Un’estate particolare – Racconto di Neris Casteller

Un'estate particolare - Racconto di Neris Casteller

Trovare un termine esatto per definire questa estate mi risulta estremamente difficile. Forse anomala, come un’onda che improvvisa ti sommerge e scombina il calmo movimento del tuo mare. Oppure catastrofica, come un terremoto che ti scuote dalla punta dei piedi fino al minuscolo capello che ti sta spuntando in testa…Sì, catastrofica è la parola giusta, quella che appena la pronuncio mi fa piombare in uno stato di catalessi che mi costringe ad aprire il frigo e strafogarmi di gelato che placa quel “non so cosa” che va su e giù dallo bocca dello stomaco al cervello. Se non fosse che andando avanti di questo passo il mio giro vita rischia di aumentare notevolmente facendomi assomigliare sempre di più ad un pinguino, potrei benissimo concorrere per il primo posto come miglior cliente della gelateria giù all’angolo. E’ la peggior estate che mi sia mai capitata, in assoluto.
“Bastaaa! Non ne posso più” grido all’improvviso facendo sobbalzare mio marito che se ne sta tranquillo e beato a leggere il terzo quotidiano dopo aver guardato tutti i telegiornali delle reti televisive.
“Che ti prende? Ti ha punto la zanzara tigre per caso?” mi chiede inarcando le sopracciglia mentre mi fissa allibito. Fa pure dell’ironia, devo sembrargli una pazza questa mattina ma almeno sono riuscita a catturare la sua attenzione per un attimo, non si è neppure accorto che ho cambiato colore di capelli. Sto diventando trasparente.
“Ma ti sembra, ora che i figli se ne sono andati di casa e tu sei in pensione non possiamo chiudere baracca e burattini e farci una bella vacanza…impossibile” gli rispondo cercando di mantenermi calma.
“In vacanza? Ma lo siamo già in vacanza cara! Si sta così bene qui tranquilli, io e te, senza nessuno che ci ronza intorno. Una vita beata…il caffè, il giornale, la partita a carte, due passi. Cosa vuoi di più”. Carlo mi guarda con un’espressione estasiata, come se davanti gli fosse apparsa una bianca spiaggia tropicale. Non ho neppure la forza di ripetere la solita frase “che bello sarebbe se noi due…”che da un po’ butto lì nella speranza di vedere l’ombra di un pizzico di interesse e di entusiasmo sfiorargli la faccia. Se io sono diventata invisibile lui è sicuramente diventato sordo.
“Susanna, oggi passo in pescheria e prendo del pesce per una pasta. La pasta allo scoglio, quella che solo tu sai cucinare divinamente. Potresti preparare una bella cenetta di pesce la prossima settimana, quando ritorna dalle vacanze Giuliana con i piccolini” esclama come niente fosse, come non avessi detto assolutamente niente che valesse la pena di essere preso in considerazione.
“Giuliana? I nipoti? No guarda, io sono ufficialmente in ferie!” rispondo secca. Sono una bomba ad orologeria pronta ad esplodere e se non taglio definitivamente la conversazione temo succederà, le lancette stanno avanzando inesorabilmente verso l’ora x.
Appena metto il naso fuori dall’appartamento vengo investita da un’afa micidiale e mi riempio il corpo di goccioline di sudore, l’unica cosa da fare è entrare ed uscire dai grandi magazzini per ripararsi da questo caldo fuori dal normale. Mi fermo davanti alla vetrina dell’Agenzia di viaggi dove ci sono esposte le ultime offerte : Bali, Zanzibar, Spagna, Londra.
“Benissimo signora, una settimana a Roma…per due?” mi chiede la ragazza delle prenotazioni.
“No, per una persona…per me” rispondo con un sorriso.
La ragazza mi guarda divertita, deve aver percepito quella perfida soddisfazione mal celata dietro il mio sorriso. Con il mio biglietto aereo di andata e ritorno per Roma stretto in una mano ed il sacchetto con il cappello stile inglese comprato all’HM nell’altra cammino senza più sentire il sudore che come un rigagnolo mi cola giù per la schiena, l’unica cosa che sento ora è il cuore che batte a mille.
“Non ho capito male vero? Tu vai a Roma…da sola”. Carlo ripete due volte la domanda, sembra convinto di aver frainteso qualcosa. Scoppia in una fragorosa risata.
“Dai smettila! Tu da sola non sei mai andata da nessuna parte…mi stai prendendo in giro” continua tra un sussulto e l’altro. Lo lascio sbellicarsi dalle risa e mi caccio sotto la doccia, non ho neppure voglia di parlarne. Mi osservo allo specchio, nonostante i miei anni non sono per niente male, non mi sento affatto una vecchia ed inutile ciabatta, specialmente ora che ho deciso di volermi un po’ più bene. Dulcis in fundo mi spruzzo una notevole quantità di profumo che farebbe svenire chiunque anche a cinque metri di distanza ed esco dal bagno come una venere dalle onde, sotto lo sguardo sbigottito e molto meno divertito di prima del mio maritino.
