Quel bosco maledetto – racconto di Teresa Averta

Quel bosco maledetto - racconto di Teresa Averta

Milano Italia. Agosto ’98.

Era l’estate del 1998 e il caldo rovente dominava la mia grande e afosa Milano; il sole indisturbato distribuiva i suoi raggi sulle scartoffie della mia scrivania polverosa, assorbendo il grigio del duro e nebbioso inverno ormai trascorso.
Vagavo pensierosa nel mio studio, all’ultimo piano di un meraviglioso attico, in Corso Matteotti, facendo avanti e indietro: dallo studio alla terrazza, da dove scorgevo l’intera piazza di fronte alla cattedrale del Duomo della città; una panoramica che ti lascia senza fiato, e rimuginavo…su quanto avevo ascoltato, poco prima, al notiziario nazionale.
Le ultime news dal mondo ci invitavano a riflettere, che è, alla Grande Crisi mondiale, che bisogna guardare, dopo i disordini dei mesi scorsi in Grecia, in Bulgaria, nei paesi Baltici, per spiegarsi il ritorno del terrorismo irlandese: tre morti ammazzati, due militari inglesi e un poliziotto negli ultimi tre giorni…
-Poca roba- pensavo:- con le caterve di morti che la cronaca ci mette regolarmente sotto gli occhi, nel Darfur, nella Somalia, nel Congo, nel Gaza, e negli altri paesi europei,- e mi dicevo:- Che vuoi che siano tre morti nell’ Irlanda del nord, non fanno molta impressione!-
Nonostante questo quadro sociale economico, davvero inquietante, io rimanevo impassibile, la temeraria Morena di sempre, la donna determinata che niente e nessuno avrebbe condizionato nelle sue scelte; con una carriera promettente, una nuova casa, un marito premuroso, un figlio poco più che ventenne che sembrava aver finalmente superato un momento di crisi adolescenziale tanto da esser riuscito anche a trovare un impiego fisso; certo, non il lavoro che io e mio marito Robert, avremmo desiderato per lui, ma non mi importava.
Avevo tutte le carte in regola per essere una donna felice, soddisfatta della mia vita, un’esistenza perfetta. O almeno così sembrava…questo era quello che gli altri vedevano, l’immagine della mia vita riflessa negli occhi di chi credeva di conoscerla. Ero giovane, assetata di conoscenza e desiderosa di apprendere la vita: e sarei andata anche in capo al mondo pur di allontanarmi dalla mia dolce e calda dimora, cosi calda e stretta che mi sembrava una elegante prigione da dove, poter fuggire al più presto.

Era l’inverno del ’97, frequentavo come studentessa esterna, uno dei più importanti e rinomati licei linguistici della “Milano bene”, forse una scelta poco azzeccata, per la mia situazione economica precaria, ma adeguata per quello che cercavo; in termini di studio: avrei avuto maggiori opportunità di lavoro, si sarebbero aperti, per me, nuovi orizzonti. Quell’anno superai gli esami brillantemente, conseguendo un lodevole risultato, tanto da ottenere una borsa di studio, consistente in un viaggio premio, in Irlanda, alla prestigiosa “University of Limerick”.
Ero al settimo cielo, al pensiero di essere io, una delle tre ragazze italiane, scelte, al termine di una valutazione sulle capacità comunicative e relazionali in lingua straniera.
Confusa e felice per la grande e inaspettata notizia, non esitai un nano secondo, ad accendere il mio computer e, prima di raggiungere questa terra sconosciuta, mi avventurai nello sconfinato mare del web, per visionare virtualmente la meravigliosa Irlanda; “un piccolo Paese dal grande cuore”co6sì veniva definita da scrittori, sociologi e poeti che ne sapevano più di me.
Guardavo estasiata, quelle immagini in cui predominava il verde dei paesaggi che si estendeva a vista d’occhio, il cielo in perpetua mutazione, infinito nella sua grandezza e incombente sulle colline, scogliere mozzafiato, stradine limitate da muretti in pietra bianca e, soprattutto, un popolo simpaticissimo, leggevo fra le notizie.
-Bene- pensai: – non c’è tempo da perdere- e dicevo a me stessa: – forza Morena…in viaggio verso la terra dal “grande cuore”! –
Wicklow, che ospitava “University of Limerick” all’interno del suo parco nazionale tecnologico, si trovava vicino al fiume Shannon, a sud di Dublino e si estendeva fino alla contea di Carlow e di Wexford, lungo strade secondarie che spesso sono deserte, ma nelle quali non manca mai almeno un pub in ogni villaggio.
Così… dopo settanta ore di viaggio in automobile e 2000 chilometri percorsi, ecco, davanti a me, la lunghissima strada che costeggiava la fredda e bellissima Irlanda; quasi per caso, mi trovai davanti ad un villaggio, dove di lì a poco, mi sarei fermata per una piccola sosta.
Ormai esausta dalla guida estenuante, scesi, a Kasund, un villaggio della contea di Finnmark. Mi trovavo nell’estremo nord dell’Irlanda, alle porte del villaggio chiamato “Angel’s Village”, e come per incanto, la mia stanchezza svanì, cedendo il passo allo stupore dei miei occhi, che si aprirono all’incredibile vista di quelle vallate, dove regnava ogni specie di piante e alberi rari: il cloroformio, il sandalo bianco e l’Agar. Ammiravo estasiata quegli incantevoli paesaggi, ricchi di flora e fauna, posizionati su lussureggianti colline verdi: bellezze naturali indimenticabili che mi facevano immergere in un’atmosfera magica. Solo ora comprendevo… e sentivo il cuore di quella terra…battere fra il rumore dei miei pensieri e il grande silenzio che regnava in quel posto a me sconosciuto.

