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La poesia

“Italia mia”, la poesia di Petrarca che celebra la Repubblica italiana

"Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno" è una canzone politica di Francesco Petrarca sull'unità nazionale contenuta nel Canzoniere.

In vista della nostra Festa della Repubblica, vi proponiamo il celebre componimento di Petrarca “Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno”, contenuta all’interno del Canzoniere. Uno degli esempi più importanti di poesia su temi politici. Inserita all’interno del Canzoniere, questo componimento, non parla di amore né tantomeno dell’amata Laura, bensì di un altro “amore” di Petrarca: L’Italia. L’Italia con tutti i suoi difetti e pregi, ma che già nel ‘300, era al centro di importanti riflessioni.  Scopriamo insieme l’analisi di questa poesia per ricordarci sempre di celebrare la nostra nazione, soprattutto in giornate come quella del 2 giugno. 

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sí spesse veggio                                                                                                              piacemi almen che ‘ miei sospir’ sian quali
spera ‘l Tevero et l’Arno,
e ‘l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion’ che crudel guerra;
e i cor’, che ‘ndura et serra
Marte superbo et fero,
apri Tu, Padre, e ‘ntenerisci et snoda;
ivi fa che ‘l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.

Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché ‘l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete, et parvi veder molto,
ché ‘n cor venale amor cercate o fede.
Qual piú gente possede,
colui è piú da’ suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani
per inondar i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n’avene, or chi fia che ne scampi?

Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l’Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;
ma ‘l desir cieco, e ‘ncontr’al suo ben fermo,
s’è poi tanto ingegnato,
ch’al corpo sano à procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge et mansüete gregge
s’annidan sí che sempre il miglior geme:
et è questo del seme,
per piú dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse sí ‘l fianco,
che memoria de l’opra ancho non langue,
quando assetato et stanco
non piú bevve del fiume acqua che sangue.

Cesare taccio che per ogni piaggia
fece l’erbe sanguigne
di lor vene, ove ‘l nostro ferro mise.
Or par, non so per che stelle maligne,
che ‘l cielo in odio n’aggia:
vostra mercé, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la piú bella parte.
Qual colpa, qual giudicio o qual destino
fastidire il vicino
povero, et le fortune afflicte et sparte
perseguire, e ‘n disparte
cercar gente et gradire,
che sparga ‘l sangue et venda l’alma a prezzo?
Io parlo per ver dire,
non per odio d’altrui, né per disprezzo.

Né v’accorgete anchor per tante prove
del bavarico inganno
ch’alzando il dito colla morte scherza?
Peggio è lo strazio, al mio parer, che ‘l danno;
ma ‘l vostro sangue piove
piú largamente, ch’altr’ira vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, et vederete come
tien caro altrui che tien sé cosí vile.
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano senza soggetto:
ché ‘l furor de lassú, gente ritrosa,
vincerne d’intellecto,
peccato è nostro, et non natural cosa.

Non è questo ‘l terren ch’i’ toccai pria?
Non è questo il mio nido
ove nudrito fui sí dolcemente?
Non è questa la patria in ch’io mi fido,
madre benigna et pia,
che copre l’un et l’altro mio parente?
Perdio, questo la mente
talor vi mova, et con pietà guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertú contra furore
prenderà l’arme, et fia ‘l combatter corto:
ché l’antiquo valore
ne gli italici cor’ non è anchor morto.

Signor’, mirate come ‘l tempo vola,
et sí come la vita
fugge, et la morte n’è sovra le spalle.
Voi siete or qui; pensate a la partita:
ché l’alma ignuda et sola
conven ch’arrive a quel dubbioso calle.
Al passar questa valle
piacciavi porre giú l’odio et lo sdegno,
vènti contrari a la vita serena;
et quel che ‘n altrui pena
tempo si spende, in qualche acto piú degno
o di mano o d’ingegno,
in qualche bella lode,
in qualche honesto studio si converta:
cosí qua giú si gode,
et la strada del ciel si trova aperta.

Canzone, io t’ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perché fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
già de l’usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra’ magnanimi pochi a chi ‘l ben piace.
Di’ lor: – Chi m’assicura?
I’ vo gridando: Pace, pace, pace.

La forza dell’unità 

Questo è uno dei pochi testi di argomento politico della raccolta petrarchesca. Si tratta anzi della canzone politica più famosa della letteratura italiana. La ragione della stesura del componimento è incerta, ma pare che fosse per la guerra fra gli Este e i Gonzaga per il dominio di Parma. Il testo si incentra così su una severa condanna delle lotte fratricide fra stati italiani ed è appello alla pace e alla pietà fatto ai Signori d’Italia affinché ricompongano le loro discordie, facendo prevalere sui motivi di conflitto la coscienza di un comune paese d’origine. Questo è lo stesso spirito con cui la proponiamo anche noi oggi. L’Italia unita sotto la stessa bandiera e con la coscienza di unità e fratellanza senza più differenze.

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Francesco Petrarca

Poeta e umanista nato ad Arezzo il 20 luglio 1304 e morto ad Arquà tra il 18 e il 19 luglio 1374, fu una figura fondamentale della letteratura italiana. Dopo la morte del padre intraprende una vita dissoluta, aristocratica e si spalancano a lui le porte delle classi sociali più elevate; comincia a nutrire una passione per la letteratura: i suoi modelli erano Virgilio e Cicerone, ma considerava importante l’opera “Le Confessioni” di Sant’Agostino. Un’esperienza fondamentale nella sua vita fu l’innamoramento di Laura.

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