Ti ci devo portare – Racconto di Serena Artuso

Ti ci devo portare – Racconto di Serena Artuso

L’estate aveva un odore particolare, avvolgente e intenso, profondo: era il profumo della sabbia, che si mescolava a quello della resina e del legno della pineta, era quello del cloro delle piscine, della crema solare spalmata quando si usciva dall’acqua, quello leggermente bruciacchiato della carne e delle verdure, che cuocevano a fuoco vivo. C’era poi la fragranza dolce dello sciroppo zuccheroso dei gelati e delle granite e quella fresca e fruttata dei meloni, delle angurie e del cocco, tagliati sui bancali dei supermercati.
E poi c’era il mare, quel mare che non cambiava mai, che aveva sempre quello stesso, identico odore, che ti impregnava la pelle e sembrava entrare a far parte di te, che diventava il tuo di profumo.
L’estate aveva il gusto dei primi baci, scambiati mentre un’onda arrivava e l’altra si allontanava, baci rubati, nascosti da quel mare complice, l’estate aveva il sapore della vita, che scorreva e trascinava, e non lasciava il tempo di pensare.
L’estate erano i giri senza meta, era la possibilità di scoprire luoghi nuovi, suoni nuovi, esperienze nuove, era il ritmo della musica alle feste in spiaggia, era la chitarra malinconica al chiarore della luna, era il ballare attaccati, era la sensualità appena rivelata.
L’estate era caotica imprevedibile, era senza pensieri, era emozione, era il tutto o niente, era la pienezza vissuta e il vuoto che essa lasciava.
Per questo ora Celeste stava lì, con i piedi nella sabbia, lambiti dalle onde, sul far dell’autunno, con lo sguardo sull’orizzonte, dove cielo e acqua si abbracciavano: per raccogliere i ricordi abbandonati, vestigia di quello che era stato. L’estate si era svuotata, come quelle conchiglie trascinate a riva dal mare impetuoso, che non avevano più un passato e nemmeno un futuro, che non andavano più né indietro né avanti, destinate a spezzarsi e sbriciolarsi; sarebbero divenute parte della sabbia, sarebbero scomparse.
L’autunno metteva addosso malinconia: la notte si allungava e consumava i residui del giorno, il buio era più profondo, la sera non aveva musica, e lasciava dentro la voglia di restare a casa, accoccolati, riparati; il desiderio di scoperta si perdeva, tutto era rimandato: magari un altro giorno, un’altra volta, in un nuovo tempo. L’autunno dai colori infuocati bruciava tutto e abbandonava le nostalgiche ceneri dell’estate.
Prima di allora Celeste non aveva fatto troppo caso al passare delle stagioni, ma quell’inverno tutta la vita che si era costruita aveva cominciato a crollare, come un castello di carte: ne cade una e spinge le altre verso il baratro, e, se provi ad afferrarle, se provi a fermarle, fai molto peggio, butti giù anche quelle rovine spezzate che magari per un po’ sarebbero rimaste in piedi, che magari sarebbero potute essere la base per la ricostruzione.
Aveva perso quella che era la sua normalità, Celeste, la sua storia d’amore era finita, più per noia che per odio, perché lei era cambiata e lui non si era adattato al suo cambiamento, o forse lei non era stata in grado di assecondare il suo restare sempre lo stesso. Erano entrambi due spiriti forti, ma lui era proiettato verso il futuro, non sapeva vivere senza progetti, lei invece seguiva la marea, si adattava, lasciava che gli eventi la trascinassero. Lui la rimproverava perché, invece di fare qualcosa di concreto, continuava a scrivere e progettare viaggi, quello era il suo massimo di impegno per l’avvenire. Lei gli rispondeva che lo voleva condurre a vedere nuovi luoghi, nuove città, voleva sempre di più, voleva nuovi orizzonti.
La separazione non era stata né indolore né lancinante, era stata indolente, era successo e nessuno aveva agito per bloccarla.
Celeste aveva preso la macchina e aveva viaggiato quell’estate, non solo nei soliti posti, aveva spostato il suo raggio d’azione, la sua bussola girava continuamente, era sempre in funzione. Riempiva il tavolo di cartine stradali, apriva il computer e cercava immagini, video, qualsiasi cosa, parlava con gli amici e si faceva raccontare di questo o quel posto e poi partiva. Era stata un’estate così, un’estate di prova, poi in autunno chissà, magari al futuro avrebbe iniziato a pensarci.
“Ti ci voglio portare.”