Cominciai a camminare gioiosa, respirando a pieni polmoni, e quasi senza volerlo mi inoltrai in quei grandissimi e sconfinati boschi a vegetazione selvaggia; respiravo odore di tigli, tra rari rododendri, alberi esotici e antiche querce che costeggiavano le rive del fiume Slaney. Osservavo da lontano, fin dove arrivava il mio sguardo, la straordinaria atmosfera che regnava tra le verdi colline della contea di Carlow, le Blackstairs Mountains e il fiume Barrow.

Quel posto sembrava un paradiso per gli amanti della natura ma, in quella dolce quiete, persa nel tempo, all’improvviso, sentii strani rumori nell’aria: un fragore di battito d’ali dietro la schiena, striduli suoni di uccelli si schiantarono sui miei innocenti pensieri.
Mi girai di soprassalto e li vidi planare dietro di me… erano uccelli rapaci, affamati e fra me pensavo: -saranno presagio di difficoltà in arrivo- e mi dicevo: – mio Dio dove sono capitata!-
Forse mi stavo risvegliando da un brutto sogno e scoprivo che la realtà era peggiore del sogno appena concluso. Mi girai, e davanti a me… il terrore! I miei occhi videro una scena straziante: alcuni corpi di uomini e bambini feriti, dilaniati, abiti strappati fra i rovi, scarpe rotte sul fogliame, corpi lacerati ormai inermi ai piedi di quegli alberi secolari, gocce di sangue dappertutto, probabilmente persone uccise…sembrava una carneficina, opera malvagia di chissà quale furia umana. Chi mai, avrà riversato la sua sete di sangue su degli esseri umani innocenti, mi chiedevo. Non ne capivo le cause… ero esterrefatta da quanto osservavo sgomenta, e tremante. In preda al panico, mi misi a correre…ma inciampavo…fra le pietre macchiate di sangue e il cuore che pulsava violentemente dentro al mio petto. Volevo fuggire via, il più velocemente possibile, da quel bosco maledetto.
Giunsi, stremata dalla corsa affannata e con le lacrime agli occhi, davanti alla macchina e, pensai se fosse stato meglio ripartire e tornare a casa o restare…per una causa più importante. L’obiettivo era, la permanenza in quei luoghi per i miei studi e le mie ricerche, il grande sogno della mia vita… ma non sapevo cosa fare, sembrava, fossi uscita da un film horror.
Il coraggio prese il sopravvento e decisi con ferma convinzione, di rimanere e albergare in quel luogo, che mi aveva letteralmente terrorizzato ma che mi incuriosiva a tal punto, che avrei fatto personalmente delle ricerche per capire quanto era accaduto e perché.
Ansiosa e guardinga mi avvicinai all’ albergo di “Angel’s Village”, entrai in un ambiente apparentemente tranquillo e chiesi una camera per alcuni giorni… passai la prima notte da incubo, angosciata per quanto era accaduto, ed ero in trepidante attesa, di avere notizie, riguardo al tragico episodio del pomeriggio precedente.
Il giorno dopo, mi alzai di buon mattino, feci colazione e chiesi un quotidiano da leggere: non riportava alcuna notizia che potesse riferirsi all’immane tragedia del bosco. Tutti gli ospiti dell’albergo erano sereni e si godevano felicemente il loro soggiorno irlandese. Non contenta, decisi, così di uscire, per andare a fare una passeggiata lungo il sentiero che portava verso quei misteriosi boschi; a pochi metri, dal villaggio, fui spiacevolmente sorpresa, dal vociare di tanta gente: urla di bambini, schiamazzi di persone e pianti di donne provenivano dal fiume vicino.

