del giornalismo. Ad innescare l’esplosione della stampa periodica in tutta Europa fu la Rivoluzione Francese: con essa aumentò il numero di giornali e riviste, ma soprattutto, l’interesse da parte del pubblico per le notizie. 

Viene generalmente riconosciuto come padre del giornalismo di guerra William Russell, che nel 1854 fu mandato dal direttore del “Times”, a raccontare la guerra di Crimea (1853-1856). Per la prima volta un quotidiano inviava un proprio dipendente fisso a seguire con continuità un’operazione militare. Cominciò a scrivere tutto, rompendo la verità codificata. Russell si aggirava tra le truppe, visitava gli accampamenti e le postazioni e diventava testimone oculare di ogni fatto significativo. Il suo merito maggiore fu che, per la prima volta, riuscì a raccontare gli eventi bellici dal punto di vista giornalistico e non da cittadino di un Paese che era parte in causa nel conflitto bellico. Riuscì a fornire un’informazione che mirava ad essere fattuale ed obiettiva, anche a costo di risultare “scomoda”. Russell inventò la professione di reporter di guerra.

Nel XIX secolo, con il sorgere della “questione d’Oriente” nei Balcani, il “Corriere della Sera” inviò due dei suoi corrispondenti, Marco Antonio Canini, sul fronte russo e Gustavo Minelli in Turchia. Fu però quando cominciò l’avventura coloniale in “terra d’Affrica” che iniziò la storia dei corrispondenti di guerra italiani. Tra coloro che sono passati alla storia vi è senza dubbio Luigi Barzini: non solo lo storico collaboratore del “Corriere della Sera”, Barzini è considerato il più grande inviato di guerra italiano, ma la sua fama ha scavalcato i confini nazionali.

Hemingway, Capa e Montanelli

Tra i giornalisti di guerra troviamo importanti esponenti del mondo della letteratura e della fotografia come Ernest Hemingway, Robert Capa (considerato il più grande fotoreporter della storia) e l’italiano Indro Montanelli. Hemingway partecipò attivamente alla guerra civile spagnola dalla parte dei repubblicani. Egli, già celebre scrittore, scrisse degli articoli eccezionali in quanto rimandavano al lettore la sensazione di trovarsi in mezzo al conflitto. Tuttavia, la sua simpatia per i repubblicani era molto forte, e i suoi servizi non sempre furono imparziali.

Robert Capa, invece è passato alla storia per una celebre fotografia di guerra: riuscì a riprendere il momento esatto in cui un miliziano viene colpito. Molti sono stati i dubbi sulla veridicità della fotografia. Il fatto che Capa fosse così vicino alla scena e che egli stesso non abbia mai chiarito la questione hanno sollevato molti dubbi. Alcuni indizi però, dimostrano che la foto è reale. Infatti, il miliziano ritratto nella foto è stato riconosciuto dal fratello, che ha confermato che la sua morte è avvenuta il giorno stesso in cui è stata scattata la foto. Durante la seconda guerra mondiale, Capa riuscirà a ripetersi e a scattare fotografie di valore inestimabile.

Indro Montanelli, pur essendo schierato dalla parte dei franchisti riuscì a raccontare in modo imparziale gli eventi della guerra. Questo gli provocò non pochi problemi: per un articolo sulla Battaglia di Santander (14 agosto – 1º settembre 1937) venne espulso dal partito fascista e dall’ordine dei giornalisti. Tuttavia l’anno seguente tornò alla sua professione, raccontando per il Corriere la guerra russo-finlandese.

Afganistan, una storia di Fulvio Gorani

Afganistan, un Paese che non accetta il nostro concetto di democrazia

Fulvio Gorani, giornalista e inviato di guerra per la Rai racconta l’Afganistan attraverso gli occhi di chi ha conosciuto bene il Paese e la sua popolazione

Gli inviati di guerra contemporanei

In tempi recenti, negli anni ’80 e ’90 diversi conflitti esplosero in Africa. Fra gli inviati che li raccontarono, vi trovarono la morte i giornalisti italiani Almerigo Grilz in Mozambico e Ilaria Alpi, con il cineoperatore Miran Hrovatin, in Somalia.

La guerra del Kosovo. conflitto armato combattuto tra il febbraio 1998 e l’11 giugno 1999, fu molto seguita con reportage e servizi, seppur l’informazione fu però molto imprecisa e parziale. La stampa internazionale venne espulsa, a parte casi eccezionali. In Italia si ricordano le corrispondenze del giornalista della RAI Ennio Remondino, che fece più di 2000 dirette televisive in 79 giorni di bombardamenti NATO, e il giornalista Toni Capuozzo di Fininvest.

Nel 2001 fu la volta della guerra in Afghanistan, inevitabile conseguenza degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York. Tra i giornalisti italiani impegnati sul posto ricordiamo il fotoreporter Elio Colavolpe e l’inviata del “Corriere della Sera” Maria Grazia Cutuli, che fu uccisa da una banda armata, poco dopo aver scoperto un clamoroso scoop: un campo di addestramento di terroristi che stavano lavorando ad armi chimiche.

Della guerra in Iraq iniziata nel 2003 e conclusa con la capitolazione di Saddam Hussein si ricorda soprattutto le difficoltà di fare cronaca del dopoguerra. In questo periodo la maggior parte dei reporter lasciò l’Iraq, diventato un posto pericolosissimo per gli occidentali. Due reporter italiani, Giuliana Sgrena ed Enzo Baldoni, furono rapiti da gruppi guerriglieri. La Sgrena fu liberata, mentre Enzo Baldoni fu ucciso mentre cercava di testimoniare l’assedio di Fallujah. Martire dell’informazione la cui memoria, come quella di tutti gli altri, vivrà in eterno.

 

© Riproduzione Riservata