Salone del Libro

Primo Levi raccontato dal figlio Fabio, “Io credo nel dialogo come strumento di progresso”

Primo Levi raccontato dal figlio Fabio al Salone del Libro, in occasione del centenario della nascita dello scrittore sopravvissuto all'Olocausto
Primo Levi raccontato dal figlio Fabio, "Io credo nel dialogo come strumento di progresso"

MILANO –   Al Salone del Libro di Torino Fabio Levi racconta il padre Primo Levi attraverso il suo libro Dialoghi – Lezioni di Primo Levi. Dobbiamo solo dire grazie a chi ancora oggi ci racconta della sua esperienza nei campi di stermino, della Seconda Guerra Mondiale, della difficile condizione che viveva anche chi non fu deportato: la pura di una bomba, la paura di non vedere più i propri cari tornare a casa, la paura di incontrare i propri carnefici in giro per strada, la paura di parlare e rischiare di essere torturati, picchiati, uccisi, la disperazione per la fame, tutte oscenità che ingiustamente hanno fatto soffrire e hanno eliminato dalla faccia della Terra milioni di uomini, donne e bambini accusati e discriminati solo per folli ideologie.

Le persone che portano diretta testimonianza di questa esperienza diventano sempre meno e il tempo passa sempre di più dagli accadimenti dello scorso secolo, ed è sempre più importante che ci siano persone come Fabio Levi, figlio di Primo Levi, che portino avanti la testimonianza di quello che i padri, i nonni e chi ancora i bisnonni hanno vissuto.

È possibile confrontare la propria ragione con la ragione degli altri.

“Dialogo”, “dialoghi”, “dialogare”, sono parole usa spesso Fabio Levi  per presentare Dialoghi – Lezioni di Primo Levi. Fabio racconta qualcosa di speciale riguardo a Primo Levi: la sua capacità di dialogare. Ma il dialogo non è sempre stato facile, anzi: Primo Levi, appena tornato nel ’45 dal campo di sterminio dopo un anno di deportazione, non riusciva “a trasformare i fatti in ricordi”, una difficoltà del tutto comprensibile. Prima di poter raccontare il proprio passato, Primo dovette riuscire a prendere distanza da quegli eventi drastici che segnarono la sua vita.

La lettera di Primo Levi

La sua voglia di raccontare quello che visse nei campi di concentramento nazisti si manifestò nel 1959, quando ricevette una lettera da una ragazza di dodici anni, il cui padre si proclamava fascista, che gli chiedeva se l’Olocausto fosse realmente accaduto. In risposta alla giovane, Levi scrisse “Non c’è maniera di dubitare della verità di quello che lei ha sentito raccontare e questa è quella lettera che attendevamo”. Quella lettera fece capire a Primo che c’era speranza di tramandare le atrocità della Shoah a chi aveva la volontà di ascoltare. Da lì cominciarono i dialoghi con un pubblico vastissimo, in primis quello dei giovani, che Primo continuò a incontrare da quel giorno sino alla sua morte; dialogare e tramandare la memoria della Shoah divenne per lui il “suo terzo lavoro”.

Io credo nella ragione e nella discussione come strumenti di progresso.

Fabio Levi porta avanti in questo libro l’importanza del dialogo che Primo ha iniziato, una missione importante specie in una società che spesso non vuole sentire, che “appena” uscita da una guerra rischia di ricaderci. Prima di poter dialogare, come ci racconta Fabio, è importante saper parlare ad un pubblico variegato abbandonando i pregiudizi. Questo Primo lo sapeva fare bene: accettava sempre il confronto, con chiunque fosse desideroso di parlare con lui. Addirittura mantenne una relazione epistolare con il nazista responsabile del laboratorio chimico in cui Primo si trovava.

Ricordare l’Olocausto è fondamentale e Fabio – assieme al Centro Studi Primo Levi – porta avanti questa missione facendo sì che la parola di Primo Levi parli nel modo più diretto possibile ad un pubblico più vasto possibile.

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