Raccontare il presente

Perché oggi è importante leggere “La banalità del male” di Hannah Arendt

Il ritorno di Silvia Romano e l'ondata di odio da cui è stata travolta, riporta a galla quanto pensavamo di aver sconfitto: l'insensatezza del male. O meglio, la sua banalità.
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“Dalla gioia all’odio, dalla commozione agli insulti. Sui social, in poco meno di 48 ore, il ritorno in Italia di Silvia Romano è diventato oggetto di scherno, di volgarità, di tifoserie contrapposte, di fango e vomito”. Sono queste le parole con cui la filosofa Michela Marzano ha commentato su Repubblica l’ondata di odio che ha travolto la giovane Silvia Romano, reduce da 18 mesi di prigionia in Somalia, al suo ritorno.

Come si spiega questa ondata di odio?

Ma come si spiega questa eruzione di odio collettivo? Rispondere a questa domanda oggi è difficile e doloroso. Riporta a galla quanto pensavamo di aver sconfitto dopo la seconda guerra mondiale: l’insensatezza del male. O meglio ancora, la sua banalità. A fronte di quanto accaduto, non possiamo rimanere indifferenti, non possiamo fingere che tutto questo non ci riguardi, che “noi non lo faremmo mai”. Il fenomeno degli hater e il linguaggio dell’odio che ha travolto i social network sono la riprova che Hannah Arendt aveva ragione quando parlava di banalità del male. In Italia i dati relativi al fenomeno dell’ hate speech, non sono confortanti: xenofobia, islamofobia, discorsi antisemiti e razzisti sono in crescita. Ad aggravare la situazione si aggiunge oggi una crisi sanitaria mondiale, che si è trasformata presto in crisi economica e sociale.

Il processo ad Adolf Eichmann

A distanza di 15 anni dal processo di Norimberga, in cui furono condannati ventiquattro dei più importanti gerarchi nazisti, nel 1961 un anonimo tedesco fu catturato in Argentina. Si trattava di Adolf Eichmann, uno degli organizzatori delle deportazioni, che fu processato in Israele nel 1961, attirando l’attenzione dei media di tutto il mondo. Tra i molti osservatori del processo c’era la filosofa Hannah Arendt, che voleva capire come un uomo avesse potuto prendere parte agli orrori dell’Olocausto

Che cosa ci stupisce della testimonianza di Eichmann

Eichmann aveva costretto migliaia di ebrei a fuggire dai paesi occupati. Li aveva privati dei loro beni e aveva organizzato i convogli che deportavano gli ebrei verso i campi di concentramento. Aveva dunque impiegato il proprio ingegno e la propria capacità organizzativa per condannare a morte migliaia di persone. Dalla testimonianza di Eichmann al processo, tuttavia, non emerse il profilo di un uomo crudele e sanguinario. Agli occhi di Hannah Arendt, Eichmann si rivelava banalmente per quello che era: un mediocre burocrate, che nella questione ebraica aveva visto un’occasione per fare carriera. Egli non accettava di essere considerato colpevole “nel senso indicato dall’accusa”, perché non aveva mai materialmente ucciso nessuno. Era stato semplicemente un cittadino ligio agli ordini: un uomo “normale” nella Germania nazista.

Via: Zanichelli

Che cosa si intende per banalità del male

Le azioni criminali di Eichmann e degli altri gerarchi non erano le azioni di uomini mostruosi e demoniaci. Erano uomini normali, Eichmann era un uomo normale, troppo normale. La banalità del male si trovava nell’incapacità di rendersi conto di quello che si stava compiendo. Eichmann era talmente asservito a quella che per lui era normalità da non essere capace di pensare cosa stesse facendo, quali fossero le sue azioni e le conseguenze da esse derivate. Il filosofo francese Jean-François Lyotard, sulla scia delle riflessioni della Arendt, argomenterà successivamente che nella società nazista era mancato il tempo della riflessione e della scelta.

 

 

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