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Umiliazioni e violenze, perché “Il ballo delle pazze” è un caso letterario

Nel suo romanzo d’esordio Victoria Mas ci riporta a fine 800, trattando un argomento ancora caldo e troppo poco discusso sulla situazione dei manicomi femminili e delle loro pazienti

Quelli raccontati da Victoria Mas nel suo primo romanzo “Il ballo delle pazze” sono fatti realmente accaduti. Seppur la maggior parte dei personaggi e la trama siano frutto della sua fantasia, ciò che viene narrato accadeva davvero anche in Italia, fino al 1978. In questo caso siamo nel 1885 al manicomio femminile della Salpêtrière dove ogni anno veniva organizzato un ballo di primavera per le internate a cui partecipa anche, ed esclusivamente, l’élite della città.

“Il ballo delle pazze”, uno spaccato di vita

Conosciuto come il precursore di Freud per il suo utilizzo dell’ipnosi, il Dottor Jean Martin Charcot sfrutta le donne ricoverate nella struttura come cavie per i suoi esperimenti di psicoanalisi. Per lui tutto è considerato terapia. Anche il ballo che organizza ormai da qualche anno.  Charcot non utilizza catene nel suo reparto, ma sostanze psicoattive e compressori ovarici. Le sedute di ipnosi inoltre erano aperte al pubblico. Il libro si sviluppa tra le storie di Louise, giovane figlia del popolo, la cui vita viene sconvolta troppo presto; Eugénie, ragazza di buona famiglia allontanata da casa perché troppo anticonformista e strana. Ne “Il ballo delle pazze” troviamo poi Geneviève, severa e irremovibile capoinfermiera, e Thérèse, decana delle internate, quasi una madre per le altre pazienti. Quattro donne molto diverse ma tutte con il destino già scritto dagli uomini e dal loro potere sulla figura femminile. È questo il problema centrale del romanzo: l’uomo sulla donna, che si riduce a oggetto di proprietà.

 

Victoria Mas e il senso di giustizia

Nata nel 1987 a Chesnay, Francia, Victoria Mas autrice de “Il ballo delle pazze” ha studiato a negli Stati Uniti e alla Sorbona. Con questo suo primo romanzo racconta le umiliazioni e le violenze subite da tutte quelle donne che, troppo scomode per la società, erano rinchiuse nei manicomi con la giustificazione di essere isteriche o pazze. Si parlava all’epoca, infatti, di nevrosi femminile, un insieme di sintomi e comportamenti che davano il permesso ad un familiare di decidere della vita di una persona. Ed era la famiglia stessa a dover scegliere se, anche una volta guarite, le pazienti potevano tornare a casa. In questo modo la scrittrice vuole rendere giustizia, dare una voce alle donne che sono state vittime di un’epoca totalmente patriarcale. Tiene a specificare però che questo non vuole essere un libro femminista, ma il racconto  della semplice realtà dei fatti.

La malattia mentale e i manicomi in Italia

“Il ballo delle pazze” tratta il tema dei manicomi. In manicomio finivano spesso le donne che non riuscivano a adeguarsi al ruolo di moglie e madre imposto dalla società, quelle troppo ribelli, troppo stressate o troppo sensibili. Il manicomio era spesso la soluzione al problema di una donna scomoda. In Italia abbiamo iniziato ad avere una consapevolezza comune sulle strutture psichiatriche grazie agli scritti di Alda Merini che raccontava la solitudine straziante e l’umiliazione dell’internamento. Solo nel 1978, grazie alla legge Bagaslia, si è riusciti a eliminare per sempre questo scempio che si spacciava per medicina. Il primo successo di questa legge infatti si basò sulla chiusura di tutti i manicomi e sulla modifica dell’approccio verso il malato.

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