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Ode alla pace, la poesia di Pablo Neruda contro tutte le guerre

Questa "Ode alla pace" di Pablo Neruda vuole essere una preghiera affinché i conflitti bellici sparsi nel mondo trovino il prima possibile una tregua.

Una poesia di Neruda per auspicare la pace nel mondo. Istituita il 30 novembre 1981 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tramite la risoluzione 36/67, la Giornata Internazionale della Pace nasce dalla volontà di creare un giorno all’insegna della pace mondiale e della non violenza. Conosciamo bene oggi come la pace rappresenti purtroppo una chimera lontana in diversi angoli della terra: paesi come l’Afghanistan, ma anche l’Egitto, la Libia, la Nigeria, vedono ancora oggi scontri a fuoco tra diverse fazioni per motivi religiosi, politici etnici. Questa “Ode alla pace” di Pablo Neruda vuole essere una preghiera affinché i conflitti bellici sparsi nel mondo trovino il prima possibile una soluzione.

Ode alla pace

Sia pace per le aurore che verranno,
pace per il ponte, pace per il vino,
pace per le parole che mi frugano
più dentro e che dal mio sangue risalgono
legando terra e amori con l’antico
canto;
e sia pace per le città all’alba
quando si sveglia il pane,
pace al libro come sigillo d’aria,
e pace per le ceneri di questi
morti e di questi altri ancora;
e sia pace sopra l’oscuro ferro di Brooklin, al portalettere
che entra di casa in casa come il giorno,
pace per il regista che grida al megafono rivolto ai convolvoli,
pace per la mia mano destra che brama soltanto scrivere il nome
Rosario, pace per il boliviano segreto come pietra
nel fondo di uno stagno, pace perché tu possa sposarti;
e sia pace per tutte le segherie del Bio-Bio,
per il cuore lacerato della Spagna,
sia pace per il piccolo Museo
di Wyoming, dove la più dolce cosa
è un cuscino con un cuore ricamato,
pace per il fornaio ed i suoi amori,
pace per la farina, pace per tutto il grano
che deve nascere, pace per ogni
amore che cerca schermi di foglie,
pace per tutti i vivi,
per tutte le terre e le acque.
Ed ora qui vi saluto,
torno alla mia casa, ai miei sogni,
ritorno alla Patagonia, dove
il vento fa vibrare le stalle
e spruzza ghiaccio
l’oceano. Non sono che un poeta
e vi amo tutti, e vago per il mondo
che amo: nella mia patria i minatori
conoscono le carceri e i soldati
danno ordini ai giudici.
Ma io amo anche le radici
del mio piccolo gelido paese.
Se dovessi morire mille volte,
io là vorrei morire:
se dovessi mille volte nascere,
là vorrei nascere,
vicino all’araucaria selvaggia,
al forte vento che soffia dal Sud.
Nessuno pensi a me.
Pensiamo a tutta la terra, battendo
dolcemente le nocche sulla tavola.
Io non voglio che il sangue
torni ad inzuppare il pane, i legumi, la musica:
ed io voglio che vengano con me
la ragazza, il minatore, l’avvocato, il marinaio, il fabbricante di bambole
e che escano a bere con me il vino più rosso.
Io qui non vengo a risolvere nulla.
Sono venuto solo per cantare
e per farti cantare con me.

Sia pace per tutti

La poesia è sempre, per Neruda, esperienza di pace. Non può molto, se non cercare e cantare la bellezza mentre nel mondo infuria la follia della guerra. Come sempre nelle Odi, Neruda parte da un oggetto concreto, in questo caso il pane, e lo racconta. Il pane che si sveglia all’alba, come un uomo, come un bambino. Sia pace al pane appena sveglio e al fornaio, e giù, ancora in fondo, sino a salutare il grano che deve nascere. La poesia consiste proprio in questo: raccogliere i piccoli dettagli della vita per scoprire quanto sia grande.

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Neruda scrive lontano dal suo paese, dalle sue radici. Il sangue che insanguina il pane. Chi può volere tutto questo? Chi permette che accada? Il mondo ha bisogno di altro, il mondo ha sete di altro. Come quel vino più rosso che si vorrebbe bere tutti insieme all’uscita del cinema.

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