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“Io preferivo la spiaggia sabbiosa”, la poesia di Tagore sul potere della musica e dell’amore

La diversità è ricchezza, soprattutto quando si ascolta la stessa musica. Ce lo racconta Tagore in una sua bellissima poesia.

La musica è la grande protagonista di questa settimana in Italia. Tutto merito del Festival di Sanremo, uno degli eventi televisivi più attesi dell’anno da gran parte di noi. Altro protagonista indiscusso della settimana? L’amore, senza ombra di dubbio. Sia perché si avvicina la festa di San Valentino, sia perché d’amore è pieno il mondo della musica.

Non potevamo che condividere con voi, perciò, una poesia che coniugasse l’amore e la musica raccontandone l’immenso potere: Io preferivo la spiaggia sabbiosa” è un componimento di Rabindranath Tagore contenuto nella raccolta “Dono d’amore“.

Il potere della musica e la forza dell’amore

“Io preferivo la spiaggia sabbiosa”; “Tu amavi invece la riva alberata”.

Idee diverse, gusti diversi, modi di vedere la vita diversi. Può capitare anche all’interno di una relazione che, ad un certo punto, sorgano delle divergenze. Nella sua poesia, Tagore le racconta accostandole ai luoghi e alle preferenze di ciascun protagonista: uno preferisce la spiaggia sabbiosa e solitaria. L’altra il sentiero alberato brulicante di donne coi secchi.

A separare i due innamorati, un fiume, che subito acquista connotati tutt’altro che disforici: è un fiume che su entrambe le sponde canta la stessa canzone. Un fiume che irrora di linfa vitale, che nutre i sensi e ristora in cuore di entrambi gli innamorati. Scorre, ma non separa. Unisce.

All’immagine del fiume, Tagore lega quella della melodia da esso cantata, dando vita a versi emozionanti ed evocativi in cui lo straordinario potere della musica si unisce a quello dell’amore. Perché non importa quanto si sia diversi, se si è in sintonia.

“Io preferivo la spiaggia sabbiosa” di Rabindranath Tagore

Io preferivo la spiaggia sabbiosa
accanto agli stagni solitari, nelle cui rare pozze
le anatre nuotavano a gara.
Le tartarughe prendevano il sole
dove le poche barche da pesca si riparavano,
di sera, all’ombra dei cespugli.

Tu amavi invece la riva alberata
dove le ombre s’addensavano,
nei boschetti di bambù,
lungo i sentieri tortuosi
dove camminavano le donne con i secchi.

Il fiume stesso scorreva tra noi,
cantando a tutte e due le sponde
la stessa canzone.
Io ascoltavo, seduto sulla sabbia,
sotto le stelle, tutto solo.
Tu pure ascoltavi, seduta sul bordo
della discesa, fin dalle prime luci dell’alba.

Tu non sapevi però quello che sentivo,
anche per me era un mistero
il segreto che quel canto ti affidava.

Rabindranath Tagore

Rabíndranáth Thákhur, in Occidente meglio noto con il nome anglicizzato Rabindranath Tagore, nasce a Calcutta il 7 maggio 1861 da una nobile famiglia bengalese. Ultimo di quattordici fratelli, Rabindranath non segue degli studi regolari, viene bensì educato dal padre, che si occupa a trecentosessanta gradi del figlio, con cui condivide anche esperienze di viaggio.

Nel 1874, la famiglia vive un momento tragico: la madre di Rabindranath muore, e il giovane va a vivere con il fratello Dwijendranath, che è poeta, musicista e filosofo, e con la cognata.

Già in questo periodo, Rabindranath comincia a scrivere e comporre poesie – a questi anni risale anche “Il lamento della natura” –, che subito vengono pubblicate in diverse riviste. Nel 1878 compie il suo primo viaggio in Inghilterra e vi rimane 17 mesi. Henry Morley diviene il suo insegnante di letteratura e musica. Al ritorno in patria, Tagore compone il dramma musicale “Il genio di Valmiki” e “I canti della sera”.

Nel 1883 sposa Mrinalini Devi, che ha solo dieci anni e da cui Rabindranath Tagore avrà cinque figli. I due vanno a vivere a Ghazipur. Risale al 1890 un secondo viaggio in Europa, durante cui il poeta visita L’Inghilterra, l’Italia e la Francia. Al ritorno, compone numerose opere, fra drammi, raccolte poetiche e diari di viaggio.

Dal 1902, comincia per l’autore di “È finita la notte” un grande dramma: muore la moglie. Poco dopo, muoiono anche la figlia e il figlio minore. Tagore è devastato dal dolore del lutto, che si riflette nelle poesie scritte in questo periodo.

Nel 1913, dopo un terzo viaggio in Europa e moltissime poesie pubblicate, Rabindranath Tagore viene insignito del Nobel per la Letteratura.
L’uomo, che nell’ultimo periodo della sua vita si dedica alle arti figurative creando più di 2000 disegni e dipinti, muore il 7 agosto 1941.

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