Lettera di Serena G.

Lettera di Serena G.

Caro sconosciuto,

non ritrarti. Non spaventarti, non offenderti, non avere pregiudizi. Io e te non siamo nulla, se non un’immagine casuale calata in un unico ambiente. D’altronde, dove altro mi hai vista? E io, dove altro ti ho visto?

Tutto è sfumato nella mia mente, perché non so darti forma, non riesco a “inserirti nel cassetto giusto”. Allora è proprio per questo che ho deciso di fare una cosa folle come invadere la tua tranquillità e molto probabilmente coglierti di sorpresa, perché lo so, non sei abituato a questi gesti, nessuno lo è; le lettere quasi non esistono più, oggi! E gli sconosciuti sono terrorizzati dai loro simili.

Facendo ciò probabilmente mi sto illudendo di toccare quelle corde delicate, fragili e sensibili che sono certa hai – tutti le hanno, ma sprecano montagne di energie per nasconderle, perché questo sistema corrotto e fuorviante esalta l’ostentazione della forza, della virilità, di una facciata spavalda che non ammette lacrime né rossori; ne sai qualcosa? – .

È la seconda volta che riscrivo questa lettera, sai? Il primo tentativo non era abbastanza soddisfacente, e quando scrivo cerco la perfezione. Ma a te queste cose poetiche disgustano, non è così? Provo a fare le mie supposizioni, perché sei prima di tutto un uomo, e gli uomini non vanno pazzi per le “smancerie” – mi dispiace, sto di nuovo cadendo nell’errore di darti una forma, di stereotiparti -. Eppure, non temere, la mia intenzione non era certo quella di scombussolarti la vita. D’altronde, cosa potrei pretendere da qualcuno il cui nome mi è oscuro, così come la personalità, l’abitazione, perfino le preferenze sessuali? Davvero, non ho alcun indizio che possa contaminare la purezza delle mie intenzioni. Mi sembra già un miracolo quello di averti sfiorato, nella realtà, per capire che esisti e non sei solo un’immagine. In nessun altro luogo sei apparso, se non immerso nella folla rumorosa di una strada, alcuni anni fa, ma chi mi dice che non mi fossi immaginata tutto quanto?

Ho abbastanza anni alle spalle per capire che potresti non apprezzare il mio gesto – la gente ha paura, ha paura! Ma non chiedermi di cosa, perché io non posso saperlo -, ma allo stesso tempo ne ho pochi ancora per impedirmi di credere nella forza delle parole. Forse con te non andrà bene, ma ci riproverò altre volte, in futuro, e qualcuno prima o poi avrà il coraggio di reagire, di dirmi “sì, ci sono! Il tuo appello non è stato vano. Anch’io vivo e pulso di emozioni, e mi rifiuto di farmi indurire dalla vita”. Perché è di questo che si tratta alla fine, no? Probabilmente anche tu, da bambino, ti eri fatto un’idea di ciò che significa “essere un adulto”. Di solito si pensa a qualità come la serietà, il senso di responsabilità, un po’ di freddezza, cose come “non piangere in pubblico, non sei mica una femminuccia!” – ma chi è che definisce le caratteristiche dell’essere femmina o maschio? Perché a mia madre è permesso piangere, ogni tanto, ma a mio padre no? -.

Insomma, in questo processo talvolta lungo e doloroso, qualcosa resta sempre indietro, e a volte, se decidiamo di voltarci, non siamo più in grado di ritrovarlo. Anche a te è successo? Dal mio canto, sto cercando in tutti i modi di opporre resistenza, di non farmi plasmare, di mantenere la mia pelle ancora sottile, per sentire ogni cosa più vicina e più intensa, per non smarrire lo stupore, la gioia infantile delle piccole cose, l’amore della natura e degli altri, ma neanche il dolore. Questo è un rischio, certo. Laddove il cristallo è più fragile, è anche più facile romperlo.

