Il distributore del caffè – racconto di Giovanna De Rosa

Il distributore del caffè - racconto di Giovanna De Rosa

Il professor Marinelli lasciò scivolare una moneta nella macchinetta del caffè, poi un’altra, e con un’inquietante sensazione di vuoto le ascoltò tintinnare mentre precipitavano.
Sullo schermo luminoso compose il tredici, come sempre, e il bicchiere di plastica comparve a fauci spalancate. Quei codici di selezione suggerivano la logica fredda dei numeri, la stessa che lo imprigionava nella sua nuova condizione. Era stato il vicepreside a comunicarglielo qualche mese prima, con uno scintillio negli occhi simile a quello dei led che ora gli scorrevano davanti.
“Marinelli, vieni nel mio ufficio? C’è un problema.”

Improvvisamente la giacca adagiata sulle spalle si era fatta più pesante. Controvoglia aveva invertito la rotta e si era sottratto al corteo che a passi misurati procedeva verso l’aula magna. Un collegio dei docenti, la noia infinita delle relazioni per i libri di testo di nuova adozione, che la preside pretendeva si leggessero ad una ad una, come di norma. Ma perfino quello gli appariva preferibile alle spalle squadrate del vicepreside Spadone che lo precedevano agitandosi a ritmo di marcia.
Al di sopra della scrivania gli aveva allungato un foglio pieno di ideogrammi scarabocchiati in fretta. Marinelli aveva messo meglio a fuoco e aveva decifrato una lista di nomi, con accanto gruppi di cifre e sigle: l’organico di fisica per l’anno successivo, appena abbozzato. Il suo nome, però, non vi figurava. Non aveva chiesto niente: era compito dell’altro ufficializzare.
“Come vedi, sei in soprannumero. Con il nuovo ordinamento negli istituti come il nostro si faranno sempre meno ore di fisica. Perciò il vostro destino è quello di una razza in estinzione, che vi piaccia o no! Via una, due cattedre all’anno, taglio netto, senza pietà. Trasferiti d’ufficio chissà dove… nel migliore dei casi utilizzati come insegnanti di matematica.”

Pareva ci godesse, Spadone. Pareva che avesse trascorso tutta la vita ad accompagnare razze da estinguere verso la porta della camera a gas.
Anche quella mattina del primo settembre l’aveva accolto con un sogghigno quasi impercettibile e con il pollice e l’indice tesi gli aveva fatto un gesto come a dire: non c’è più niente per te, qui! E intanto se ne stava lì in corridoio a gambe larghe, fra contorsioni di colleghi che si sbaciucchiavano nel giorno del grande rientro, con il petto scoperto dall’apertura generosa della camicia aderente ai muscoli e il pomo d’Adamo che passeggiava su e giù per il collo tarchiato.
Il caffè era più amaro del solito. Marinelli indugiò in quel corridoio solitario. Da lì, pur restando a distanza di sicurezza, poteva tenere d’occhio l’aula magna in cui stava per svolgersi il primo collegio docenti dell’anno, e dalla quale sentiva già provenire un ronzio come di mosche.
Chissà perché, all’improvviso, gli tornò in mente un episodio dell’infanzia, una sequenza nota di un vecchio film che pure nessun altro dei mille caffè assaporati in fretta in quello stesso angolo era mai riuscito a rievocare.

