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La Poesia

Primo Levi, la poesia “Dateci” e il coraggio di scrivere per esistere

“Dateci” è una struggente poesia di Primo Levi che rivela il dramma della deportazione, dell’emarginazione, della violenza sugli ultimi.

“Dateci” è una significativa poesia di Primo Levi che, dopo i terribili eventi della Seconda Guerra Mondiale e la deportazione nei campi di concentramento, sarebbe diventato una delle voci più importanti della letteratura del Novecento.

Non solo romanzi, come “Se questo è un uomo”, “La tregua” e “La chiave a stella”, ma anche raccolte di racconti come “Il sistema periodico”, e soprattutto splendide poesie, con cui Primo Levi è riuscito ad esprimere gli orrori di cui è purtroppo stato testimone e che hanno convissuto con lui per tutta la vita.

Le poesie di Primo Levi hanno la capacità, come del resto tutte le altre opere dello stesso autore, di mostrare con uno stile semplice, quasi delicato, senza il minimo orpello, una realtà che è il suo esatto opposto: complessa, truce, violenta, caotica. Oggi vogliamo proporvi una delle sue poesie più struggenti, “Dateci”, contenuta nella raccolta “Ad ora incerta” e selezionata nell’“Antologia della poesia italiana” diretta da Cesare Segre e Carlo Ossola.

Dateci di Primo Levi

Dateci qualche cosa da distruggere,
Una corolla, un angolo di silenzio,
Un compagno di fede, un magistrato,
Una cabina telefonica,
Un giornalista, un rinnegato,
Un tifoso dell’altra squadra,
Un lampione, un tombino, una panchina.
Dateci qualche cosa da sfregiare,
Un intonaco, la Gioconda,
Un parafango, una pietra tombale.
Dateci qualche cosa da stuprare,
Una ragazza timida,
Un’aiuola, noi stessi.
Non disprezzateci: siamo araldi e profeti.
Dateci qualche cosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi
Che ci faccia sentire che esistiamo.
Dateci un manganello o una Nagant,
dateci una siringa o una Suzuki.
Commiserateci.

Primo Levi

Primo Levi nasce a Torino il 31 luglio 1919, da una famiglia di origini ebraiche sefardite. Il padre, ingegnere elettronico, lavora lontano da casa ma, pur essendo praticamente assente nella vita del figlio, gli infonde la passione per le scienze e la letteratura. Trascorre un’infanzia tranquilla, eccezion fatta per i problemi di salute che arrivano di frequente. Si iscrive al ginnasio e poi all’università, portando a termine il percorso di studi in chimica e laureandosi nel 1941.

A questo punto, la Storia entra prepotente nell’esistenza di Primo Levi, un giovane con tutta la vita davanti. Come tante altre persone innocenti, anche lui viene deportato in uno dei campi di concentramento ideati da Hitler. Prima viene mandato a Fossoli, uno dei due campi esistenti in Italia. Poi, viene trasferito a Buna-Monowitz-Auschwitz, dove resterà fino al 26 febbraio 1945, giorno in cui avviene la liberazione dei detenuti superstiti dal campo.

Ciò che permette a Primo Levi di sopravvivere alle sofferenze – fisiche e morali – di cui è testimone ogni giorno, è proprio la laurea in chimica. Il giovane, infatti, viene adoperato in qualità di “specialista” in una fabbrica di gomma. Al termine di questa terribile esperienza, l’uomo torna in Italia dopo un viaggio estenuante – raccontato nel libro “La tregua” – e sente l’urgenza di dover comunicare a tutti ciò che ha visto e provato durante gli anni di detenzione. Dalla penna di Primo Levi è uscito, così, “Se questo è un uomo”, un capolavoro della letteratura mondiale che è stato tradotto in moltissime lingue e ha commosso chiunque lo abbia letto.

Così, Levi ha continuato a scrivere e scrivere, raccontando le sue esperienze ma rendendole universali. “La tregua”, “Il sistema periodico”, “I sommersi e i salvati”, “L’ora incerta” sono solo alcune delle opere che ha scritto esplorando, sempre con successo, diversi generi letterari ma non riuscendo mai a superare del tutto la terribile sofferenza vissuta ad Auschwitz.
Muore l’11 aprile 1987 nell’atrio del palazzo in cui ha sempre vissuto.

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