Il mare poi risponde – Racconto di Valeria Rago

Il mare poi risponde – Racconto di Valeria Rago

Ma perché con lui non parlava? Insomma era proprio lì, vicinissimo, blu come sempre, leggermente increspato dalla tipica brezza serale di fine estate. Ma muto, irrimediabilmente muto. Del resto Paolo aveva spesso avuto il sospetto che sulla questione del mare sua madre e le sue sorelle avessero sempre mentito. Non poteva parlare solo con loro, non era concepibile. Si sentiva vittima di un inganno ben ordito, unico in tutta la famiglia a non sentire la voce del mare. Bisogna esserci passati per capire cosa vuol dire rappresentare la voce fuori dal coro di una famiglia assolutamente non ordinaria. In realtà Paolo qualche domanda aveva iniziato a porsela molto presto, era proprio un bambino, perché a vedere bene lui era “Paolo” in una famiglia composta da mamma Petra, papà Artemisio, le due figlie maggiori Priscilla e Palmira e poi lui, il cocco di casa…Paolo.

Con quale criterio sua madre aveva scelto il nome dei figli? Non aveva mai avuto il coraggio di chiederlo. Il coraggio gli era servito per crescere rosa in un campo di tulipani neri. Da adulto Paolo aveva fatto pace con l’eccezionalità della sua gioventù, ora ricordava con affetto e anche un pizzico di nostalgia il pragmatismo misto a magia che sua madre utilizzava ogni volta che lui aveva un problema da risolvere. E le sue sorelle, due facce della stessa medaglia, gemelle nate in anni diversi, sempre in sintonia tra di loro e con il mare. Perché con loro il mare ci parlava eccome, dava risposte, consigli, soluzioni. Paolo fece un sospiro profondo pensando che poi alla fine quella del mare non era nemmeno la cosa più strana che si potesse sentire in casa sua.

Se mamma e sorelle dicevano di sentire la voce del mare, papà Artemisio era convinto che un giorno sarebbe riuscito a trasformare l’acciaio in oro, avrebbe fatto una montagna di soldi per poter finalmente lasciare il suo lavoro di anonimo impiegato in un’azienda che produceva frigoriferi. Un modo originale di prendere le distanze da una vita che non amava fino in fondo. Di sera suo padre si trasformava in scienziato e, tra alambicchi e strane misture, provava per ore formule sempre nuove e potenzialmente pericolose. A volte riemergeva dalla sua cantina-laboratorio per annunciare, quasi in lacrime, di esserci riuscito, di aver trovato la formula giusta. Organizzava con allegria una dimostrazione familiare alla quale tutti partecipavano consapevoli dell’ennesimo, prevedibilissimo fallimento, pronti a consolarlo e spronarlo a continuare.

Dopo lo scontato esito negativo, Artemisio si arrendeva sconfitto e rinunciava ai suoi propositi per esattamente quarantotto ore, non un minuto di più né uno di meno. Dopo questo tempo ritornava la scintilla vitale nei suoi occhi e tutto ricominciava. Paolo l’oro in quel laboratorio improvvisato non l’aveva mai trovato, ma era certo di non aver mai visto niente di più triste di suo padre che si arrendeva, così aveva imparato ad amarlo nella sua versione con camice bianco e occhiali per proteggere gli occhi. Gli piaceva ricordarlo così, anche se poi con il tempo e gli acciacchi il laboratorio lo aveva abbandonato e, ad oggi, il progetto che lo avrebbe reso ricco sembrava non fare più parte dei suoi pensieri. La sua infanzia era andata avanti così, tra una domanda al mare, un esperimento fallimentare e le previsioni di nonna Perla, la meravigliosa nonna Perla. A Paolo venne spontaneo un sorriso, la nonna era un essere etereo, gentile, che riusciva a trasmetterti tranquillità e pace, nessun altro nella sua vita lo avrebbe fatto con altrettanta semplicità.

