Numeri e parole – racconto di Eduardo Chiarelli

Numeri e parole - racconto di Eduardo Chiarelli

Lo ricorderó sempre, come un bambino buono, sensibile ed educato .
Cosí terminava il bellissimo discorso, che la Professoressa Vincenzina Messana fece durante il funerale del suo ex alunno.
Dal canto mio, belle parole non ne diró, perché lui non le avrebbe approvate.
Eravamo amici e ci volevamo bene, senza smancerie o altre “bagascerie” come le chiamerebbe mia Nonna.
Voglio solo ricordarlo insieme a coloro che come mé, hanno avuto l´onore e il privilegio di conoscerlo.

C´é un frammento di meteorite nel Museo di Minerologia di Caltanissetta, donato molti anni fa , da un giovanissimo Perito Minerario, per dimostrare anche ai piú scettici , che la depressione nel terreno non lontana dal suo paese, era stata provocata dall´impatto di un meteorite.
Erano gli anni della ricostruzione, e la Sicilia per la prima volta, sembrava voler prender parte al miracolo economico Italiano.
Per farlo c´era bisogno di persone dinamiche e con idee nuove.
Cosí l´Ente Minerario Siciliano, diede al giovane Perito , l´incarico di procedere all´analisi geologica e fare studi topografici, per determinare il luogo dove doveva sorgere la nuova miniera di salgemma di Petralia Sottana.

Il giovane Racalmutese si buttò a capofitto nell´impresa, distinguendosi sin dal primo momento, per zelo ed entusiasmo. All´inizio scandalizzó un pó tutti , per via delle nuove tecniche da lui applicate, che miravano all´aumento della produzione, alla riduzione dei costi e sopratutto, alla sicurezza dei minatori , aspetto questo che era stato fino ad allora posto in secondo piano.
Una delle innovazioni da lui ideata ed implementata, fú quella di sostituire le macchine con cingoli, per altre provviste di pneumatici, giacché quest´ultime erano più veloci, ed in piú avendo meno parti metalliche a contatto con il sale , erano meno soggette alla corrosione, ció riduceva i guasti e naturalmente i costi di manutenzione.
Queste e altre metodologie da lui applicate, fecero sí che diventasse rapidamente, insieme a quella di Racalmuto e di Realmonte, una delle miniere di salgemma piú produttive di tutta la regione.

Ma come purtroppo accade con quasi tutto in Sicilia, la mala politica, alleata alla spietatezza del mondo impresariale, avevano creato un cosí disgustoso intruglio, che nulla aveva a che vedere con il giovane idealista.
Cosí amareggiato e deluso, abbandonó per sempre quel mondo.
Alla vicenda della miniera, nello stesso periodo se ne aggiunse un altra ancora piú forte e personale.
Era troppo, lo sarebbe stato per chiunque. Ma per lui, lo fú ancor di piú.
Profondamente cambiato andó ad insegnare, presso l´Istituto Tecnico Professionale del suo paese, un lavoro degnissimo per caritá, ma la scuola non sempre é il luogo migliore , per professori ed alunni esprimere al massimo le loro capacitá.
Era lontano ormai il tempo, in cui era stato un professionista di successo e pieno di speranze.
Cominció ad avercela con il mondo , quel mondo a cui non era stato capace conformarsi , ma invece d´inferire su di esso, chissá per quale misteriosa ed assurda ragione, cominció ad accanirsi sulle sue stesse carni. Cominció a bere.

Non tutte le croci portano alla santità, e quella da lui scelta, lo portava decisamente verso una consapevole, lenta ed inesorabile autodistruzione.
Quante volte avrei voluto aiutarlo, quando barcollante sembrava non riuscire a tornare a casa. Ma non lo facevo, sapevo che tale gesto lo avrebbe offeso, umiliato, e la nostra amicizia sarebbe stata irremediabilmente compromessa.
Mai avrei voluto privarmi della sua compagnia, delle lunghe chiacchierate e sopratutto degli esperimenti ai quali mi permetteva partecipare , nella vecchia officina di fabbro del padre.

