Settembre di Luigi Pirandello parla direttamente alle nostre fragilità. Con la leggerezza apparente di una filastrocca e la profondità di chi conosce il dolore, l’autore descrive quell’equilibrio sottile tra ciò che lasciamo alle spalle e ciò che dobbiamo ancora costruire. Una riflessione senza tempo che ci insegna a proteggere la speranza anche quando la gioia sembra volare lontano.
Settembre non è mai un semplice mese sul calendario, ma uno stato d’animo. È il tempo della soglia, in cui la luce estiva svanisce a passo lento e ci ritroviamo vulnerabili, sospesi tra il desiderio di ripartire e la malinconia per ciò che si è consumato.
Pirandello dà forma poetica a questa frattura interiore: trasforma il paesaggio naturale in una rappresentazione della nostra dimensione emotiva, mentre la migrazione delle rondini diventa immagine delle speranze che si allontanano.
Settembre è una poesia che fu pubblicata nel Fascicolo 928 della prestigiosa rivista Nuova Antologia del 16 agosto 1910, ed è poi entrata a far parte come lirica d’apertura della raccolta Poesie Sparse (1890 – 1933) di Luigi Pirandello.
Leggiamo questa breve ma intensa poesia di Luigi Pirandello per coglierne il profondo significato.
Settembre di Luigi Pirandello
Le speranze se ne vanno
come rondini a fin d’anno:
torneranno?
Nel mio cor vedovi e fidi
stanno ancora appesi i nidi
che di gridi
già sonaron brevi e gai:
vaghe rondini, se mai
con i rai
del mio Sole tornerete,
le casucce vostre liete
troverete.
Settembre insegna a custodire speranza anche nei momenti più bui
Settembre è una poesia di Luigi Pirandello che riesce a trasformare il cambio di stagione in una riflessione senza tempo. Le rondini che migrano a fine estate diventano simbolo delle gioie e delle speranze che si allontanano dalla nostra vita, lasciando un senso di vuoto e malinconia. Ma in questo quadro di perdita c’è anche un messaggio di forza: il cuore, pur segnato dal dolore, resta fedele e pronto ad accogliere di nuovo la luce.
“Settembre” è quindi più di una semplice descrizione poetica. È un invito a custodire i luoghi interiori della speranza, a credere nel ritorno della felicità anche quando sembra lontana, proprio come la natura ci insegna con il ritmo ciclico delle stagioni.
Con la leggerezza musicale di una filastrocca e la profondità di chi conosce bene il dolore, Pirandello rappresenta un paesaggio emotivo fatto di assenza e attesa, di ricordi che pesano come nidi vuoti, ma anche di fiducia nella rinascita, come rondini che ogni anno tornano al loro rifugio.
Come ci racconta Pirandello, settembre ha un’anima complicata e tagliente. Si ama, si odia o entrambe le cose. È il mese in cui salutiamo l’estate e le speranze che avevamo riposto nella bella stagione volano via “come rondini a fin d’anno”, sebbene nel cuore rimanga un angolo in cui “fidi stanno appesi i nidi”.
Allo stesso tempo, settembre è un momento dell’anno particolare che ci fa fremere di desideri, progetti e nuovi inizi. Spesso ci rifugiamo nei buoni propositi, pronti a concretizzare sogni che non hanno ancora avuto spazio nella nostra vita.
Il contesto della pubblicazione della poesia
Se la stesura della poesia coincide con l’anno della pubblicazione su Nuova Antologia nel 1910, Luigi Pirandello aveva allora 43 anni. Era già noto per romanzi fondamentali come Il fu Mattia Pascal (1904) e per il saggio L’umorismo (1908), ma non aveva ancora raggiunto il successo teatrale internazionale che sarebbe arrivato negli anni Venti.
Quel periodo era segnato da immense difficoltà personali ed economiche. Nel 1903 il fallimento della miniera di zolfo di Aragona, nella quale era stata investita la dote della moglie, aveva mandato in rovina la famiglia.
Questo shock economico, unito al carattere già fragile di Antonietta Portulano, fece precipitare la donna in una grave malattia mentale che avrebbe segnato per sempre la vita familiare dello scrittore. Pirandello visse anni di duri sacrifici, costretto a insegnare al Magistero di Roma e a scrivere incessantemente per mantenere i figli.
In questo contesto tragico, Settembre non è soltanto una lirica stagionale, ma il ritratto di un uomo che resiste al buio e trasforma la sofferenza in arte. La scelta di pubblicarla su una rivista autorevole come Nuova Antologia dimostra quanto lo scrittore credesse nella forza della sua voce poetica, qui intima e potente.