Nonna Perla era una veggente, vedeva il futuro e te lo comunicava sempre con la stessa espressione, né allegra né triste ma rilassata, come un tè bollente in pieno inverno mentre fuori piove, e decisa, sicura, uno sguardo che voleva sempre dirti che quello era il futuro che lei vedeva per te ma che tu, volendo e provandoci con tutte le tue forze, potevi cambiarlo. Paolo non aveva mai creduto alle sue doti di veggente fino a che un bel giorno, lui aveva forse dodici anni, nonna Perla gli si mise accanto e sottovoce, senza nemmeno guardarlo negli occhi, gli disse: «Non ti preoccupare Paolè, un giorno la sentirai pure tu la voce del mare», e se ne andò. Lui rimase basito perché, in verità, su questo punto aveva sempre mentito dicendo che si, il mare anche con lui parlava, tanto per non sentirsi troppo diverso dalle sue straordinarie sorelle. Ma come faceva nonna Perla a saperlo? Era tuttora un mistero.

Quella era la sua famiglia, un gruppo eterogeneo e folle di persone fuori da ogni schema. “A parte te”, la vocina interiore di Paolo non mancava mai di ricordargli la sua alterità rispetto ai consanguinei. Vivevano tutti insieme in una bella casetta, piccola ma proprio sul mare, quel mare del golfo di Napoli che ha ispirato poeti e viaggiatori e che, pare, risponda anche ai quesiti di coloro che si prendono la briga di rivolgergli la parola. In casa si stava strettini, anche a causa di zio Raffaele, lo zio paterno, uomo piccolo e silenzioso che amava più gli animali che le persone, diceva che con loro si sentiva più in sintonia. E così parte del piccolo giardino era occupato dai cani e i gatti, ma pure tartarughe e uccellini, che negli anni aveva salvato da morte certa. E Raffaele quasi solo con loro parlava, rivolgeva la parola ogni giorno a tutti i suoi amici, uno per uno, per non farli sentire trascurati. Ed era proprio in quella casa affollata che si svolgeva il dramma di Paolo: il mare. Ogni volta che aveva un problema o un dubbio il consiglio materno era sempre lo stesso: “chiedilo al mare”. Aveva litigato con un amico? Sua madre gli diceva così: «Per me devi parlarci e fare pace, ma per essere sicuro vai vai, vai a sederti sulla sabbia e chiedi al mare».

Era innamorato ma la ragazza non mostrava interesse? Sua madre, con convinzione: « Eh figlio mio e tu pure la devi corteggiare un pochino: sii gentile, falle qualche regalino. Se proprio vedi che non le piaci allora rassegnati, in amore del resto si soffre parecchio. Ma comunque, per sicurezza, vai a chiedere al mare». E Paolo lo chiedeva davvero, si sedeva lì ed aspettava una risposta che non era mai arrivata. Difficile crescere equilibrati quando ti dibatti nel dubbio che o c’è qualcuno che con te proprio non ci vuole parlare o, nel migliore dei casi, tutta la tua famiglia ti ha sempre mentito. Paolo pensava a tutto questo mentre se ne stava lì, immobile a contemplare chi mai era stato benevolo con lui. All’età di cinquantaquattro anni e quattro mesi la verità era che lui col mare non aveva mai fatto pace, si era sempre limitato ad ignorarlo e a guardarlo da lontano, con rancore.

Ma quell’estate aveva cancellato ogni cosa: decisioni difficili, scelte dolorose e un amore apparentemente solido che si era sciolto sotto i raggi torridi del sole d’agosto lo avevano lasciato in bilico, incapace di capire da solo dove dirigere la propria vita. Mamma Petra purtroppo non c’era più, ma il mare era sempre lì, a ricordargli con il suo moto perpetuo che tutto cambia e tutto resta uguale, basta decidere. Con uno scatto improvviso Paolo iniziò ad avanzare a passo di marcia verso la riva, attraversando una spiaggia praticamente deserta appena illuminata dalle ultime luci del giorno.

Arrivato quasi sul bagnasciuga con un gesto secco si tolse scarpe e calzini, come aveva visto fare milioni di volte alla madre e alle sorelle, e si sedette sulla sabbia. Guardava il mare con ostinata concentrazione, con un’aria di sfida e recitando più un ordine che una preghiera, o forse era una supplica. Rimase lì per un tempo lunghissimo, ormai era buio e il venticello si era fatto quasi freddo ma Paolo non lo percepiva, sul suo volto un sorriso e una lacrima. Nonna Priscilla la veggente aveva davvero visto il futuro.

 

Valeria Rago

 

 

© Riproduzione Riservata
Commenti