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La Poesia

Leconte de Lisle e il fascino del deserto nella poesia “Gli elefanti”

Il 17 luglio 1894 ci lasciava Charles Marie René Leconte de Lisle. Per l’occasione, vi proponiamo la lettura di una sua bellissima poesia, “Gli elefanti”.

Charles Marie René Leconte de Lisle (22 ottobre 1818 – 17 luglio 1894) è stato un grande poeta, traduttore e critico letterario francese. Sebbene in Italia non sia molto conosciuto, Leconte de Lisle è uno degli autori più apprezzati in Francia.

Nato nell’île de la Réunion, dipartimento francese d’oltremare nell’Oceano Indiano (le attuali Isole Mascarene), Leconte de Lisle ha riprodotto, nelle sue opere, paesaggi e scorci meravigliosi, emozionanti.

In occasione dell’anniversario della scomparsa di Leconte de Lisle, vi proponiamo la lettura di una poesia in cui traspare tutto il fascino del deserto e la maestosità di uno degli animali più grandi e ammalianti del mondo. Leggiamo insieme “Gli elefanti”, poesia di Leconte de Lisle racchiusa nella raccolta “Poèmes Barbares” e tradotta da Franco Orlandini.

Gli elefanti di Leconte de Lisle

La sabbia rossa è un mare illimitato,
che muto avvampa e nel suo letto giace:
ondulazione immobile, distesa sino ai cùprei
vapori all’orizzonte, dove abita l’uomo.

Non c’è segno di vita. Leoni sazi dormono
dentro un profondo antro distante cento leghe;
e le giraffe sono intente a bere
laggiù, in azzurre fonti, sotto palme
da dattero, pur note alle pantere.

Non passa uccello a fendere con l’ali
la densa aria dove si diffondono
luce e calore immensi. Qualche boa,
scottato mentre dorme, spesso torce
il dorso dalle squame rilucenti.

Così brucia lo spazio infuocato sotto i lucidi cieli.
Ma, mentre nella triste solitudine,
tutto è immerso nel sonno, i rugosi elefanti,
lenti e rudi avanzando attraverso il deserto,
fanno ritorno al luogo dove nacquero.

Da un punto all’orizzonte, simili a masse scure,
sollevando la sabbia, essi compaiono;
dal percorso più dritto non devìano
e sotto i loro piedi ampi e sicuri,
vedi franar le dune in lontananza.

Li guida un vecchio capo, dal corpo screpolato
come un tronco che il tempo abbia corroso;
come roccia ha la testa, e l’arco della schiena
gli s’incurva del tutto al più piccolo sforzo.

Senza che mai rallenti oppure affretti il passo,
sicuro di raggiungere la mèta,
esso guida i compagni impolverati;
e dietro a sé scavando una profonda traccia,
seguono, quei massicci pellegrini, il loro patriarca.

Con le orecchie a ventaglio, la proboscide
calata tra le zanne, e gli occhi chiusi, vanno.
Il ventre batte e fuma; evapora il sudore,
come nebbia che sale dentro l’aria infocata;
ronzano intorno mille insetti ardenti.

Ma che importan la sete e le mosche voraci
ed il sole che cuoce il dorso raggrinzito?
Lungo il cammino gli elefanti sognano
la terra che avevano lasciato;
le foreste di fichi, dove la loro razza ebbe dimora.

Nato dagli alti monti, il fiume rivedranno,
dove nuota e muggisce l’ippopotamo enorme;
dove, schiacciando i giunchi, al chiaror della luna
che allungava le ombre, discendevano a bere.

Con coraggio, così, seppure lenti,
come una riga nera, essi percorrono
la sabbia sterminata; e ridiventa
immobile il deserto, al dileguare
dei massicci viandanti, all’orizzonte.

Les elephants di Leconte de Lisle

Le sable rouge est comme une mer sans limite,
Et qui flambe, muette, affaissée en son lit.
Une ondulation immobile remplit
L’horizon aux vapeurs de cuivre où l’homme habite.

Nulle vie et nul bruit. Tous les lions repus
Dorment au fond de l’antre éloigné de cent lieues,
Et la girafe boit dans les fontaines bleues,
Là-bas, sous les dattiers des panthères connus.

Pas un oiseau ne passé en fouettant de son aile
L’air épais, où circule un immense soleil.
Parfois quelque boa, chauffé dans son sommeil,
Fait onduler son dos dont l’écaille étincelle.

Tel l’espace enflame brûle sous les cieux clairs.
Mais, tandis que tout dort aux mornes solitudes,
Les éléphants rugueux, voyageurs lents et rudes,
Vont au pays natal à travers les déserts.

D’un point de l’horizon, commes des masses brunes,
Il viennent, soulevant la poussière, et l’on voit,
Pour ne point dévier du chemin le plus droit,
Sous leur pied large et sûr crouler au loin les dunes.

Celui qui tient la tête est un vieux chef. Son corps
Est gercé comme un tronc que le temps ronge et mine;
Sa tête est comme un roc, et l’arc de son échine
Se voûte puissamment à ses moindres efforts.

Sans ralentir jamais et sans hâter sa marche,
Il guide au but certain ses compagnons poudreux;
Et, creusant par derrière un sillon sablonneux,
Les pèlerins massifs suivent leur patriarche.

L’oreille en éventail, la trompe entre les dents,
Il cheminent, l’oeil clos. Leur ventre bat et fume,
Et leur sueur dans l’air embrasé monte en brume;
Et bourdonnent autour mille insectes ardents.

Mais qu’importent la soif ert la mouche vorace,
Et le soleil cuisant leur dos noir et plissé?
Il rêvent en marchant du pays délaissé,
Des forets de figuiers où s’abrita leur race.

Il reverront le fleuve échappé des grands monts,
Où nage en mugissant l’hippopotame énorme,
Où, blanchis par la lune et projetant leur forme,
Il descendaient pour boire en écrasant les joncs.

Aussi, pleins de courage et de lenteur, ils passent
Comme une ligne noire, au sable illimité;
Et le désert reprend son immobilité
Quand les lourds voyageurs à l’horizon s’effacent.

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