“Non ti curar di lor, ma guarda e passa”. Questo verso associato a Dante è spesso utilizzato in diverse occasioni. Lo utilizziamo in particolare per invitare qualcuno a non perdere tempo con persone meschine che non meritano la nostra attenzione e il nostro tempo. Ma siamo proprio sicuri che Dante abbia scritto così?
C’è una forza magica nelle parole di Dante Alighieri: riescono a viaggiare nei secoli, a scendere dai libri di scuola e a finire dritte nelle nostre conversazioni quotidiane, persino nei post sui social. Ma c’è un verso, in particolare, che è diventato un vero e proprio mantra del “vivi e lascia vivere”, un’espressione che usiamo come scudo contro le malelingue. Eppure, se andassimo a sfogliare il Canto III dell’Inferno, scopriremmo una piccola, grande sorpresa. Scopriamola, anche grazie al prezioso supporto dello scrittore Dario Pisano.
“Non ti curar di lor, ma guarda e passa”: l’errore che è diventato leggenda
Andiamo a prendere dunque la Divina Commedia e apriamola al canto terzo dell’Inferno, dedicato all’illustrazione del vestibolo degli ignavi. Gli ignavi (o pusillanimi) sono quelle persone rimaste sempre ai margini dell’esistenza. Hanno cioè vissuto la vita non da protagonisti, ma da passivi, inerti spettatori. Costoro non si sono mai presi nessuna responsabilità; neanche l’ombra di una decisione; non hanno dato nessun tipo di contributo (morale, spirituale, culturale) alla società in cui sono vissuti.
Siamo nel vestibolo dell’Inferno: Dante e Virgilio si trovano di fronte agli ignavi. È qui che Virgilio, con un misto di sdegno e superiore distacco, pronuncia le parole definitive.
Ma attenzione: il verso originale (Inf. III, v. 51) recita:
“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”
Non c’è traccia di quel “non ti curar”. Dante usa il verbo ragionare, sottolineando che quelle anime sono così misere, così prive di spessore, che non meritano neppure un istante di discussione. Sono trasparenti per la storia, e la giustizia divina le ignora tanto quanto loro hanno ignorato il mondo.
Perché continuiamo a sbagliare questo modo di dire?
Com’è possibile che una citazione così celebre sia stata “corretta” dalla memoria collettiva? La risposta sta nella forza dell’uso comune. Nel tempo, il “non ragioniam” è stato sostituito da un più colloquiale “non ti curar”, probabilmente influenzato da altre espressioni popolari o dalla necessità di rendere il consiglio più diretto e personale.
È un caso affascinante di come la lingua sia un organismo vivo: abbiamo preso un concetto dantesco e lo abbiamo riadattato per farlo diventare un’arma di difesa quotidiana contro l’indifferenza e la cattiveria.
Dante e gli ignavi: due mondi agli antipodi
Ma approfittiamo di questo passo della Divina Commedia per analizzare meglio la figura del Sommo Poeta. Dante aveva un temperamento perfettamente agli antipodi rispetto a costoro: per l’autore della Commedia vivere voleva dire essere partigiani (come scriverà tanti secoli dopo Antonio Gramsci: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera”).
La politica fu per Dante la passione precipua della sua esistenza, che gli fu aspramente rimproverata dal suo primo biografo Giovanni Boccaccio. Secondo l’autore del Decameron, Dante avrebbe dovuto autoesiliarsi dai problemi del suo tempo e limitarsi a coltivare gli interessi poetici e filosofici. Una sorta di torre d’avorio nella quale auto esiliarsi dalle tempeste della storia.
Dante però è esattamente sul versante opposto: per lui l’impegno intellettuale è indissociabile dall’impegno civile e politico. La sua carriera politica inizia intorno al 1295: egli – schierato con la fazione moderata dei guelfi – nel giro di pochi anni ricopre le più alte cariche pubbliche del suo comune.
Per Dante fare politica voleva dire mettere al servizio della comunità tutta la sua intelligenza, in modo da provare a ricomporre le drammatiche lotte fratricide che laceravano la sua “città partita”, cioè divisa. Per fare il bene di Firenze – scrive Boccaccio – “pose Dante ogni suo ingegno, ogni arte, ogni studio, mostrando a’ cittadini più savi come le gran cose per la discordia in brieve tempo tornano al niente, e le picciole per la concordia crescere in infinito”.
Diventa così il principale riferimento per tutti i suoi concittadini al punto che “niuna legazione s’ascoltava, a niuna si rispondea, niuna legge si fermava, niuna se ne abrogava, niuna pace si faceva, niuna guerra pubblica si imprendeva, e brievemente niuna deliberazione, la quale alcuno pondo portasse, si pigliava, se egli in ciò non dicesse prima la sua sentenzia. In lui tutta la pubblica fede, in lui ogni speranza, in lui sommariamente le divine cose e le umane parevano esser fermate”.
In conclusione: un temperamento come quello dantesco non poteva che riservare il più livoroso disprezzo verso i codardi, i pusillanimi, taciti complici del male.
La pena dei pusillanimi
La regola del contrappasso dantesco prevede che le anime degli ignavi inseguano per l’eternità una insegna cenciosa. Mentre corrono questa inutile maratona, vengono ripetutamente punti da mosconi e da vespe. Oltre a questo, il loro sangue mischiato alle lacrime viene succhiato via da fastidiosi vermi. Qual è il senso di questa punizione? Poiché durante il loro soggiorno terrestre non hanno inseguito nessun ideale, adesso sono costretti a rincorrere…uno straccio!
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
(Inf. III, vv. 64 – 69)
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa
Queste anime sono state – durante la vita – così moralmente miserabili che non meritano neanche l’Inferno!
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.
(Inf. III, vv. 40 – 42)
Dante, nel momento in cui stabilisce che ci sono anime come quelle dei vigliacchi indegne di entrare all’ Inferno, intuisce dunque che anche per compiere il male è richiesta una certa dose di coraggio. In questa prospettiva, il peccato è la manifestazione di una grandezza d’animo rovesciata (in questo modo Dante apre una strada che verrà imboccata, tanti secoli dopo, dallo scrittore russo Fëdor Dostoevskij).
La miseria dei pusillanimi è tale che la guida di Dante, Virgilio, lo invita a non perdere altro tempo con loro. Ed eccoci arrivati alla famosa terzina:
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.
(Inf. III, vv. 49 – 51)
Come potete vedere, il verso conclusivo della terzina non coincide perfettamente con quello passato alla memoria collettiva.
Dante non ha scritto “non ti curar di lor…”, ma “non ragioniam di lor…”!
L’endecasillabo dunque viene sempre citato in maniera scorretta. Inoltre, questa micro-sequenza testuale non è interessata alla varia lectio che invece riguarda ampie zone del poema.
D’ora in avanti, quando citiamo questo endecasillabo, ricordiamoci di pronunciarlo in maniera corretta: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.
Il consiglio di Virgilio oggi
Al di là della precisione filologica, il messaggio resta potentissimo. In un’epoca dominata dal rumore, dalle polemiche sterili e dai “leoni da tastiera”, l’invito di Virgilio è più attuale che mai. Non sprecare energie con chi non ha nulla da dire, con chi non ha il coraggio delle proprie azioni, con chi vive nell’ombra del giudizio altrui.
Guardare e passare non è un atto di debolezza, ma di estrema libertà. È la scelta di chi sa dare valore al proprio tempo e alla propria dignità, lasciando che il vuoto resti tale.
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