Sulla riva, accanto ad un grande cipresso, lo chiamavano il “Cipresso del Pescatore”, vi era il corpo riverso sul fiume, di una bambina, molto piccola e la sua maglietta bianca sull’ erba ancora sporca di sangue…e il mio sguardo terrorizzato si posava su quella incredibile scena dell’ orrore. Non riuscivo a trattenere le lacrime e mi chiedevo dove fossi mai capitata, in quale oscuro e orribile posto il destino mi aveva catapultato. Ero paralizzata dallo spavento, e rimasi immobile a seguire la scena da lontano. Improvvisamente, si avvicinò un uomo, accanto al corpo della bambina e la sua presenza turbò l’intero villaggio; adulti e bambini si abbracciarono e si strinsero l’uno all’altro, come per proteggersi. Nessuno aveva mai visto l’uomo misterioso, il suo arrivo nel villaggio sembrava non convincere la gente di quel luogo. Ma lui, come se nulla fosse, estrasse un coltello dalla tasca del cappotto e si fece un piccolo taglio sulla mano, dal quale uscì una goccia di sangue che cadde sul corpo della piccola. Subito dopo, l’uomo scomparve e la bambina come per magia si svegliò.
Per molti giorni… la gente del villaggio parlò dell’accaduto non sapendosi dare una spiegazione…e neppure io. Decisi allora, di fermarmi un po’di più in quel posto così bello e maledetto, la mia curiosità di giovane donna, accompagnata dal desiderio di ricerca, mi imponeva di restare.
Un mese dopo, ad intervalli brevi vennero uccise altre 3 persone dalla “strana creatura” che stava sterminando il villaggio, ma l’orribile mostro come lo definiva la gente che abitava quei luoghi riapparve, bagnò col suo sangue i 3 corpi e svanì nel nulla. Erano 3 giovani ragazzi, le ultime persone uccise, che improvvisamente si svegliarono dalla quella orrenda morte che seppure apparente aveva scosso me e tutti nel villaggio.
Anche questa volta, nessuno e neanche la legge che era intervenuta più volte, fu in grado di spiegare esattamente cosa fosse successo…il mistero di quel giallo…che diventava rosso di sangue ogni volta che le persone mettevano il naso fuori dalla porta. Sembrava un caso impossibile da risolvere.
Io continuai ad indagare, peggio di un detective; studiavo quel caso come fossi una giornalista in cerca di indagini per articoli di prima pagina; qui non c’era più in gioco, un corso di formazione, bensì la vita di persone innocenti e quello che per me doveva essere un soggiorno temporaneo di studi, diventava un lavoro impegnativo.
Per 2 mesi non sapevo più cosa significasse dormire. Da quando ero giunta in quel luogo, non riuscivo più a fare sonni tranquilli, né a vivere la vita di ogni giorno; la mia bella vita di film-maker di successo, con la mia famiglia composta da un marito innamorato e da un figlio ormai grande, sfumavano nella cronaca tra macabri eventi.
Nei giorni seguenti, sulla spiaggia viene rinvenuto un altro cadavere…ma questa volta lo strano personaggio non venne a salvarlo…e tutto si chiuse nel silenzio e nell’omertà degli abitanti del villaggio.
Ricominciai ad indagare sul caso, sempre in via ufficiosa, ma con un ruolo che si rivelerà determinante. Mi apro da sola, la strada ad un’indagine più ampia…quasi come se quei morti mi appartenessero. Quelle strane morti, in un certo macabro modo, dovevano aver pure un senso. Ma quel che alle spalle del massacro si riesce ad intravedere diventa, al contrario, ancor più fosco ed indefinito.
Dopo mesi di silenzio e riluttanza, da parte della gente tenebrosa del luogo, riesco a conoscere, la Dottoressa Terry Solter, che ancora non può dimenticare quei corpi che ha esaminato così da vicino, visto che è stata proprio lei, a seguire le indagini; e trova in me la solidarietà di un’amica che, per puro e sfortunato caso, si è trovata sulla scena del crimine. Quei corpi esamini che neanche io dimentico, erano tutti segnati da un’indefinibile espressione di orrore, smarrimento e rifiuto. Il volto di chi ha fissato la morte.
La “Tragedia di Angel’s Village” la chiamano oggi. Come tutto questo può essere accaduto, e soprattutto perché, nessuno può ancora dirlo con certezza. Ancora, si parla, perfino di invasioni di creature selvatiche o umane . Orsi o lupi, ma l’ipotesi non sarebbe comunque compatibile con le condizioni delle salme. Uccisi dai Mansi meglio, noti come voguli, gruppi di indigeni della Russia, gelosi dei territori che colonizzavano o da uccelli rapaci, per aver oltrepassato i loro territori sacri? Eppure si tratta allo stesso tempo della domanda per la quale nessuno ha ancora trovato adeguata spiegazione.
Dopo quella tremenda e indimenticabile sera nel bosco, non mi sono più avventurata fra gli alberi cupi e le ombre scure e silenziose, neanche di giorno. Là dentro non esiste alba o tramonto, non c’è distinzione fra giorno e notte, luce o buio, è una dimensione a parte, una sorta di malefico limbo da cui tenersi alla larga. Ora quegli innocenti, non esistono più, inghiottiti per sempre da chissà quale sconosciuta forza che vive nel folto di quegli alberi senza nome.
Sul fare del tramonto, abbandonai il villaggio, allontanandomi dal sentiero per trovare una scorciatoia che mi avrebbe fatto risparmiare un po’di tempo. Ben presto il buio mi colse lungo la strada e fui avvolta ancora da brividi di paura ripensando a quella triste e dolorosa avventura. Miracolosamente uscii da quel bosco, e mi allontanavo dalla costa irlandese, per intraprendere la strada maestra che mi avrebbe riportata a casa…accelerando l’andatura.

Teresa Averta

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