Nel suo paese, anni e anni prima, viveva una zingara slava che leggeva il futuro nei fondi del caffè. Una volta sua madre era andata da lei all’insaputa di suo padre, una delle tante volte che si erano ritrovati in cattive acque, con pochi soldi e pochissime speranze, e forse anche – qualcuno, poco dopo, l’aveva mormorato – nel pieno di una brutta storia di corna e di fatture. Quale fosse stato il responso di quella sibilla dei poveri non l’aveva mai saputo, ma nei giorni seguenti aveva di nuovo colto dei sorrisi sulle labbra della madre, e il suo cuore di bambino sensibile era tornato a battere libero.
Adesso avrebbe voluto interrogare quei percorsi schiumosi che scivolavano giù dall’orlo del bicchiere. Il futuro… Se n’era sempre preoccupato, aveva superato in corsa gli anni senza viverli davvero, con l’affanno di chi ricerca punti fermi, anticipando gli eventi per rinchiuderli in un sistema di ascisse e di ordinate, perché mai aveva creduto che tutto, proprio tutto, come sua madre ripeteva fiduciosa, fosse scritto nel libro del destino. Invece ora gli sarebbe stata di conforto la certezza che esistesse una strada segnata da seguire, qualunque fosse, dovunque conducesse.
“Ciao, Sebastiano.”

Quella voce soffice sapeva rivestire di velluto persino il suo brutto nome, ereditato da uno zio materno defunto troppo presto. Abbassò lo sguardo e si scontrò con una scollatura che scopriva una distesa di pelle liscia e indorata dal sole, e l’incavo tra due seni. Subito aggiustò la mira, e sorpassato il volto osò appena soffermarsi sulla cima dei capelli. Si accorse a stento della mano che lei gli tendeva mentre gli chiedeva: come va?, tutto bene?, come hai passato le vacanze?, e lui mentendo rispondeva: tutto bene, mi sono abbastanza divertito, soprattutto mi sono riposato, e fissava un punto indefinito sulla parete di fronte.
Il contatto morbido delle mani gli trasmise un brivido, e intanto che lei aspettava che il caffè scorresse – come lui aveva selezionato il tredici, espresso senza zucchero – si spostò di qualche passo e da quella postazione più sicura si azzardò a osservare bene le spalle scoperte dall’abito leggero, le gambe sode e abbronzate sui sandali a tacco alto, e le labbra rosate dal disegno deciso e insieme sensuale, appena sporte in fuori, che si strusciavano ogni tanto l’una contro l’altra, lentamente, ora che lei assorta sorvegliava lo stillicidio del liquido scuro. E poi gli occhi neri atteggiati a fessure in quella tensione che d’un tratto s’ingrandivano, le curve dei fianchi che si sollevavano e la scollatura che si abbassava, scopriva, mentre si chinava a raccogliere il bicchiere pieno.

Lei si voltò di colpo, e il viso di Marinelli cambiò sfumature come un kit di pastelli sui toni del rosso, perché senza volerlo… Certo, era difficile, quasi impossibile che lei posasse lo sguardo proprio lì, ma magari, per caso, poteva accadere, e allora, con quei pantaloni estivi così leggeri…
Lo salvò la pacca di un collega sulla spalla, e un’altra voce familiare che gli diceva: ciao Marinelli, come va?, tutto bene?, come hai passato le vacanze?, e lui di nuovo mentiva e rispondeva che andava tutto bene. I due salutarono anche la bella collega Vallesi, pure lei ricevette la sua razione di come va?, tutto bene?, e subito dopo si sottrasse alla compagnia, con un cenno di saluto si allontanò verso l’aula magna. Lui seguì le pieghe del vestito che ondeggiavano al ritmo di quel movimento, e gli arrivò un altro colpo in mezzo alla schiena.
“E basta! E’ il primo giorno di scuola e già perseguiti le colleghe!”
Di solito sospirava rassegnato e stava al gioco, ma quella mattina no.
“Lasciami perdere! Non è la giornata giusta, oggi.”
“Sì sì, te lo consiglio, ché la sua situazione è nera sul serio!”
Il sorrisino sadico di Spadone era tutto per Marinelli mentre avanzava, petto in fuori e cartellina sotto il braccio, verso l’aula della riunione. Sulla porta incontrò la Vallesi che sostava lì vicino con una collega, e senza inarcare la schiena da ginnasta le strinse la mano e le disse qualcosa che la fece ridere. Poi in direzione dei corridoi ancora affollati aprì la bocca e una vibrazione scosse le mura:
“Colleghi, cominciamo?”

