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la dedica per la festa del papà

Una festa del papà dedicata a tutti i padri ucraini costretti a lasciare i loro figli

Nel giorno in cui ricorre la Festa del papà, il nostro pensiero va a tutti gli uomini ucraini che hanno lasciato la propria famiglia ed i propri figli per andare a combattere e difendere la propria terra.

Il 19 marzo è la festa del papà. Questo giorno dedicato ai papà si tinge di blu e di giallo. Non possiamo fare a meno di rivolgere i nostri pensieri a tutti quei papà ucraini che sono stati costretti a salutare i loro bambini prima di andare a combattere e si domandano se mai li rivedranno. Quanto dev’essere difficile dover salutare il proprio figlio senza avere la certezza di rivederlo, temere per la sua vita ogni giorno, non poter avere sue notizie, pregare perché abbia sempre il necessario per vivere sereno senza poterglielo assicurare in prima persona.

Ci vuole un estremo coraggio per fare ciò che stanno facendo i papà ucraini durante queste settimane: da un lato restare a combattere nella loro terra, per nutrire ancora la speranza di un futuro in Ucraina; dall’altro far allontanare le loro famiglie dal paese, per assicurare loro quell’agognato futuro anche nel peggiore dei casi. Sono moltissime le storie che testimoniano la forza di questi uomini coraggiosi e premurosi. Scopriamone qualcuna.

Il papà di Michele

Michele, i suoi fratelli e la sua mamma hanno lasciato la città di Sumy – situata al confine con la Russia – in treno, per dirigersi a Leopoli.
Il viaggio è stato estenuante: Michele, che ha solo 10 anni, è rimasto per tutto il tragitto in piedi. La mamma racconta che il piccolo ha vomitato durante tutto il viaggio. L’unico pensiero che si affaccia sul volto stanco di Michele è quello rivolto al padre: terrorizzato, il bambino si chiede se il padre, rimasto a combattere, si ricorderà di lui.

L’uomo, che cerca di tenersi in contatto con la sua famiglia ogni giorno, ha preso il treno con moglie e figli per poi scendere alla prima fermata, pronto ad unirsi alla resistenza ucraina.

Kamianets-Podilsky e il suo estremo atto di fiducia

Kamianets-Podilsky ha 38 anni. I suoi due figli ne hanno meno di 10. Il suo primo pensiero, allo scoppiare della guerra, è stato quello di mettere in salvo i figli. Così, è partito alla volta dell’Ungheria, intenzionato a condurre i piccoli in Italia. L’uomo, però, è stato fermato dalle autorità ucraine al confine con l’Ungheria, gli è stato vietato di lasciare il paese ed intimato di unirsi ai combattimenti.

Non restava null’altro da fare, se non abbandonare l’impresa che avrebbe messo in salvo i suoi figli. Invece Kamianets-Podilsky ha avuto, in un attimo di piena disperazione e di istintiva lucidità, un’idea che ha significato la salvezza per i suoi bambini: li ha affidati ad una sconosciuta, una donna di nome Nataliya Ableyeva. Un atto di estrema fiducia che dimostra quanto amore e quanta paura convivano nel cuore dei papà ucraini in questi giorni. Ruslan, che affida la cura della famiglia al suo piccolo

Anche Ruslan, un papà di 35 anni, è stato costretto a lasciare i suoi affetti per combattere contro l’esercito russo. In preda alla paura e al dolore per l’allontanamento dalla moglie e dai due figli, Ruslan ha salutato il suo bambino raccomandandogli la madre e dicendogli di prendersi cura di lei, perché ormai è lui l’uomo di casa, almeno fino al loro ricongiungimento.

Storie di tenerezza e disperazione

Le storie che testimoniano la tenerezza e la disperazione dei padri ucraini mentre salutano le loro famiglie prima di recarsi a combattere sono innumerevoli. Chi bacia il pancione della moglie in dolce attesa, chi abbraccia forte la figlia in lacrime, chi cerca di mantenere una parvenza di tranquillità per non spaventare i figli e chi invece proprio non ci riesce…

I video e le fotografie fanno il giro del web ogni giorno, mostrandoci quanto sia difficile essere padri, soprattutto in un contesto di guerra.
Aveva proprio ragione Antoine François Prévost, più noto come Abbé Prévost, quando scriveva che “un cuore di padre è il capolavoro della natura”. Oggi più che mai ne siamo testimoni.

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