Le rondini che migrano torneranno ancora
Dietro la superficie apparentemente semplice e musicale di “Settembre” si cela un’architettura simbolica di straordinaria densità. Pirandello non compone un mero idillio paesaggistico, ma costruisce una vera e propria mappa delle nostre fragilità interiori, dove ogni parola, verso e figura retorica corrisponde a un movimento dell’anima. Per comprendere come lo scrittore agrigentino riesca a trasformare la fine dell’estate in un viaggio di resistenza emotiva, è necessario addentrarsi nella lirica passo dopo passo, ascoltando da vicino il ritmo e le immagini di ciascuna strofa.
Nei primi tre versi la poesia si apre con un’immagine semplice e immediata: le speranze vengono paragonate alle rondini che migrano a fine estate.
Le speranze se ne vanno
come rondini a fin d’anno:
torneranno?
Sul piano filosofico, Pirandello introduce qui la percezione della precarietà delle illusioni umane. La felicità non è negata in assoluto, ma presentata come stagionale, mutabile e soggetta alla legge del tempo. L’allontanarsi delle rondini simboleggia quella fase dell’esistenza in cui le certezze sfumano e ci si ritrova sguarniti di fronte alla realtà.
Il vero perno di questi versi è l’interrogativo isolato “torneranno?”. La domanda interrompe l’andamento melodico e introduce un’incertezza decisiva: le speranze, come le rondini, si sono allontanate, ma il poeta non sa se faranno ritorno. Il movimento della poesia nasce proprio da questa sospensione tra perdita e possibilità.
La domanda non trova risposta immediata nella natura, trasferendo l’asse della riflessione dall’esterno verso la coscienza del poeta.
Nella seconda strofa l’attenzione si sposta dallo spazio esterno (il cielo in cui volano via le rondini) allo spazio interiore della psiche.
Nel mio cor vedovi e fidi
stanno ancora appesi i nidi
che di gridi
Il cuore si trasforma nel rifugio fisico che conserva le rovine e le tracce del passato. Pirandello costruisce una straordinaria tensione lirica attraverso l’ossimoro concettuale dei due aggettivi riferiti ai nidi, ossia “vedovi” e “fidi”.
L’aggettivo “vedovi” esprime la sofferenza viva dell’assenza, la drammatica consapevolezza del vuoto lasciato da ciò che è stato amato. I nidi non sono solo abbandonati; sono rimasti soli, privati della vita che li animava.
Tuttavia, a questa sofferenza si oppone l’aggettivo “fidi”, che rappresenta l’atto di lealtà della memoria emotiva. Il cuore rifiuta la tentazione di distruggere i nidi per evitare il dolore del ricordo; al contrario, li mantiene intatti e appesi.
Pirandello suggerisce che soffrire per un’assenza è la prova che quell’assenza ha avuto valore, e che proteggere la ferita è l’unico modo per conservare la capacità di amare.
La terza strofa si apre recuperando il ricordo sensoriale della gioia passata: i “gridi brevi e gai” che un tempo riempivano i nidi.
già sonaron brevi e gai:
vaghe rondini, se mai
con i rai
Qui Pirandello dimostra che il dolore del presente non invalida la verità della felicità vissuta. La memoria non è una trappola nostalgica, ma la testimonianza che la luce è esistita.
Con la locuzione “vaghe rondini”, l’autore si rivolge direttamente alle sue speranze attraverso una delicata apostrofe. L’aggettivo “vaghe” assume una doppia valenza semantica: da un lato indica l’inconsistenza e l’inafferrabilità dei desideri umani (ciò che è vago e sfuggente), dall’altro richiama la bellezza vaga e incantevole dell’illusione poetica.
La strofa presenta un enjambement pronunciato, che lascia la parola “rai” (raggi) in sospeso alla fine del verso. Questa sospensione metrica crea un’attesa trepidante: la luce non è ancora presente, ma è già evocata come possibilità.
La quarta e ultima strofa completa la sospensione della precedente e svela la chiave filosofica dell’intero componimento.
del mio Sole tornerete,
le casucce vostre liete
troverete.
Le rondini non rappresentano soltanto il movimento naturale della migrazione, ma possono essere lette come l’immagine delle speranze che si allontanano e che il poeta continua ad attendere.
Particolarmente significativo è il possessivo “mio” nell’espressione “del mio Sole”. Il Sole può essere interpretato come una luce intima e personale, legata alla capacità del poeta di conservare dentro di sé uno spazio ancora disponibile alla speranza. In questa prospettiva, Pirandello sembra spostare l’attenzione dall’attesa passiva di un cambiamento esterno alla dimensione interiore: ciò che conta non è la certezza che la gioia ritorni, ma la disponibilità ad accoglierla.
Il cuore, infatti, continua a custodire i suoi “nidi”, definiti insieme “vedovi e fidi”: vuoti perché le rondini sono partite, ma fedeli perché rimangono pronti ad accoglierle qualora tornassero. La speranza assume così la forma di un’attesa che non cancella il dolore dell’assenza, ma neppure rinuncia alla possibilità di una nuova felicità.
