Raccontare l’Olocausto attraverso Instagram, la storia di Eva

Eva.stories è l'account Instagram che racconta la storia della piccola Eva Heyman, morta a 13 anni in un campo di concentramento nazista
olocausto instagram eva.stories

MILANO – Cosa sarebbe successo se ai tempi dell’Olocausto ci fosse stato Instagram? Eva.stories prova a rispondere a questa domanda, e racconta la storia di Eva Heyman, 13 anni, una delle milioni di vittime dello sterminio perpetrato dai nazisti, attraverso lo strumento di comunicazione più utilizzato dei giorni nostri: Instagram.

L’account si chiama Eva.stories, ha già più di 800.000 followers ed è diventato un vero fenomeno del web. Anche il presidente israeliano Benjamin Netanyahu ha applaudito l’iniziativa su Twitter, e ringrazia l’ autrice del progetto per «raccontare l’immensa tragedia del nostro popolo attraverso la storia di una ragazza». Ogni giorno posta delle stories in cui è protagonista Eva Heyman, una ragazza ebrea tredicenne di Nagyvárad (Ungheria) che tenne un diario a partire dal 13 febbraio 1944 fino al 30 maggio dello stesso anno, quando fu deportata in un campo di concentramento e uccisa pochi giorni dopo. Le stories seguono il percorso del diario e utilizzano le parole della stessa Eva, offrendo uno scorcio personalissimo sulla condizione di milioni di ebrei hanno sperimentato sulla propria pelle durante l’Olocausto. L’autrice del progetto è Mavi Kochavi, l’attrice che interpreta Eva nelle stories è sua figlia.

 

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Le reazioni

Le reazioni alla creazione di questo account sono state generalmente positive, da un lato per l’accuratezza storica con cui sono realizzate le stories, dall’altro lato per la scelta coraggiosa di cercare di trasmettere la memoria della Shoah anche ai più giovani, che hanno sempre meno occasione di venire a contatto con testimonianze di vittime scampate all’Olocausto. C’è anche, chiaramente, chi critica l’iniziativa tacciandola di “cattivo gusto“, a causa del linguaggio sbarazzino e l’utilizzo degli strumenti tipici delle Instagram Stories (gif, boomerang, filtri ecc.). Sicuramente è un metodo narrativo radicalmente diverso da quello a cui siamo abituati quando si parla dello sterminio, e di primo acchito può dare un’impressione di superficialità. Quello che importa, però, è che la memoria di quello che è accaduto rimanga, ed è giusto che il racconto assuma le forme e le modalità dei giorni nostri.

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