Canzone da lontano di Roberto Vecchioni non è solo una canzone del repertorio del grande cantautore lombardo, ma una vera poesia dedicata alla figlia Francesca. Nei versi di questo canto si percepisce con chiarezza il tentativo di un padre di essere presente anche quando la vita (o una prigione reale o metaforica) lo costringe alla distanza.
È una promessa di eredità emotiva, sussurrata con la delicatezza di una ninna nanna e la lucidità di chi conosce già la complessità del mondo. Ovunque la figlia andrà, porterà sempre con sé lo sguardo protettivo del padre, come una bussola invisibile capace di orientarla anche nei momenti più incerti.
Vecchioni costruisce così una delle sue pagine più intime e universali: un testo che parla di crescita, di separazione e di quell’amore raro che non trattiene, ma prepara ad andare lontano.
Canzone da lontano è presente nel capitolo Come fare a pezzi il destino del del libro La vita che si ama di Roberto Vecchioni, pubblicato da Giulio Einaudi editore nel 2016. Il testo poetico risale al 1980 quando il cantautore scrisse la canzone che diventò parte dell’album Montecristo, pubblicato nello stesso anno.
Leggiamo gli splendidi versi di Roberto Vecchioni per coglierne le emozioni e il profondo significato.
Canzone da lontano di Roberto Vecchioni
per Francesca
Il passero ti seguirà
Non sarai piccola sempre, piccola sempre
Ma ti seguirà, ti seguirà
Il falco ti difenderà
Non sarai debole sempre, debole sempre
Ma ti difenderà, ti difenderà“Lontano”, mi chiedi, ma
Dov’è questo lontano
Lontano è un paese che non ti do la mano
Com’è lontano questo lontanoLa volpe ti incanterà
Le volpi vestono bene, le volpi parlano bene
Ma non le ascolterai, non le ascolterai
E il vento ingarbuglierà
I tuoi pensieri, l’amore, i tuoi capelli
E ti cambierà, ti cambieràLontano vuol dire che
Domani non ritorno
Lontano vuol dire sempre un altro giorno
Com’è lontano questo lontanoLa luna ti sveglierà
Quando avrai sonno e nel sonno avrai paura
E ti passerà, ti passerà
E il grillo ti racconterà
Che mi assomigli negli occhi e nelle stelle
E gli crederai, gli crederaiE quando ti sento dire
“Fa’ presto che ti aspetto”
Quando so che mi pensi andando a letto
Non è lontano questo lontanoFonte: Musixmatch
Compositori: Roberto Vecchioni
Testo di Canzone da lontano © Fonit Cetra Music Publishing Srl
Montecristo (1980): il disco dell’esilio interiore
Per comprendere davvero la forza emotiva di Canzone da lontano, è necessario tornare al contesto in cui nasce. Il brano è contenuto in Montecristo, album pubblicato da Roberto Vecchioni nel 1980 e spesso definito dalla critica come il suo “lavoro del dolore e dell’esilio”.
Il cantautore lo scrive in un momento tra i più complessi della sua vita privata e artistica. Alle spalle ha una vicenda giudiziaria che lo segna profondamente. Nel 1979 è accusato di spaccio di droga da cui verrà poi assolto e la fine traumatica del suo primo matrimonio con Irene Bozzi, i due divorzieranno nel 1981. È un periodo di frattura, di vulnerabilità, di ridefinizione personale.
Non è casuale la scelta del titolo. Il riferimento al Conte di Montecristo evoca la figura dell’uomo ingiustamente colpito che, attraverso la prova, prepara la propria rinascita. Anche l’iconica copertina disegnata da Andrea Pazienza, che ritrae Vecchioni nudo, di spalle, su un’isola, restituisce visivamente questa condizione: solitudine, esposizione, disarmo emotivo.
Dentro questo disco cupo e spesso rabbioso, Canzone da lontano emerge come un’isola di tenerezza inattesa.
