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poesia che celebra la terra

“Nella macchia”, la bellezza della terra nella poesia di Giovanni Pascoli

Il 22 aprile è la giornata dedicata al mondo che ci ospita, alla nostra Terra. Ne approfittiamo per esplorare la ricchezza e la bellezza della natura attraverso “Nella macchia”, una celebre poesia composta da Giovanni Pascoli.

Il 22 aprile è la Giornata Mondiale della Terra, dedicata alla sostenibilità ambientale e alla salvaguardia del nostro pianeta.
In un’occasione così importante, vogliamo proporvi la lettura di “Nella macchia”, una poesia composta da Giovanni Pascoli che descrive una natura ricca di varietà, misteriosa, che ci avvicina al nostro io più intimo e ci ricorda il senso della vita.

Nella macchia

Errai nell’oblio della valle
tra ciuffi di stipe fiorite,
tra querce rigonfie di galle;
errai nella macchia più sola,
per dove tra foglie marcite
spuntava l’azzurra viola;
errai per i botri solinghi:
la cincia vedeva dai pini:
sbuffava i suoi piccoli ringhi
argentini.
lo siedo invisibile e solo
tra monti e foreste: la sera
non freme d’un grido, d’un volo.
lo siedo invisibile e fosco;
ma un cantico di capinera
si leva dal tacito bosco.
E il cantico all’ombre segrete
per dove invisibile io siedo,
con voce di flauto ripete,
Io ti vedo?

La Giornata Mondiale della Terra

“Nella macchia” è una poesia tanto bella quanto profonda, che si concentra su due aspetti intimamente connessi: la natura e l’animo umano.
Nel giorno dedicato alla salvaguardia e al rispetto della terra che abitiamo, “Nella macchia” ci sembra esprimere molto di più di quanto possano fare migliaia di parole spese sul tema.

Con la sua “poetica del fanciullino”, Pascoli dipinge una terra ricca di vegetazione e di fauna, con querce e pini che accolgono numerosi ospiti, malinconica come lo è l’io lirico del componimento.

Si tratta, come spesso accade nei versi del grande poeta italiano, di una natura che riflette perfettamente il carattere e i sentimenti del protagonista della poesia ma che, al contempo rappresenta anche la cura alla malinconia stessa. Nella seconda parte del componimento, infatti, il senso di solitudine e di tristezza viene soppiantato da un conforto che proviene, in questo caso, dal canto della capinera.

I cinguettii, così come i fruscii delle foglie al vento, sono gli unici suoni che si odono. Quante volte ci è capitato di rimanere da soli nel bel mezzo della natura e di poter godere dei suoi suoni antichi e sempre nuovi al tempo stesso? Alcuni di noi non hanno mai sperimentato questa sensazione, forse molti. E se pensiamo che fra qualche decennio – o forse meno – tutta questa varietà, tutta questa bellezza, potrebbero scomparire per mano nostra e di tutte le azioni sbagliate che abbiamo intrapreso nel corso degli anni, “Nella macchia” ha un effetto ancora più straniante: una poesia che parla di una cosa semplice come stare all’aria aperta, ad ascoltare la natura, quando ormai la natura non c’è quasi più.

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli nasce il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna, da una famiglia agiata. Il padre, Ruggiero, è fattore presso una delle tenute dei principi di Torlonia. La famiglia è molto numerosa: Giovanni è, infatti, il quarto di dieci figli.

L’infanzia di Giovanni trascorre in modo abbastanza sereno fino al 10 agosto 1867, quando una tragedia colpisce la casa: mentre torna dal mercato di Cesena, il padre di Giovanni Pascoli viene ucciso da alcuni spari. Comincia così un periodo di tristezza e difficoltà economiche, culminato con il trasferimento a San Mauro e poi a Rimini, dove il fratello maggiore di Giovanni ha trovato un ottimo lavoro.

Intanto, però, i lutti si susseguono rapidamente: nel 1868 muoiono la madre e la sorella maggiore, nel ’71 il fratello Luigi, nel ’76 Giacomo.
Sebbene in difficoltà economiche, Giovanni riesce a completare i suoi studi classici e ad iscriversi alla facoltà di lettere con una borsa di studi all’Università di Bologna. Gli anni universitari sono un po’ turbolenti: il giovane partecipa a manifestazioni socialiste contro il governo e nel 1979 viene arrestato. La permanenza per qualche mese in carcere segna il definitivo distacco dalla militanza politica. Da adesso, Giovanni Pascoli si dedica esclusivamente alla poesia e alla sua famiglia, in particolare alle due sorelle Ida e Mariù, con cui vive a Massa dal 1884, per ricostruire il nido familiare distrutto dai lutti. Nel 1887 la famiglia si trasferisce a Livorno, dove Giovanni Pascoli ottiene l’incarico di insegnante.

Le nozze di Ida e un nuovo incarico, stavolta come insegnante all’Università, stravolgono un’altra volta la vita del poeta, che si trasferisce con Mariù prima a Bologna e poi a Messina, dove ottiene l’incarico di professore di latino nell’ateneo siciliano. Nel 1905, infine, viene nominato professore di letteratura italiana all’Università di Pisa, sostituendo il suo stesso maestro, Giosuè Carducci.

Gli ultimi anni sono per Pascoli anni schivi e impegnati soprattutto nella scrittura. È ormai un poeta noto agli italiani. Scrive discorsi pubblici e e componimenti patriottici. Muore il 6 aprile 1912 a causa di un tumore allo stomaco.

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