Cristo mio, non lo sopporto, sibilò Marinelli fra i denti senza esternarlo, per quieto vivere, perché Spadone aveva il potere di incutergli timore e soggezione, e di fronte a lui si sentiva un mollusco tremolante al quale una tempesta improvvisa avesse spazzato via il guscio. Come in quelle sue innumerevoli notti di bambino, quando tremando tentava di schivare le botte del padre di ritorno dalla cantina, ubriaco perso.
A malincuore si avviò, dietro i due colleghi inseparabili che come tanti in quel sud quasi profondo possedevano ettari di terre coltivate e si trovavano più a loro agio fra motozappe e reti di raccolta per le olive che fra le provette di un laboratorio di chimica. Eh sì, l’immancabile estate arida, commentavano ora tra loro: un disastro per le colture.

L’aula magna si era a poco a poco animata, e oltrepassata la soglia il brusio era assordante. La preside sedeva già sul suo misero trono, una sedia girevole sdrucita che in più punti aveva perso l’imbottitura. Fissava la platea in fermento con il solito sguardo incerto e malinconico sotto la maschera da clown che si dipingeva con il trucco e che pareva ogni volta sul punto di sgretolarsi, solcata com’era da rughe profonde troppo difficili da nascondere. Deglutiva di continuo, a labbra serrate, e quando Spadone fece il suo ingresso trionfale, subito dietro Marinelli, sospirò di sollievo e si passò un fazzolettino sulla fronte.
La Vallesi, come al solito, era seduta nelle prime file. Chiacchierava a bassa voce con il collega De Pinto, che le sedeva accanto (e continuava ad accarezzarsi il pizzetto perfettamente disegnato, quasi volesse farlo notare), ma era già protesa in avanti, con lo sguardo fisso in direzione della cattedra e le antenne sollevate. Marinelli le passò proprio di fianco, e non per caso, quasi la sfiorò, ma quando lei si scosse e agitò la mano per chiamarlo, e poi spostò la borsa dalla sedia accanto alla sua per fargli posto, lui finse di non accorgersene. Scivolò oltre, ed evitò accuratamente di voltarsi per non vedere la sua faccia mentre abbassava la mano e rimetteva la borsa sulla sedia.

Voleva stare solo, ne sentiva un bisogno fisico, quasi nel basso ventre. Si avviò verso il fondo dell’aula. Lì, in ultima fila, nessuno l’avrebbe disturbato. Scelse con gli occhi un posto preciso, dietro un gruppetto di persone che di sicuro sarebbero state troppo impegnate nelle loro faccende per badare a lui, e puntò dritto in quella direzione. Per raggiungerlo dovette spandere sorrisi e scavalcare gambe, stringere mani tese sopra file di teste e rassicurare, ancora, che le vacanze erano filate lisce come l’olio ed era tutto a posto.
Ed eccolo seduto, finalmente salvo, mentre la voce stridula del collega Sarti, che stilava il verbale, faceva velocemente l’appello. Davanti a lui c’era Lorusso, che con gli occhialini rettangolari sul naso e una sigaretta spenta tra le labbra, e la solita espressione angustiata per le sorti del mondo, era immerso tra le pagine di “Liberazione” e di tanto in tanto distorceva il viso in una smorfia di dolore. Poco più in là la collega Di Renzo ripassava tra sé, a bassa voce, la propria parte nella commedia in vernacolo che stava per mettere in scena con un gruppo teatrale del paese, e la collega Spano, armata di penna rossa e agenda promozionale di un ipermercato, annotava veloce la ricetta dello strudel di mele della Grandolfo (con aggiunte e correzioni della Vasto).
“Ebbene, colleghi, i fondi disponibili per i progetti…”

Spadone teneva banco. La sua voce rimbombava in ogni angolo senza bisogno di microfono, ma Marinelli la udiva come dall’interno di un batuffolo di ovatta. Ogni tanto sporgeva la testa in fuori, coglieva qua e là schegge di discorso, poi si ritraeva nuovamente.
“Eh sì, caro Marinelli! Ormai dobbiamo abituarci a questa situazione fluida di mobilità. La società cambia e si evolve, il mondo gira forte, sempre più forte, e se non corri con lui… peggio per te! Sei fuori, amico mio, sei finito!”