Il significato di Canzone da lontano: una pedagogia dell’amore che lascia andare
Entrando nel cuore della poesia, Canzone da lontano si rivela molto più di una dolce dedica paterna. Vecchioni costruisce una vera e propria pedagogia affettiva, in cui l’amore non coincide con la protezione totale, ma con la capacità di preparare la figlia all’incontro con il mondo.
Il padre che parla nei versi sa di non poter essere sempre presente. Per questo affida Francesca a una costellazione di presenze simboliche, animali, elementi naturali, voci della notte, che funzionano come guide invisibili lungo il cammino della crescita. Non c’è l’illusione di un’infanzia eterna, anzi: il ritornello insiste proprio sulla trasformazione inevitabile, “Non sarai piccola sempre”, “Non sarai debole sempre”, come se il compito più onesto di un genitore fosse riconoscere che la fragilità dei figli è solo una stagione destinata a mutare.
In questa prospettiva, la distanza evocata nel testo non è soltanto geografica o biografica. È la distanza fisiologica che ogni figlio deve attraversare per diventare se stesso. Vecchioni la guarda con malinconia, ma anche con una forma di lucidità amorosa: trattenere significherebbe tradire la crescita.
Il bestiario simbolico: le creature che accompagnano la crescita
Uno degli elementi più poetici e struggenti di Canzone da lontano è il piccolo “bestiario” che Vecchioni costruisce attorno alla figlia. Non è un semplice gioco immaginativo: è un gesto profondamente paterno. Sapendo di non poter essere sempre accanto a lei, il padre prova a disseminare lungo il suo cammino una serie di presenze simboliche, quasi a costruire una rete invisibile di protezione.
Il passero è la prima figura a comparire, ed è significativo che Vecchioni scelga proprio l’animale più umile e quotidiano. Non un predatore, non una creatura imponente, ma un piccolo compagno discreto. Il passero non difende con la forza: resta vicino. È la metafora perfetta di quell’amore che accompagna senza invadere, che veglia senza farsi pesante. In filigrana si legge già una scelta educativa precisa: non crescere figli dipendenti dalla protezione, ma figli capaci di sentirsi accompagnati anche quando sono soli.
Subito dopo, però, il tono cambia. Entra in scena il falco, e con lui affiora la parte più vigile e inquieta dell’amore paterno. Qui Vecchioni lascia intravedere la consapevolezza che il mondo non è solo un luogo da attraversare con leggerezza. Il falco rappresenta lo sguardo alto, la difesa pronta, la sentinella silenziosa contro i pericoli che inevitabilmente arriveranno. Tenerezza e vigilanza si alternano così come fanno, nella realtà, le paure di ogni genitore.
Ma è con l’immagine delle volpi che la poesia raggiunge uno dei suoi vertici più lucidi. “Le volpi vestono bene, le volpi parlano bene”: in questi versi si avverte tutta l’esperienza adulta di Vecchioni. Non c’è più solo la protezione, c’è l’avvertimento.
Le volpi sono il mondo seducente delle apparenze, delle parole persuasive, delle intelligenze che sanno affascinare per poi confondere. È qui che la ninna nanna si incrina leggermente e lascia emergere la verità più difficile da trasmettere a un figlio: non tutto ciò che brilla è affidabile. È una lezione di disincanto consegnata con dolcezza, ma con assoluta fermezza.
Nella parte finale del brano, il clima torna a farsi intimo e notturno. La luna e il grillo entrano in scena come presenze consolatorie, quasi domestiche, chiamate a vegliare nei momenti di paura. Qui l’amore paterno cambia ancora forma. Non è più solo difesa o avvertimento, ma memoria affettiva che continua a parlare anche nell’assenza.
Il grillo, in particolare, assume un ruolo quasi commovente. Diventa la voce sostitutiva del padre, quella che ricorderà alla figlia la loro somiglianza “negli occhi e nelle stelle”.
È in questo passaggio che si coglie tutta la tenerezza matura di Vecchioni. Il padre sa che verrà il momento in cui dovrà davvero restare lontano. Per questo costruisce parole che possano restare. Per questo affida la figlia non a promesse irrealistiche, ma a piccoli segni disseminati nel mondo.
