La parola dell'esperto

Ansia da scuola, come trasformare l’errore in un momento di crescita

Daniela Lucangeli, Docente di Psicologia all' Università di Padova, ci spiega come aiutare i nostri figli a vivere serenamente la scuola
"Prima la scuola", L'appello dei genitori alla ministra Azzolina

Come le emozioni interagiscono con l’andamento scolastico? I ragazzi d’oggi non sempre affrontano la scuola in modo positivo, anzi molto spesso vengono presi dall’ansia dell’errore, del fallimento. Le verifiche, il carico di studio sono un problema che li pone di fronte a una bassa considerazione di se stessi. Come è possibile quindi motivare i giovani sui banchi di scuola? Sfruttando l’errore come una possibilità di crescita. Abbiamo intervistato Daniela Lucangeli, professoressa di Psicologia dello sviluppo presso l’Università degli Studi di Padova e autrice di Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere. Daniela Lucangeli è esperta di psicologia dell’apprendimento, diventato un vero e proprio punto di riferimento per gli insegnanti. Ha partecipato al Convegno sulla qualità dell’inclusione scolastica e sociale, organizzato da Erickson.

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Qual è il principale errore che gli insegnanti commettono nell’approcciarsi con gli alunni?

Sicuramente il porsi più come giudici di una prestazione che alleati del bambino nel suo percorso di apprendimento è un grosso errore che gli insegnanti fanno.

Questo atteggiamento porta più facilmente gli studenti a provare emozioni negative, come paura di sbagliare e colpa per gli errori che compiono. Succede quindi che gli studenti stabilizzino delle memorie in cui i contenuti didattici si mescolano e si associano ad esperienze emotive negative. Così ogni volta che un bambino recupererà ciò che ha imparato, recupererà anche quelle emozioni. L’emozione di paura, in particolare, si trasforma in un alert per il bambino che gli dice: “Scappa di qui perché ti nuoce”. Si capisce, quindi, che oltre a generare una situazione di malessere, questo atteggiamento non supporta certo l’apprendimento.

Quanto le emozioni incidono nell’apprendimento scolastico? Qual è l’emozione più comune tra gli alunni a scuola?

Le emozioni sono fondamentali a scuola, come in tutte le esperienze della nostra vita.

In passato si pensava che emozioni e cognizione fossero processi differenti, mentre ora si sa che ogni atto della vita psichica è accompagnato da un’emozione, quindi mentre pensiamo noi sentiamo anche.

È ovvio quindi che se noi, mentre apprendiamo, proviamo noia, paura e colpa, come dicevo prima, stabilizziamo delle memorie in cui queste emozioni si stabilizzano insieme ai contenuti che stiamo apprendendo. E ogni volta che riprenderemo quei contenuti, il nostro cervello antico ci informerà che quei contenuti per noi sono nocivi e di starci alla larga.

Nel tuo libro viene affrontato più volte il tema della paura di fallire: la paura del fallimento è sempre negativa, o può essere una spinta, in alcuni casi, a fare meglio?

Il fallire diventa qualcosa di cui avere paura nella misura in cui il fallimento viene visto come qualcosa di cui vergognarsi e che difficilmente possiamo modificare. Se invece si abitua un bambino a vedere al fallimento come punto di partenza per imparare qualcosa di nuovo, l’atteggiamento cambia.

E questo si vede molto bene se pensiamo a come vengono vissuti da insegnanti, genitori e studenti gli errori che si compiono a scuola. Se l’errore viene giudicato, e non uso questa parola a caso, come qualcosa che sarebbe meglio evitare, da cancellare il prima possibile, il bambino imparerà che sbagliare è male e quindi avrà molta paura di compiere errori. Invece se l’errore viene visto da tutti come una preziosa fonte di informazione circa dove si è bloccato il percorso di apprendimento del bambino, allora diventerà qualcosa di valore, da cui imparare per fare meglio.

 Come si può alimentare la motivazione degli alunni/dei figli per la scuola? 

Ci sarebbe tanto da dire. Ma un elemento su cui vorrei puntare l’attenzione è: possiamo motivare gli studenti all’apprendimento, proponendo loro attività che si collochino nel livello ottimale di sfida. Questo concetto è stato teorizzato negli anni ’70 da Susan Harter. Cosa vuol dire? Se io mi trovo ad affrontare una sfida, immaginiamo una sfida cognitiva visto che parliamo di scuola, che è molto inferiore rispetto a quello che saprei fare, questo mi genera un’emozione di noia. Se mi trovo ad affrontare un’attività molto al di sopra di ciò che so fare, questo mi genera un’emozione di ansia, di frustrazione. Se, invece, mi vengono proposte delle attività che siano poco sopra il livello di ciò che so già fare, questo mi motiva perché rappresenta la possibilità di acquisire una nuova conoscenza o competenza, che mi richiede uno sforzo possibile e mi permette di avere successo e quindi di essere soddisfatto di me.

Negli ultimi tempi si sentono tanti casi di studenti che hanno l’ansia di andare a scuola: come si spiega questa sensazione? 

I dati che abbiamo ottenuto con un’indagine ministeriale, cui ho partecipato alcuni anni fa, sul benessere e malessere degli studenti, in questo caso quattordicenni, a scuola sono molto chiari su questo punto. Gli studenti stanno male a scuola, e tanti stanno male a scuola, per quantità e qualità di carico. Cioè gli studenti si sentono ingozzati, quindi il carico di richieste è per loro eccessivo, di prestazioni. Sentono quindi che la scuola è concentrata sulle loro prestazioni più che sul loro percorso di apprendimento, con un ritmo eccessivo di richieste.

Stanno male anche perché le loro memorie sono tracciate di emozioni di continuo alert. Questi alert riguardano le verifiche, il giudizio che sentono su di loro, il tempo che viene assorbito dalle richieste della scuola, senza lasciare spazio a loro per sviluppare passioni e divertimenti.

Infine c’è una disgregazione delle figure dell’adulto che ci fanno da guida. È un tema complesso, ma possiamo dire che la formazione dell’immagine di sé è un processo complesso e sofisticato. Dipende in grande parte dal rispecchiamento dell’immagine che viene rimandata dalle figure significative. Quindi se tu sei significativo per me e continui a rimandarmi un immagine di “debole, debole, debole..” in adolescenza, quando gli ormoni fanno il loro dovere e mi portano all’autoregolazione, invece che l’eteroregolazione, mi ritrovo a dover scegliere: o modifico in negativo l’immagine che ho di me stesso oppure l’adulto diventa meno significativo.

 

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