Era stata la stessa voce a parlare, ma lì, fra le pareti d’ovatta, rifluita da un altro frammento di tempo e di spazio che Marinelli rivisitò nella mente, fulmineo. Spadone con la stessa camicia e il gomito puntato sul bancone di un bar, quello di fronte all’ufficio scolastico provinciale, dove si erano recati assieme per conoscere la sorte della sua cattedra. Sicuro di sé, spavaldo, a gambe larghe sul mondo. Lui invece più smarrito che mai, curvo sulla sua tazzina di caffè, abbarbicato a quel contatto solido e a quel sapore familiare come a un’ancora.
“Mi dispiace, ma non sono affatto d’accordo!”

Il suono di quell’altra voce riuscì a scuoterlo, aprì una grande falla nel muro d’ovatta. Lei si era alzata di scatto, si era accostata alla cattedra. Adesso fissava Spadone con gli occhi neri scintillanti e pronti alla battaglia, e lui s’incantò a guardarla mentre afferrava il microfono e vi soffiava dentro parole di sfida. Era forte, lei, era decisa, non aveva dubbi né esitazioni, e di sicuro non avrebbe avuto mai paura di cambiare. Ed era così fragile e dolce, nello stesso tempo, e così bella. Se solo fosse riuscito a trovare il coraggio di dirglielo. Se avesse avuto la forza di buttare tutto per aria e andarsene via con lei, da qualche parte, e ricominciare daccapo.
Magari su, al nord, dove aveva trovato lavoro in una grande azienda, appena presa la laurea in ingegneria (Dio, quanti anni erano passati, venti?). Dove forse già pioveva e quell’estate maledetta era finita. Era stato il più grave errore della sua vita. Perché tornare, quando non c’era stato più niente, dopo, che avesse amato quanto uscire di casa la mattina presto con il fiato che diventava fumo, e poi infilarsi nel guscio avvolgente di un bar e godere dell’aroma del caffè appena fatto, o della fragranza di una brioche ancora calda? Momenti di poesia riconosciuti solo tardi. Troppo tardi. Allora non ce l’aveva fatta a resistere lontano da casa, dalla famiglia, dagli amici, dalla sua ragazza. Dalla famiglia della sua ragazza…

Non l’avrebbe mai dimenticata, quella scena. Il padre di Anna sul letto di morte, bianco da far paura, una statua di cera, e di cera sembrava la mano fredda che si aggrappava alla sua, mentre un coro sommesso di pianti li circondava. Anna in lacrime l’aveva chiamato al telefono la sera precedente, l’aveva supplicato di prendere il treno, subito, di corsa, perché papà desiderava vederlo prima di morire, e chissà se il tempo che restava era abbastanza.
“Promettimelo, Sebastià! Giuralo, anzi… qui, davanti a tutti… giurami che non te ne vai più… che non la lasci più sola, Anna. Io me ne parto, Sebastià. Per sempre. E come fanno queste povere donne senza un uomo che bada a loro e alla casa? Me lo devi giurare, hai capito? Giuramelo!”
E Sebastiano, allora, aveva giurato. Che poteva fare, del resto? Quella solenne promessa aveva infuso un tale sollievo nel cuore del povero padre moribondo, che la stessa sera aveva cominciato a sollevarsi sui cuscini, la mattina dopo aveva ripreso colore e si era alzato a sedere, tempo una settimana e già girava per le strade del paese (e vent’anni più tardi ancora vi girava allegramente), e la comunità intera aveva gridato al miracolo.
Un giuramento, però, è un giuramento. E così la sua vita aveva imboccato un’altra strada, quella che l’aveva condotto al destino di adesso. A un nuovo cambiamento di rotta.