Perché crescere, sembra dirci, significa anche questo: imparare a riconoscere l’amore nelle cose che continuano a vegliarti, anche quando chi ti ama non può più tenerti per mano.
Il significato della parola “lontano”
Se c’è una parola che attraversa e tiene insieme tutta la canzone-poesia, è proprio quella che le dà il titolo: “lontano“. Ma nel testo di Vecchioni questa parola non resta mai ferma. Si muove, cambia profondità, si trasforma insieme allo sguardo del padre.
All’inizio il “lontano” ha il peso concreto dell’assenza. È il luogo in cui il padre non può più “dare la mano” alla figlia, è la distanza che ogni genitore teme quando sente avvicinarsi il momento in cui il proprio figlio dovrà camminare da solo. In questa prima sfumatura c’è tutta la malinconia di chi sa che la crescita porta inevitabilmente con sé una separazione.
Ma, strofa dopo strofa, Vecchioni compie un movimento più sottile. Il “lontano” smette di essere solo uno spazio fisico e diventa una condizione esistenziale. È il tempo che passa, è il futuro che chiama, è la vita che chiede ai figli di allontanarsi per poter diventare davvero se stessi. Il padre lo sa, e proprio per questo non promette una vicinanza eterna. Sarebbe una menzogna consolatoria.
Il vero gesto d’amore, in questa poesia, è un altro: preparare la figlia a non avere paura della distanza.
È per questo che il finale del brano è così potente. Quando Vecchioni scrive “Non è lontano questo lontano”, avviene una piccola ma decisiva inversione emotiva. La distanza non viene negata, ma viene attraversata. Il legame tra padre e figlia non dipende più dalla presenza fisica, bensì da qualcosa di più profondo e resistente: la memoria affettiva, la somiglianza, il pensiero condiviso prima di dormire.
In questa intuizione si nasconde una delle verità più mature della genitorialità. Amare un figlio non significa evitargli il mondo, né trattenerlo vicino per sempre. Significa offrirgli abbastanza radici da potersi allontanare senza perdersi.
È qui che Canzone da lontano supera la dimensione privata e diventa universale. Perché tutti, prima o poi, abbiamo dovuto attraversare un nostro “lontano”. E tutti abbiamo sperato che, anche a distanza, qualcuno continuasse silenziosamente a vegliare su di noi.
Perché Canzone da lontano parla ancora ai genitori di oggi
A più di quarant’anni dalla sua uscita, Canzone da lontano continua a toccare una corda scoperta del nostro tempo. Non solo perché racconta l’amore tra un padre e una figlia, ma perché intercetta una delle paure più profonde della genitorialità contemporanea: lasciare andare.
Viviamo in un’epoca in cui la protezione rischia spesso di trasformarsi in iperprotezione, in cui il desiderio di mettere al riparo i figli da ogni ferita finisce talvolta per indebolire proprio quella capacità di attraversare il mondo che dovremmo aiutarli a costruire. Vecchioni, con sorprendente anticipo, suggerisce invece una strada più difficile e più matura.
Il padre di questa poesia non promette che la vita sarà semplice. Non costruisce un rifugio permanente. Fa qualcosa di più coraggioso. Prepara la figlia all’incontro con la complessità, le affida anticorpi emotivi, le insegna a riconoscere la tenerezza ma anche l’inganno, la notte ma anche la consolazione.
È una forma d’amore profondamente umana, gentile, di visione perché mette al centro la crescita della persona nella sua interezza, fragile, esposta, ma capace di orientarsi.
Roberto Vecchioni ci ricorda una verità che ogni genitore, prima o poi, è chiamato ad accettare: non possiamo camminare al posto dei nostri figli. Possiamo però lasciare dentro di loro una voce, uno sguardo, una fiducia che continui a vegliarli anche quando saranno davvero lontani.
Ed è forse proprio qui che vive la forza più dolce di questa poesia, nella promessa silenziosa che l’amore, quando è autentico, non smette di accompagnare. Cambia forma. Si fa discreto. Si fa memoria. Ma non smette mai di esserci.
