Sei qui: Home » Poesie » Il proemio dell’Eneide, l’anima dell’opera di Virgilio
La Poesia

Il proemio dell’Eneide, l’anima dell’opera di Virgilio

All'interno del proemio dell'Eneide è racchiusa l'anima del capolavoro di Publio Virgilio Marone, uno degli autori più importanti della letteratura latina. Lo condividiamo con voi in occasione dell'anniversario della nascita del grande poeta romano.

L’Eneide è uno dei capolavori assoluti della letteratura latina. Con essa, il suo autore, Publio Virgilio Marone, ha acquisito la fama eterna. Virgilio nasceva il 15 ottobre del 70 a.C. nel territorio dell’odierna Mantova. Le “Bucoliche” e le “Georgiche” sono le altre opere più celebri del poeta romano. 

Famoso anche per il ruolo di guida del protagonista della Divina Commedia, Virgilio ci ha lasciato, con l’Eneide, un poema epico che, seppur pubblicato senza il benestare del suo autore, ha riscosso un enorme successo tanto in epoca classica quanto a posteriori. L’Eneide fu composta da Virgilio per esaltare il potere imperiale di Augusto e sancirne le origini sacre. Il poema, al tempo, veniva considerato importante alla stregua di Iliade ed Odissea. 

In occasione dell’anniversario di nascita di Virgilio, vogliamo condividere i versi che costituiscono l’anima, il nucleo fondante, dell’Eneide, il Proemio, in cui il poeta chiede la benevolenza e l’ispirazione della Musa e anticipa i temi trattati all’interno dell’opera.

Il proemio dell’Eneide di Virgilio

Armi canto e l’uomo che primo dai lidi di Troia
venne in Italia fuggiasco per fato e alle spiagge
lavinie, e molto in terra e sul mare fu preda
di forze divine, per l’ira ostinata della crudele Giunone,
molto sofferse anche in guerra, finch’ebbe fondato
la sua città, portato nel Lazio i suoi dei, donde il sangue
Latino, e i padri Albani e le mura dell’alta Roma.
 
Musa, tu dimmi le cause, per quale offesa divina,
per quale dolore la regina dei numi a soffrir tante pene,
a incontrar tante angosce condannò l’uomo pio.
Così grandi nell’animo dei celesti le ire!
 
Città antica fu, l’ebbero i coloni Tiri,
Cartagine, contro l’Italia, lontano, e le bocche
del Tevere, opulenta, tremenda d’ardore guerriero.
Questa Giunone, dicono, amò più di tutte le terre
trascurando anche Samo: qui le sue armi,
qui tenne il suo carro: farne il regno dei popoli,
lo consenta mai il fato, già sogna e agogna la dea.
Udiva però che dal sangue troiano doveva scendere stirpe,
che un giorno dei Tirii abbatterebbe le torri:
sovrana di qui, superba di guerra, una gente
verrebbe a rovina dell’Africa: così filavan le Parche.
 
Questo tremendo, e memore della vecchia sua guerra,
che lei, la Saturnia, a Troia pei cari Argivi condusse
– le cause dell’odio, duri dolori, non eran cadute
dall’animo, sta chiuso nel cuore profondo
il giudizio di Paride, l’onta della bellezza umiliata,
e l’origine odiosa, e il rapito Ganimede e il suo onore –
più e più d’ogni cosa accendendosi, per tutto il mare cacciava
i Teucri, avanzo di Danai e d’Achille crudele,
lontano dal Lazio: e quelli già da molt’anni
erravano, preda dei fati, intorno a tutte le sponde.
Tanto grave a fondare fu la gente di Roma.
 

Il testo originale del Proemio dell’Eneide

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Lauiniaque uenit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
ui superum, saeuae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem  
inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.

Musa, mihi causas memora, quo numine laeso
quidue dolens regina deum tot uoluere casus
insignem pietate uirum, tot adire labores 
impulerit. tantaene animis caelestibus irae?

Urbs antiqua fuit Tyrii tenuere coloni
Karthago, Italiam contra Tiberinaque longe
ostia, diues opum studiisque asperrima belli,
quam Iuno fertur terris magis omnibus unam  
posthabita coluisse Samo. hic illius arma,
hic currus fuit; hoc regnum dea gentibus esse,
si qua fata sinant, iam tum tenditque fouetque.
progeniem sed enim Troiano a sanguine duci
audierat Tyrias olim quae uerteret arces;  
hinc populum late regem belloque superbum
uenturum excidio Libyae; sic uoluere Parcas.

id metuens ueterisque memor Saturnia belli,
prima quod ad Troiam pro caris gesserat Argis;
necdum etiam causae irarum saeuique dolores  
exciderant animo; manet alta mente repostum
iudicium Paridis spretaeque iniuria formae
et genus inuisum et rapti Ganymedis honores:
his accensa super iactatos aequore toto
Troas, reliquias Danaum atque immitis Achilli, 
arcebat longe Latio, multosque per annos
errabant acti fatis maria omnia circum.
tantae molis erat Romanam condere gentem.

L’Eneide 

Virgilio scrisse il suo capolavoro, l’«Eneide», tra il 29 e il 19 a.C. per rendere poetico omaggio all’imperatore Augusto e soprattutto alla sua città, Roma, magnifica e florida nell’era della “pax augustea”, ma nata dalle ceneri della guerra di Troia. Una grandezza costruita quindi con il ferro, il fuoco, il sangue, le lacrime di nostalgia, dolore, rabbia e amore di un esule. Magnifico racconto pieno di avventure e di intense emozioni, il poema virgiliano è la matrice di tutta la moderna letteratura e insieme paradigma della forza e della debolezza del genere umano.

© Riproduzione Riservata