La Vallesi aveva finito il suo intervento. Si era distratto, senza volerlo, e se l’era perso quasi tutto. Ma poteva guardarla dritto negli occhi almeno, mentre tornava a posto, tutti la stavano guardando, e lei non si sarebbe accorta di niente. Pochi secondi appena, ed era già arrivata, gli aveva voltato le spalle, stava per risedersi. Poi, d’un tratto, si girò verso di lui e gli sorrise. Non a qualcun altro, proprio a lui, ne era sicuro. E di nuovo liberò la sedia al suo fianco dalla borsa, se la posò in grembo, e rimase così, come in attesa, senza scambiare una parola con De Pinto, che intanto aveva puntato i piedi sulla sedia davanti e ostentava, bene aperta e in vista, una copia di “Ex cattedra”, forse per esprimere in modo del tutto personale il suo profondo disprezzo per l’istituzione.
Nessuno avrebbe occupato quell’altro posto vuoto accanto a lei. Non Marinelli, comunque. Una lama acuta gli era penetrata nelle viscere e lo stava squarciando a poco a poco, eppure restava immobile, ancora una volta rannicchiato nel suo batuffolo d’ovatta. Un fiotto di sole era penetrato nella stanza e ora infieriva su di lui, gli percuoteva il volto, lo faceva lacrimare. Sarebbe bastato spostare la sedia di un passo, ma non ne aveva la forza, né l’intenzione. Una tortura che si infliggeva da solo, il copione di tutta una vita. Maledetto caldo ammorbante. Maledetta estate. L’aveva odiata mentre c’era, la odiava ancor più adesso che era finita.

Le mattinate al mare non passavano mai. Ogni estate così. Avrebbe voluto spedire tutta la famiglia sulla spiaggia, figli rumorosi e martellanti, moglie sull’orlo dell’isteria cronica, suoceri invadenti, e rimanere a casa, con una scusa qualunque, un mal di testa, una colica che richiedeva la continua frequenza del bagno. E invece no, l’ombrellone, le sedie a sdraio da trasportare, e il thermos con l’acqua – Cristo santo, la villa era a un passo dal mare! – e il passeggino del bambino più piccolo, e i soldi, mi raccomando!, e ricordati di chiudere lì e lasciare aperto lì, e il gas, e la porta d’ingresso a quadrupla mandata, che qui svaligiano gli appartamenti!

Basta. Dopo pranzo il supplizio aveva fine. Il primo pomeriggio, quando la casa era in penombra e tutti riposavano nei loro letti, era il suo momento. Niente più chiasso, né sole accecante, né sudore. Si godeva la frescura del patio abbandonandosi al ritmo lieve del dondolo, teneva gli occhi chiusi ma non dormiva. Gli sarebbe sembrato di sprecarlo, quel segmento di tempo così prezioso. Però sognava. Faceva sempre lo stesso sogno, in infinite varianti, e sempre con lo stesso lieto fine. Una, in particolare, era quella che più amava.

In quella fantasia se ne stava lì, sullo stesso dondolo, e con il cellulare componeva un numero che conosceva a memoria, pur non avendo mai osato chiamarlo. Lei gli rispondeva, ed era felice di sentirlo, gli parlava in tono tenero e familiare. Lui le chiedeva se potesse andare in città a trovarla – abitava in centro, lei, in un attico dal quale lo sguardo era libero di spaziare e abbracciare tutto, le case, il cielo, la distesa del mare, lo stesso che lui vedeva adesso. Lei accettava entusiasta, lo avvertiva che era lì da sola, che suo marito era fuori città e i bambini chissà dove – che importava, era un sogno, in fondo – e alle sue orecchie suonava come la musica di un implicito invito.
Lui ci andava, e prima di salire si fermava a comprarle un mazzo enorme di rose rosso sangue, il referente della sua passione, perché lui non sapeva parlare, e non solo d’amore. E però davanti a lei, dietro lo schermo delle rose rosse, inaspettatamente ci riusciva, le apriva il suo cuore, glielo offriva su un piatto d’argento, ed era lei, poi, a zittirlo premendo sulle sue le labbra soffici, appena appena umide, eccitanti. Cadevano attorcigliati sul divano del soggiorno, facevano l’amore impazienti, come se anche lei non avesse aspettato altro, in quegli interminabili mesi di vicinanza silenziosa.
Poi trascorrevano insieme un’intera notte d’amore nel letto di lei e dell’inconsapevole consorte, ed entrambi giungevano ad appagare i desideri più spinti, quelli a cui lui non aveva mai neppure osato dare forma.