Promettendo alle rondini che ritroveranno le loro “casucce liete”, il poeta conclude quindi la lirica con un’immagine che può essere letta come un’apertura alla speranza: ciò che è stato perduto potrebbe tornare e trovare ancora un luogo disposto ad accoglierlo.
La poesia che sorride per non piangere
A una prima lettura, Settembre presenta una musicalità che può ricordare quella di una filastrocca. Pirandello costruisce il componimento attraverso versi brevi, rime molto evidenti e parole dal tono affettuoso come “casucce”. La leggerezza della forma entra però in contrasto con il tema centrale della poesia: l’allontanarsi delle speranze e il vuoto lasciato dalla loro assenza.
Questo contrasto tra una superficie leggera e un sentimento più doloroso può richiamare, con le dovute cautele, alcuni aspetti della poetica dell’Umorismo elaborata da Pirandello proprio in quegli anni. Nel saggio L’umorismo, pubblicato nel 1908, lo scrittore aveva teorizzato il celebre “sentimento del contrario”, cioè la capacità della riflessione di andare oltre l’apparenza e scoprire una realtà più complessa e dolorosa.
Non è necessario affermare che Settembre costituisca un’applicazione diretta di quella teoria. È però possibile osservare una consonanza: dietro la semplicità quasi infantile del ritmo emerge infatti una meditazione sulla perdita, sull’attesa e sull’incertezza del ritorno della felicità.
La leggerezza formale non cancella quindi la malinconia, ma convive con essa. È proprio questa compresenza di dolcezza e dolore a dare alla breve lirica una parte significativa della sua forza.
A rendere più complessa questa apparente semplicità contribuisce anche l’uso delle pause metriche e degli enjambement (dal francese jambe, “gamba”, parola che indica il “salto” o lo “scavalcamento” da un verso all’altro). L’enjambement si verifica quando una frase non si conclude alla fine del verso, ma viene spezzata a metà per proseguire nel rigo successivo, interrompendo il flusso naturale del discorso.
Pirandello usa questo strumento poetico per due ragioni fondamentali:
Per creare attesa ed evidenziare le parole chiave
L’isolamento dell’interrogativo “torneranno?” in un verso brevissimo produce una pausa netta nel ritmo della poesia. La domanda acquista così particolare rilievo e concentra l’attenzione sull’incertezza che attraversa l’intero componimento.
Per accendere la luce dopo l’ombra
Quando scrive “con i rai / del mio Sole tornerete”, Pirandello spezza il legame tra la parola “rai” (i raggi) e il verso successivo. Il lettore rimane per un istante sospeso sulla parola “rai”, prima che il verso successivo introduca l’immagine del “mio Sole”, che può essere letta come il richiamo a una dimensione più intima e personale della speranza.
La struttura musicale di Settembre funziona dunque come una doppia chiave di lettura: la dolcezza del ritmo accompagna il lettore, mentre le pause e gli enjambement lasciano emergere un’inquietudine più profonda. Questo contrasto tra leggerezza formale e malinconia può inoltre richiamare, come abbiamo visto, alcuni aspetti della poetica dell’Umorismo pirandelliano.
La lezione universale della poesia di Luigi Pirandello
La poesia di Luigi Pirandello può essere letta come una meditazione sul dolore, sull’assenza e sulla possibilità del ritorno. Attraverso un’immagine naturale semplice e immediata, quella delle rondini che migrano, Settembre porta il lettore a riflettere sul tempo, sulla memoria e sulle speranze che sembrano allontanarsi.
Il mese di settembre, sospeso tra la luce dell’estate e l’avvicinarsi dell’autunno, diventa così l’immagine di una condizione di passaggio: il momento in cui qualcosa sembra finire senza che sia ancora possibile sapere ciò che tornerà.
Attraverso la metafora della migrazione, Settembre suggerisce che la felicità non può essere data per certa. Le rondini sono partite e la domanda “torneranno?” rimane aperta. Ciò che resta, però, sono i «nidi» custoditi nel cuore: vuoti e insieme «fidi», ancora capaci di accogliere ciò che si è allontanato.
In questa prospettiva, la poesia può essere letta come una riflessione sulla capacità di conservare la speranza anche nell’assenza. Il cuore non cancella le tracce della felicità passata e non chiude definitivamente la possibilità del suo ritorno.
Anche l’immagine del “mio Sole” può assumere allora un valore interiore: una luce personale che accompagna la possibilità del ritorno delle rondini. Pirandello non offre una certezza consolatoria, ma lascia aperto uno spazio nel quale malinconia e speranza possono convivere.
Nata in una fase difficile della vita di Luigi Pirandello, Settembre acquista così una particolare intensità. La sua forza sta proprio nell’equilibrio tra perdita e attesa: le speranze possono allontanarsi, ma il cuore continua a custodire il luogo in cui potrebbero, un giorno, tornare.

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