Così doveva intitolarsi il suo diario di bordo, voleva che fosse una dichiarazione d’amore per lui, ma lui l’aveva lasciata, perché ormai erano su binari diversi. Ma non importava, perché “ti ci voglio portare” era diventata una dichiarazione d’amore a sé stessa, alla sua anima che non la smetteva di cercare.
A volte non era tanto la destinazione l’importante, quanto il viaggio, era un po’ come nella vita, a volte Celeste seguiva un percorso, decideva di visitare un luogo e poi cambiava strada. Succedeva per caso: arrivava da qualche parte, iniziava ad attuare il programma prestabilito e poi ecco: un’indicazione per un posto di cui non aveva mai sentito parlare, ma che sembrava così particolare che già che era lì non poteva non vedere. O magari veniva spinta dalle chiacchiere di qualche vecchietto del posto, che iniziavano come due parole scambiate mentre prendeva il caffè prima di incamminarsi, convenevoli per riempire il silenzio: da dove vieni? quanto ti fermi? ti piace qui?
E poi arrivava LA domanda: sei qui per visitare quel posto?
E la risposta: No, veramente io volevo vedere un’altra cosa.
E quindi l’accenno di delusione: Ah sì, sono bellissimi entrambi.
Ma il seme della curiosità era già stato instillato e non vi era scampo. Cominciavano le riprogrammazioni dell’ultimo minuto, reimpostava l’indirizzo su google maps, nella speranza che il cellulare prendesse anche in quel luogo sperduto, altrimenti si riaffidava al proprio senso dell’orientamento, non era tanto male infondo. Così si trovavano degli angoli poco noti, tranquilli, parti di città fuori dall’afflusso turistico, che racchiudevano piccole gemme da assaporare con calma, così si scoprivano parti di mondo che magari sfuggivano ai più, ma che erano quelle che restavano dentro, che racchiudevano il cuore stesso del viaggio.
Estate era soprattutto perdersi e ritrovarsi solo dopo un po’, magari cambiati.
David lo aveva conosciuto così, un po’ per sbaglio, un po’ per caso, mentre girovagava solitaria, lontano dalla folla. Lui sorseggiava un aperitivo in un chiosco, non segnalato da nessun cartello, che solo chi conosceva frequentava, in un giorno in cui lei non doveva essere lì, perché sarebbe dovuta partire ieri, ma poi c’erano state troppe cose da vedere, da vivere, da scoprire, ed eccola ancora lì oggi.
Estate era chiedere a un ragazzo dai lunghi riccioli morbidi cosa disegnasse su quel blocchetto rosso, estate era sorridergli con gli occhi, era sorridersi a vicenda con il corpo, era stare seduti uno di fronte all’altro su quei cuscini vintage, ammirando la recente ristrutturazione di quel cortiletto anonimo. Estate era la musica di sottofondo, un jazz lento, una voce calda. Era il desiderio di ballare vicini nonostante gli sguardi della gente, sotto le fronde verdi di quegli alberi che si arrampicavano sulle colonne e i cui rami ricadevano placidi, filtrando i raggi del sole caldo, troppo caldo. Estate era parlare ancora e ancora, mentre ci si faceva portare un altro drink e magari qualcosina da mangiare, era sfogliare quel quaderno e pensare di conoscere da sempre quel tratto delicato di matita e, nonostante questo, desiderare di conoscerlo ancora più a fondo. Estate era fare il bagno insieme in luoghi sconosciuti, era prendere il sole sugli scogli, era addormentarsi con la mano sul corpo dell’altro e un libro socchiuso lì affianco. Era il suo libretto rosso, che adesso pullulava di paesaggi e di scorci di città, di mare infinito e di montagne che si nascondevano, una dietro l’altra; erano le istantanee di momenti, alcuni più felici di altri, erano gli occhi verdi di Celeste, che lui aveva riprodotto così bene, non il loro colore in sé, ma l’anima che si portavano dentro. Estate era trovare qualcuno che rispondesse al “ti ci devo portare”, con un “va bene, ti seguo”.
Adesso l’estate stava finendo e il futuro era un po’ più vicino. Celeste si allontanò dall’acqua, il mare era rumoroso alle sue spalle, ma era una musica così bella, ci sarebbe tornata l’anno successivo e perché no, magari anche in inverno, al mare lei ci tornava sempre. E, per l’estate successiva, c’erano già nuovi progetti, nuovi posti, nuove cartine aperte sul tavolo, nuove destinazioni già impostate sul cellulare. C’erano già i fogli bianchi da riempire, lei con storie, con parole, lui con disegni, con emozioni; c’era l’orizzonte, che, d’estate, pareva non finire mai.
Celeste sorrise e si accarezzò il ventre appena arrotondato.
– Ti ci devo portare. – Sussurrò.

 

Serena Artuso

 

© Riproduzione Riservata
Commenti