“Ecco, ti ho fatto la lista delle cose da fare. Mi raccomando devi andare a ritirare la tenda dalla sarta tra due giorni, poi quando ritorna nostra figlia devi badare ai bambini…avrà delle commissioni da fare prima di tornare al lavoro. Ah, la cenetta di pesce la potresti imbastire tu no? Dicono che gli uomini siano i migliori cuochi”. Un bacio frettoloso a Carlo che sembra non riprendersi ancora dalla novità. Mi sistemo in testa il cappello a larghe tese che devo dire mi sta proprio bene: sembro una di quelle turiste straniere che girano per la città scattando fotografie a nastro, mi viene in mente che appena torno mi iscriverò ad un corso di lingua inglese. Conoscere l’inglese è assolutamente necessario.
Dal finestrino dell’aereo osservo Roma avvicinarsi sempre di più, immensa e bellissima, sembra aspetti proprio me. Sono felice, sola e felice.
Il cellulare squilla diverse volte : è mio marito che soffre di solitudine, sono i figli increduli, è mia sorella preoccupata, sono gli amici sorpresi.
“Roma è meravigliosa! Un tuffo dentro la storia…e poi non c’è neppure tanta gente in questo periodo e me la sto godendo alla grande”. Mentre parlo al telefono con Carlo sono seduta in un localino tipico a Trastevere, il cielo è chiaro ed un leggero vento mi scompiglia i capelli. Carlo mi chiama cinque volte al giorno, ora sembra che quell’ombra che vagava per casa gli si sia materializzata all’improvviso e non possa più farne a meno.
“Mi manchi tanto” mi sussurra, quasi non lo sento.
“Cosaaa? Parla più forte!” gli chiedo.
“Niente…dicevo così per dire” quasi si scusa per aver pronunciato quel “mi manchi”, come si vergognasse di farsi scoprire sensibile, lui è un uomo tutto di un pezzo.
Sorseggio lentamente la mia acqua brillante con limone mentre mille pensieri mi si affollano in testa, penso alle nostre distanze che non si possono misurare solo in chilometri, penso che ci siamo lasciati travolgere dalla vita senza fermarci un attimo e guardarci negli occhi. Osservo una coppia non più giovanissima che mi sta passando accanto, si tengono per mano mentre discutono chissà di che cosa, si baciano. Una leggera malinconia mi pervade, da quanto tempo io e Carlo non ci teniamo più per mano, da troppo.
“Beh, vediamo…la prossima estate voglio andare a Firenze. Città d’arte” continuo la conversazione sperando di sentirmi dire magari un “ti amo”, ne avrei tanto bisogno.
Dalla terrazza dell’albergo si vede la cupola di San Pietro illuminata, sono rapita dallo scintillio delle innumerevoli luci della città che sembrano confondersi con le stelle in cielo e sento una delicata fragranza di fiori nell’aria sfiorarmi come una carezza, timido bacio di una notte d’estate che cancella ogni tristezza e mi rincuora. Da qui, di fronte a tanta bellezza mi sciolgo e mi commuovo, ritorno con il pensiero a Carlo che sicuramente mi sta pensando. Chissà se ha preso le medicine, chissà se ha fatto la lavatrice, chissà se…Spengo la luce e chiudo gli occhi, mi stampo un bacio sul palmo della mano e glielo invio con un soffio. “E’ proprio un’estate strana…una bella estate direi” penso a voce alta. Ridacchio canticchiando le note dell’opera Madame Butterfly che ho visto questa sera a teatro, forse ho esagerato con gli aperitivi al buffet dell’albergo visto che non sono abituata alla mondanità. Mi sento esageratamente romantica, tutta colpa dei miei simpatici compagni di viaggio, tutta colpa della luna che questa sera brilla particolarmente, tutta colpa di questa mia voglia di sentirmi ancora viva.
“Mamma, nonna ha avuto un attacco di glicemia, sei solo tu che sai come gestirla. Poi papà mi sembra uno zombie vive allo stato brado : barba luna, indumenti in giro per la casa e giornali…giornali ovunque. Io non posso badare anche a lui!”.
“Una settimana, solo una settimana e sembra stia succedendo il pandemonio. Arrangiatevi cavolo!” esclamo spazientita.
“Non è che poi Paolino si è preso il morbillo e Alice la varicella? Per caso c’è stato il temporale e si è allagata la casa? Si è rotto il condizionatore?” continuo fuori dai gangheri. Sono in paranoia, è una situazione tragicomica al limite dell’inverosimile. Io, un essere indispensabile, quasi divino, che risolve tutto. Bene ho deciso, continuerò la vacanza per un’altra settimana e poi conterò i morti.
Alla fine il senso di responsabilità, di colpa, di compassione, ha prevalso sul mio egoistico desiderio di fregarmene di tutti. Preparo la valigia e mi appresto a salutare la città eterna, come eterni sono i miei tormenti, in nome degli alti e nobili sentimenti altrui che mi vogliono figlia amorevole, madre sempre presente, moglie comprensiva ed infine…donna. Ma se il mio essere donna viene messo così in fondo alla lista va a finire che piano piano scomparirò, me ne andrò nel nulla con un battito leggero d’ali, e nessuno se ne accorgerà.

 

Neris Casteller

 

 

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