Alla fine di tutto, però, un improvviso alito di brezza salmastra o le strida di un gabbiano, o le risate dei bambini sulla spiaggia vicina, lo riportavano di colpo in superficie, e al contrario di chi ha rischiato di annegare e appena fuori dall’acqua respira, lui si sentiva soffocare. E allora era solo una la soluzione che sapeva trovare. Si rifugiava nell’unico posto dove poteva rifugiarsi in quel momento così incerto: nel proprio letto, tra le braccia della moglie. E se pieno di buona volontà chiudeva gli occhi e rientrava nel sogno, se fantasticando ancora fingeva che la donna stretta a lui non fosse quella che era, ma l’oggetto dei suoi desideri, riusciva a soddisfarli almeno in parte. E Anna era sorpresa e compiaciuta da quell’insolito ardore del suo uomo.
Non ce la faceva più a stare lì, a sopportare il sole. Spadone fiammeggiava sulla cattedra, con la sua voce tonante lanciava strali contro chissà quale bersaglio. Lei era congelata in una posa di statua, tesa e all’erta, la pantera che punta prima di balzare per uccidere. Ma lui era già morto, almeno un po’, e la lasciò così.

Uscì dall’aula magna a passo svelto, quasi affannato, per paura che qualcuno potesse rincorrerlo, raggiungerlo. Faceva quasi freddo in quel corridoio scuro, dove il sole non batteva mai. Rabbrividì, e ne fu felice. Per pochi giorni ancora avrebbe percorso quegli spazi, calpestato quei mattoni che per dieci anni aveva calpestato. Dieci anni moltiplicati per almeno nove mesi di scuola, e ogni mese per trenta giorni. Quanto della sua vita, insomma, era racchiuso lì, tra le pareti umide affamate di una nuova mano di vernice… E adesso via, scaraventato in un vagone appena agganciato al convoglio, altra partenza altro giro, una visuale scompare dietro il finestrino, un’altra ne arriva, nuovi compagni di viaggio e le loro facce estranee.
Forse era un’occasione che la sorte gli offriva, una nuova partita di poker, un nuovo cambio di carte. Ma decidere quante e quali spettava a lui, e lui non sapeva decidere. Magari, anzi di certo, sarebbe di nuovo finita così, che per non rischiare si sarebbe tenuto quelle che già aveva in mano, e avrebbe perso ancora la partita.

Una mosca si dibatteva furiosa sul vetro della finestra chiusa, e più tentava di risalire, più ricadeva giù. No, amica mia, non così. Non serve a niente sbattere la fronte sul vetro e illudersi di uscire senza aprirlo. E’ il consiglio di un esperto. Spalancò la finestra e attese. La mosca ebbe un sussulto, un altro ancora. Poi un alito di vento la raggiunse, le trasportò il profumo prezioso e dolce della libertà. Mosse le ali, e d’improvviso spiccò il volo e non si vide più.
Almeno lei…
Marinelli richiuse la finestra e guardò pensoso il distributore del caffè, una tentazione. Ma sì, soltanto uno. L’ultimo, davvero.
Lasciò scivolare una moneta nella macchinetta, poi un’altra, e con un’inquietante sensazione di vuoto le ascoltò tintinnare mentre precipitavano.

 

Giovanna De Rosa

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