Poesia

Mediterraneo di Montale, la poesia che esprime l’emozione di rivedere il mare dopo tanto tempo

Dopo mesi di reclusione, è bello riscoprire il sapore dei piccoli gesti, delle piccole cose che prima davamo per scontate. In questa poesia Eugenio Montale ci racconta l'emozione di rivedere il mare
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Fra i maggiori poeti del nostro tempo, Eugenio Montale è sempre stato legato ai paesaggi della sua terra natia, la Liguria. Protagonista, infatti, di alcune delle sue poesie più belle è il mare e il senso di infinito che suscita in ognuno di noi. 

Eugenio Montale, il poeta del mare

Fra i più grandi poeti del panorama italiano, Eugenio Montale nacque in Liguria nel 1896 e alla sua terra rimase sempre legato, restituendola in molte delle sue liriche. Egli, infatti, ha sempre avuto un rapporto particolare con la natura e col mondo che lo circondava e, in particolare, col paesaggio brullo e roccioso della Liguria. Anche nel mare ha cercato, spesso, un correlativo oggettivo, cioè una sorta di simbolo implicito per riflettere su determinati aspetti dell’esistenza. 

L’immensità del mare

La raccolta più emblematica del rapporto fra Montale e il mare è la celebre “Ossi di seppia“, uscita per la prima volta nel 1925. Il mare si ritrova lì fin nel titolo, nei famosi ossi di seppia, arenati sulla spiaggia. All’interno della raccolta è poi presente anche una sezione che affronta ancora più in profondità questa suggestione. Si intitola “Mediterraneo” ed è composta da nove poemetti, fra i quali ne ritroviamo una particolarmente suggestiva. Si tratta delle poesia “Antico, sono ubriacato dalla voce” che rievoca la bellezza struggente del mare e l’emozione dell’uomo di fronte alla sua immensità.

Antico, sono ubriacato dalla voce

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,

t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno

mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo

la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi cosí d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie

le inutili macerie del tuo abisso.

 

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