E allora torniamo a te: non so nulla di nulla, è il vuoto. Ma una cosa so per certo: che l’ambiente in cui sei vissuto, la tua famiglia, la scuola, gli amici, i colleghi di lavoro, ogni cosa ha contribuito e contribuisce un poco a fare di te ciò che sei. Nonostante ciò hai, com’è naturale, voce in capitolo, e io vorrei che non ti facessi indurire mai. Che importa se tra noi non c’è alcun tipo di legame, che sia professionale o di amicizia! Ti scrivo perché improvvisamente sono certa capirai; perché il tuo corpo me l’ha voluto dire prima di te, e sarà stato quando hai esposto timidamente una mano, me l’hai mostrata, sì, o quando il tuo corpo longilineo si è piegato come un arco sotto il peso di un fardello di solitudine – quella solitudine totalizzante, che non ha nulla a che vedere con gli amici, la famiglia o il partner -, o ancora quando mi hai guardata, forse senza rendertene conto, e sei arrossito, forse senza rendertene conto. E non perché sono particolarmente attraente o il mio viso ha dei tratti inusuali o la mia espressione assorta aveva qualcosa di divertente, no, erano solo la mia e la tua solitudine che si scontravano, senza mai incontrarsi. Nessuno può incontrare la solitudine di un altro, questo è certo. Capisci cosa voglio dire?

Mi sforzo di non attaccarmi alle cose reali in questo momento, ma affiora involontaria l’immagine sbiadita dei tuoi occhi che leggono queste righe, che scorrono parola dopo parola. Come sono? Stupiti, commossi, perplessi, feriti?

Sì, incredibile, in questo paesino pietrificato dalla vecchiaia e dai pregiudizi c’è ancora qualcuno che sogna. Ma mi chiedo, dove sono gli altri? Insospettirebbe così tanto un simile gesto? E tu, da che parte stai? Passeggio per la città e non colgo un solo briciolo di empatia tra quelli della nostra specie. Un cane è più espressivo! L’essere umano ha un bisogno naturale di entrare in contatto con gli altri, e ancor di più, come ha detto qualcuno, di amare più che di essere amato. Eppure a me sembra viceversa, non ti pare? Tutti alla ricerca di una cavia che possa dirci “ti voglio bene!”, che ci riempia di complimenti e ci dica quanto siamo belli e bravi, che ci faccia tutti i favori del mondo e ci adori come un dio greco. Ma noi ci scomodiamo poco; pensiamo, soltanto, di amare, e allora ecco che accadono le tragedie.

Ma di nuovo mi sono allontanata dal mio scopo principale: quello di smuovere qualcosa in te. Come pecco di presunzione! “Allora facciamo in fretta”, mi dici, anche se ti scriverei per tutta la notte. – Le faccende reali, purtroppo, chiamano, e il tempo non è mai abbastanza -.
Ti dico: conservala, questa sensibilità, e non temerla mai – anche perché, credimi, gli altri non notano nulla finché non lo urli ai quattro venti -. Conservala, perché ti rende unico e bellissimo – lo sei, te lo garantisco -, e non dirmi che non sai di cosa parlo: tutti lo sanno; la sensibilità è primordiale, originaria, ce l’abbiamo già dentro quando emettiamo il primo vagito e il mondo ci esplode davanti agli occhi per la sua grandezza e bellezza. Il punto è molto semplice: passiamo il resto della nostra vita a comprimere, calpestare, occultare, disprezzare questo dono. Ma c’è ancora qualche possibilità, non è vero?

Non è necessario rompere il silenzio tra di noi, se non ti va. Dopotutto non era questo lo scopo della mia lettera. Ma finiamola con i “se”: tutto è pronto, tutto è completo. Manca solo una dose sovrumana di coraggio, per me, sperando vivamente che le circostanze siano favorevoli – e ciò significa te seduto in un determinato punto dell’autobus, con un sedile vuoto accanto, e possibilmente non troppa gente a guardare -. Ho una scarsissima fiducia in me stessa e in quest’impresa – scrivere è la parte più facile! -.

Comunque, se questa sarà l’ultima volta che noi due entriamo a forza nella mente dell’altro, sappi che per un giorno, per oggi, io ti ho parlato davvero, e tu mi hai sorriso; in un altro momento, in un altro luogo, tutto ciò è accaduto, e smettevamo di essere degli sconosciuti. Così è rimasto, e io ti ricorderò in ogni caso. Perché in una frazione di secondo, così veloce da non sembrare nemmeno accaduto, io ti ho visto sul serio, e tu altrettanto.

Buonanotte, mio caro amico.

S.

“Forse solo le persone capaci di vera intimità danno l’impressione di essere sole nell’universo. Gli altri hanno una certa viscosità, aderiscono alla massa.”

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