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La Poesia

Dante Alighieri e la visione del Paradiso, fuori dal tempo e dallo spazio

Nella notte fra il 13 e il 14 settembre del 1321, moriva Dante Alighieri. Lo ricordiamo leggendo i celebri versi finali del "Paradiso".

Dante Alighieri, il Sommo Poeta della letteratura italiana, scompariva nella notte fra il 13 e il 14 settembre del 1321, a Ravenna, dopo aver dato vita ad una delle più grandi opere di sempre: la “Divina Commedia“. In occasione del suo anniversario, condividiamo con voi gli ultimi versi del “Paradiso”, il libro che conclude il viaggio di Dante nell’Oltretomba e che svela, infine, l’esperienza celestiale vissuta dall’autore, che resta talmente inebriato da non riuscire a comunicarci appieno il senso e la grandezza di ciò che gli è stato rivelato.

“Paradiso” di Dante Alighieri , vv. 115-145 

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ‘l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

La Divina Commedia e la metafora del viaggio

In un testo latino – l’importantissima Epistola a Cangrande – Dante Alighieri aveva scritto che il suo obiettivo era quello di « removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis » ( rimuovere gli uomini dalla miseria morale del presente e condurli verso uno stato di felicità ).

La grande metafora del viaggio, che si conclude con i versi che abbiamo appena letto, viene annunciata subito nell’incipit dell’opera, dove il poeta fiorentino richiama un passo dell’Antico testamento, l’inizio del canto di Ezechia ( Isaia 38, 10 ): « Nel mezzo della mia esistenza andrò alle porte dell’Inferno ». Come ci ha insegnato un eccezionale lettore di Dante, il poeta statunitense Ezra Pound ( 1885 – 1972 ), il viaggio scandito nelle tre cantiche è in verità un itinerario negli stati della mente, un percorso in interiore homine. La Divina Commedia è appunto questo: la realtà di noi uomini che si svela a noi stessi.

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