Storie di bullismo

Come riconoscere un caso di bullismo: tutti i segnali

I genitori devono imparare a capire i propri figli e riconoscere i segnali di un eventuale disagio. Ecco come riconoscere un caso di bullismo
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Voglio uccidermi, non sopporto più che mi prendano in giro, voglio pugnalarmi al cuore”. Sono queste le parole con cui Quaden Bayles, bambino australiano di 9 anni affetto da nanismo, manifestava tutto il suo risentimento e la sofferenza atroce con le piccole labbra inondate di lacrime e la voce rotta nei confronti dei bulli che da settimane lo vessavano per la sua condizione fisica.

Sua madre, ovviamente allarmata da queste dichiarazioni, ha deciso di registrare e rendere di pubblico dominio tale reazione del figlio, nella speranza che ciò fosse da monito e sensibilizzazione per quanti stanno fronteggiando questa tremenda piaga sociale. “C’è un’età in cui la derisione si trasforma e perde ingenuità per acquisire il carattere della violenza”.

Ma come riconoscere un caso di bullismo?

Come si origina il bullismo

Una delle motivazioni più frequenti nel bullismo è l’intolleranza verso chi è percepito come diverso, senza che la vittima ci abbia fatto qualcosa di male, ma per il solo fatto di essere diverso: l’omosessuale, lo straniero (non inteso solo come diversa nazionalità, ma anche diverso paese, diversa regione, nord e sud etc.). Colore della pelle, disabilità , ceto sociale, cultura. Spesso le intolleranze per il diverso sono acutizzate da posizioni pericolose come per esempio quelle delle religioni, ma non è sempre facile riconoscere un caso di bullismo.

 

 

Il caso di Quaden Bayles

In questo caso, è stata la particolare condizione fisica della vittima ad essere stata presa di mira. Acondroplasia, per la precisione. Che purtroppo non potrà guarire mai, ma che non per questo significa essere diverso. Ulteriori indagini hanno individuato la causa delle vessazioni ai danni di Quaden anche nella sua etnia: egli, infatti, è aborigeno, appartenente ad uno dei popoli nativi del continente australiano. Doppio motivo, doppia discriminazione, quindi. Ma se non fosse stato per il coraggio e il sangue freddo della giovane madre, Yarraka Bayles, in che altro modo potrebbe un genitore accorgersi se suo figlio o sua figlia possa o meno essere vittima del branco? I genitori devono imparare a comprendere il proprio figlio e riconoscere i segnali di un eventuale disagio, sia per evitare che si trasformi in vittima, ma anche per impedire che possa diventare “bullo”.

 

 

Come riconoscere un caso di bullismo

Per evitare che diventino vittime è importante:

• Aumentare la loro autostima;

• Aiutarli a potenziare le caratteristiche positive e le abilità;

• Stimolarli a stabilire relazioni con i coetanei e a non isolarsi. Per evitare che si trasformino in bulli bisogna invece insegnare ai ragazzi a:

• Saper esprimere la propria rabbia in modo costruttivo e con maturità;

• Comunicare in modo sincero;

• Essere capaci a comprendere le emozioni degli altri e a capire le conseguenze dei propri comportamenti;

• Prendere esempio da ciò che si vede in casa. È inoltre fondamentale, se non necessario, che i ragazzi vengano educati alla diversità. Ciò non vuol dire concepire l’altro come minaccia o spettacolo circense, ma promuovere empatia e collaborazione. L’empatia ci consente di entrare in sintonia con i sentimenti dell’altro, mettendosi nei propri panni e cercando di interpretare i suoi sentimenti e le sue azioni. Non occorre giudicare ma conoscere, ed è proprio in funzione di ciò che bisogna assolutamente intervenire, non fermandosi ai pregiudizi ma andando a fondo. I genitori devono inoltre imparare a cogliere i segnali di chi è vittima di bullismo, quali:

• Trovare scuse per non andare a scuola o voler essere accompagnati;

• Fare frequenti richieste di denaro;

• Essere molto tesi, piagnucolosi e tristi dopo la scuola;

• Presentare lividi, tagli, graffi o strappi negli indumenti;

• Dormire male o bagnare il letto;

• Raccontare di non avere nessun amico;

• Rifiutarsi di raccontare ciò che avviene a scuola. Conoscenza reciproca e condivisione: sono queste le parole vincenti contro una lotta nella quale ci si ritroverebbe ad avere una differenza di potere tra i soggetti coinvolti. Ma se ci si unisce, se ci fermassimo e deponessimo le armi anteponendo il dialogo e l’integrazione alla violenza e alla deumanizzazione, non considereremo più l’altro come un’isola deserta e inesplorabile, ma come un tesoro da scoprire.

 

Di Giulia S. Cingolani
Sociologa forense – studiosa di balistica 

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