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l'intervista

A cosa serve la cultura in Italia secondo Tomaso Montanari

A cosa serve la cultura in Italia oggi? Qual è la sua missione? Lo abbiamo chiesto allo storico dell'arte e saggista Tomaso Montanari

Da dove deve ripartire il mondo della cultura? Dalla sua missione: renderci umani, contribuire a sviluppare e difendere l’umanità che c’è in noi. E’ questo il parere di Tomaso Montanari, storico dell’arte, accademico e saggista italiano. Secondo Montanari la cultura non è intrattenimento, una perdita di tempo o un mercato, ma rappresenta la via più importante che abbiamo per diventare e restare umani. Lo abbiamo intervistato per parlare di beni culturali, musei, scuola, tra errori recenti e prospettive future.

 

Dopo oltre un anno di pandemia, come è cambiato il mondo della cultura in Italia?

La cultura in Italia purtroppo non conta molto, come la scuola e l’università. I beni culturali non vengono considerati una risorsa, ma anzi un peso di cui liberarsi con un certo imbarazzo quando le condizioni ottimali non ci sono. La stessa cosa sembra avvenire per la democrazia: nei momenti di emergenza sembra essere un intralcio, come la cultura. Durante i bombardamenti di Londra, venne chiesto a Churchill di chiudere i teatri. Egli rispose: “Ma allora per cosa stiamo combattendo?”. Già prima del Covid c’erano pochi finanziamenti, la cultura era ai margini. La pandemia ha reso impossibile non accorgersi di tutto questo.

Spero in un ritrovato desiderio di “conflitto pacifico” degli operatori della cultura, dello spettacolo, del teatro. Il sistema della cultura in Italia finora ha vissuto in gran parte di sussidi pubblici e di connessione con il potere politico. La necessità innescata dalla pandemia è quella di far sì che ci si ribelli a questo potere incolto e opprimente. Io spero che ci sia maggiore determinazione da parte degli operatori della cultura in Italia.

 

Sei favorevole alle riaperture?

Sono stati fatti molti errori. Scuole e teatri sono stati chiusi molto prima di quanto fosse necessario. In una pandemia si raggiungono dei momenti in cui bisogna chiudere tutto. È curioso lasciare aperte le chiese, dire le messe e chiudere i teatri. Si tratta sempre di sale in cui ci si siede e si viene controllati all’ingresso. Quindi perché le messe sì e gli spettacoli teatrali no? Stesso discorso per le scuole: si poteva lavorare sul trasporto pubblico, sull’edilizia scolastica. Io ho proposto di fare scuola nei musei. Tutto ciò non è stato fatto. La scorciatoia è stata quella di chiudere.

Oggi si arriva vicini ad una prima uscita dalla pandemia con una primavera che non decolla climaticamente, le vaccinazioni che non vanno avanti, e dei numeri di contagi e terapie intensive preoccupanti. Se dal 26 aprile si riapre tutto al 100% il rischio è un boomerang clamoroso. È pericoloso il messaggio che passa: il “libera tutti” comunicato da Draghi e Speranza nell’ultima conferenza stampa ha portato alcune città italiane nell’ultimo fine settimana a riempirsi, dando vita ad una bolgia indescrivibile.

 

È possibile intendere un nuovo modo di fare cultura?

Nell’ultimo anno abbiamo imparato che dietro la cultura ci sono delle persone. Sembra una sciocchezza ma non lo è. Cultura e bellezza non sono astratte. Nessuno sa che il patrimonio culturale italiano si fonda su un esteso precariato. Esiste uno schiavismo della cultura in Italia. Anche nello spettacolo ci sono stipendi miseri, non esiste nessuna sicurezza, c’è sfruttamento. Se si vuole ripartire, occorre farlo iniziando dalla dignità dei lavoratori, dalla loro sicurezza, dalla fine dello sfruttamento e dello schiavismo. Bisogna rimettere al centro la dignità delle persone.

 

Per questa ripartenza culturale, quale ruolo hanno servizio pubblico e aziende private?

Ci sono cose deve pagare lo Stato, per cui ci vuole un investimento pubblico. Siamo i fanalini di coda dell’Europa per quanto riguarda investimenti culturali. Ci sono alcuni comparti, come i musei, che in realtà non rendono soldi, ma consumano denaro convertendolo in cultura, coesione sociale, civilizzazione, umanità. È sempre stato così. La cultura è anche impresa, però bisogna essere chiari: non valgono per essa le regole del profitto.

I teatri e tante altre cose necessitano del contributo nazionale. Antonio Gramsci chiamava i teatri e i musei “servizi pubblici intellettuali” che lo Stato doveva finanziare. Non ho mai visto in Italia un privato che veramente abbia aiutato la cultura. Ho visto molti privati che vivono di cultura in realtà portando soldi pubblici verso le loro tasche. Lo Stato vuole fare la Netflix della cultura? Dovrebbero essere i privati a farla, mentre lo Stato dovrebbe garantire un servizio pubblico.

 

Promuovere la cultura: cose ne pensi delle fiction legati a grandi personaggi storici (es. Leonardo) o iniziative con influencer presso i musei (esempio la Ferragni agli Uffizi)?

A mio parere si tratta di due pessimi esempi. La Ferragni fa bene il suo mestiere, ma il direttore degli Uffizi non deve vendere gli Uffizi come un prodotto. Il patrimonio culturale è un luogo in cui non si è né consumatori né clienti. Siamo una società consumistica, ma ritengo sbagliato che cultura e scuola usino gli stessi metodi del mercato: è un danno alla democrazia. Gli Uffizi devono pensare con la propria testa, non con quella degli influencer.

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La fiction su Leonardo non mi è piaciuta: è orrenda, noiosissima, contiene falsi storici. L’attrice che interpreta la protagonista femminile, Matilda De Angelis, ha affermato che un Leonardo “storico” sarebbe stato una rottura di palle. In realtà non è vero: fare capire che Leonardo rappresenta un mondo straordinario che ti rende felice, ti appassiona, che da sapore e profumo alla vita reale, sarebbe stata la cosa migliore da fare. Se non conosci Leonardo lo ritieni una rottura di palle e per questo devi inventarti una cosa che non centra niente nulla. Questo tradisce lo scopo principale, è ridicolo. Leonardo è molto più divertente, avvincente, vitale, giovane di una serie che riprende luoghi comuni inguardabili.

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Digitalizzazione musei e tour virtuali: un bene o un male per la fruizione culturale?

Se non ci sono alternative, credo sia utile se fatto bene e con contenuti originali che non ho visto finora. Si dovrebbe raccontare un quadro più con le parole che con le immagini, facendo venire il desiderio di volerlo scoprire e approfondire. Bisogna ricordare che, come avviene per cibo e sesso, la virtualità non è mai la soluzione. Le opere d’arte sono cose vive, non c’è modo di trasferirle in modo virtuale pensando che possa essere la stessa cosa. Lo stesso ragionamento vale per la scuola: la DAD non è didattica, seppur sia stata necessaria in questo periodo.

 

Da cosa deve ripartire il mondo della cultura in Italia?

Dal senso della sua missione. Se ci chiediamo a cosa serve la cultura, le risposte anche degli operatori culturali non sono chiare. Io penso che la cultura serva a renderci umani, a sviluppare e difendere l’umanità che c’è in noi. Si tratta di un metro piuttosto chiaro di giudizio. La cultura non è intrattenimento, una perdita di tempo o un mercato. La cultura in Italia rappresenta la via più importante che abbiamo per diventare e restare umani.

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