Non era per nulla una persona comune, e il suo pragmatismo sfiorava il blasfemo.
Sembrava che il metodo scientifico innato in lui, e che una volta aveva usato per dimostrare l´origine meteoritica di un fosso, aveva cominciato ad usarlo, esclusivamente per dissacrare e demistificare tutto.
Lo faceva continuamente, spiegando qualsiasi fenomeno naturale, con formule chimiche e complicatissime equazioni matematiche.
Sono io che decido il colore delle mie ortenzie! diceva. Se nel terreno metto la calce misturata alla limaglia di ferro, verranno rosa, se invece ci metto lo zolfo verranno blu .

Un’ altra volta mostrandomi una lancia termica, da lui stesso costruita con materiali di recupero, disse : con questa riusciamo a riprodurre la stessa temperatura della superfice solare, e nel dire quelle parole, fece un gesto, come per dire: non é poi cosí difficile!
Molte volte utilizzavo il tornio della sua officina, per costruire dei flauti in legno, che poi suonavo in sua presenza, ed anche in quelle occasioni , mentre io parlavo nella dolcezza del suono, negli armonici o nell´estensione , lui prendendo lo strumento fra le dita e osservandolo, o meglio analizzandolo con il suo occhio clinico, cominciava a parlare sui vortici e sulle turbolenze dei fluidi, su Bernoulli e l´effetto Venturi, che sono principi che si applicano sia in meccanica, come per esempio nei carburatori, che negli strumenti a fiato.
Allora non sapevo, ero poco piú di un ragazzo, e pensavo che quel suo atteggiamento che tanto mi affascinava perché irriverente, fosse la reazione di chi un giorno, aveva creduto in qualcuno e in qualcosa.

Sembrava che quel disperato bisogno , di ridurre tutto in formule e teoremi, fosse dettato dal rabbioso tentativo , di non tirare in ballo Dio, non quello dei Parrini per lo meno.
Ricordo per esempio, che seppur garbatamente, non perdeva occasione di attribuire origini pagane , alla maggior parte dei riti cattolici.
Dovevano passare alcuni anni, per capire che quello era appena il suo linguaggio, la sua forma d´esprimersi.
Mi fù d´aiuto una frase del fisico Paul Dirac, che diceva: Un fenomeno naturale puó essere certamente spiegato, com una formula matematica elegante e che era un dovere dello scenziato, spiegare gli aspetti della natura, con teorie scientifiche, che fossero anche belle.
Terminata la scuola, partí per il servizio militare e un anno dopo, subito dopo il congedo, emigrai.

Ci rivedemmo tredici anni dopo in piazza, davanti la Matrice del nostro paese, ci abbracciammo commossi, gli presentai mia moglie e gli raccontai dei miei viaggi, del Canada degli Stati Uniti, delle Azzorre e del Portogallo continentale.
Lui ascoltava con molta attenzione e approvava sorridente, nonostante le lacrime continuassero a corrergli lungo il viso.
Al momento di lasciarci, mi strinse le braccia con forza, e gurdandomi dritto negl´occhi, singhiozzando disse: Quanto t´ho voluto bene!
Non furono quelle parole che mi fecero gelare il sangue, perché sapevo che me ne voleva, fú quello che vidi in quegl´ occhi pieni di lacrime. Lui sapeva .

Conosceva bene la mia storia. Mi aveva visto quando ero in difficoltà , ma come avevo fatto prima io con lui, non mi si era avvicinato, per non umiliarmi.
Era un Uomo discreto e riservato, e in condizioni normali, mai avrebbe pronunciato quelle parole. Forse sapeva che non gli restava molto tempo, e la morte a volte libera da stupidi pudori.
Così poche settimane dopo, un pomeriggio di dodici anni fá, invece di compiere la sua penosa ronda per i bar, se ne restò seduto sul divano di casa, con un´espressione serena in viso. Finalmente, aveva trovato la pace.

 

Eduardo Chiarelli

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