Raccontare l'arte

L’Urlo di Munch e la solitudine dell’uomo moderno

A raccontarci una delle opere più celebri della modernità, L'Urlo di Munch, è il noto critico d'arte Luca Nannipieri, autore dei libri "Raffaello" e "Capolavori rubati" pubblicati da Skira

Se c’è un’opera che rappresenta la modernità, questa è proprio “L’Urlo” di Munch. A raccontarci cosa si nasconde dietro quell’urlo straziante è il noto critico d’arte Luca Nannipieri, autore dei libri “Raffaello” e “Capolavori rubati” pubblicati da Skira.

Perché l’Urlo è considerato un’opera senza tempo

Se la modernità è stata rappresentata, in quest’opera lo è supremamente: l’Urlo di Edvard Munch. L’arte ha raffigurato tante volte la disperazione e l’angoscia: anzi le ha raffigurate più spesso dell’amore e della fratellanza. L’Urlo è tremendamente moderno perché quell’uomo con la bocca spalancata non c’è nessuno che lo salva, non c’è Dio. L’uomo che da solo urla, urla senza scampo, il suo dolore è muto. E poi a chi urla? A nessuno, nessuno lo ascolta. I due passanti vanno via, indifferenti; attorno il paesaggio è quasi inumano, il cielo è rosso sangue, la baia ondeggia in modo inquietante, il ponte e il parapetto tagliano il quadro come una lama, e lui – l’uomo, stilizzato, con un colore della pelle giallo pallido, con un’espressione sconvolta – dilata a dismisura la bocca verso di noi, ma noi non possiamo salvarlo, come il poeta Giuseppe Ungaretti, soldato in trincea, non salva il compagno “massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani / penetrata / nel mio silenzio”. A differenza del poeta che riscatta la vita dall’angoscia scrivendo “lettere piene d’amore”, Edvard Munch con quest’opera sembra spegnere qualunque speranza di salvezza. E’ un grido non ascoltato. Il volto dell’uomo è deforme, non solo la bocca dilatata, ma anche gli occhi, la sagoma stessa della faccia pare non avere più lineamenti umani, pare un teschio, il corpo ondula come fosse una fiammella presa dal vento.

Che cosa ci insegna l’Urlo di Munch

Il dipinto, nella sua versione di riferimento, è del 1893, sebbene ne abbia fatte più varianti con oli, tempere e pastelli su cartone, litografie in bianco e nero. Un anno prima l’artista annota nel suo diario la genesi psicologica del lavoro: “Camminavo lungo la strada con due amici – poi il sole è tramontato. A un tratto il cielo è diventato rosso sangue e ho avvertito un brivido di angoscia. Una morsa di dolore al petto. Mi sono bloccato – appoggiandomi al passamano, perché avvertivo una stanchezza mortale. Sopra il fiordo blu scuro e alla città colava sangue in lingue fiammeggianti. I miei amici continuavano a camminare – e mi hanno abbandonato tremante di paura. E io ho sentito un enorme sconfinato urlo percorrere la natura”.
Una delle versioni dell’Urlo è andata all’asta da Sotheby’s a New York nel 2012. E’ stata aggiudicata per 119,9 milioni di dollari. Le versioni dell’opera sono state rubate più volte dai ladri: alla Nasjonalgalleriet di Oslo, il 12 febbraio 1994, e al Munchmuseet, dieci anni dopo, il 22 agosto del 2004. Ritrovate, fortunatamente. Ma i furti ci dicono quanto amore – anche morboso, criminale – muova la mitologia di questo insuperabile quadro.

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