L’amore impossibile raccontato da Edith Wharton in ”Ethan Frome: i lunghi inverni del cuore”

È difficile parlar d'amore! Descrivere ogni minima e più lieve sensazione che può condurre alla nascita di un sentimento e di un desiderio appagati o, al contrario purtroppo, illusori. Oppure impossibili; non di rado, alla fine, anche tragici, beffardamente tragici. Edith Wharton (1862-1937) è una di quelle scrittrici che sa fare benissimo proprio questo...

Pubblichiamo la recensione di Stefano Franzato per la sensibilità con cui sa rendere le sfumature dell’amore tinteggiate nel libro

È difficile parlar d’amore! Descrivere ogni minima e più lieve sensazione che può condurre alla nascita di un sentimento e di un desiderio appagati o, al contrario purtroppo, illusori. Oppure impossibili; non di rado, alla fine, anche tragici, beffardamente tragici. Edith Wharton (1862-1937) è una di quelle scrittrici che sa fare benissimo proprio questo.

Ethan Frome è un uomo di mezza età ora. Salvo che per una breve giovanile parentesi per motivi di studio, ha sempre vissuto nella fattoria paterna, un po’ isolata a qualche miglio da Starkfield, Massachusetts, un paesino di montagna dove tutti si conoscono e gli inverni sono lunghi e la neve e il ghiaccio sembrano sempiterni. I suoi magri proventi economici gli derivano dal mulino e dal legname. Parla poco, sorride poco e quel poco per cui lo si vede in paese è per fare qualche commissione, il più delle volte per la moglie Zeena (Zenobia), un’ipocondriaca dalla fibra e dalla volontà fortissime.

L’io narrante, che si è trovato casualmente a Starkfield per lavoro, da vari paesani ha sentito la storia triste e dolorosa di quest’uomo il cui aspetto l’ha colpito fin dalla prima volta che lo ha visto. Ha anche avuto occasione di conoscerlo e frequentarlo personalmente e ha avuto modo di capire come sia veramente andata prima dell’“incidente” ventiquattr’anni orsono. Incidente che, tra l’altro, ha menomato Ethan ad un fianco. E qui s’inserisce la bravura della Wharton nel descrivere e raccontare ciò che si diceva all’inizio: l’amore che, timidamente, nasce pian piano tra Ethan e Mattie Silver, una parente più o meno lontana di Zeena, venuta a Starkfield per aiutarla, visto che lei è sempre più stanca e malata e le faccende domestiche le sono ogni giorno più pesanti (ma, inaspettatamente, in certi momenti, si “sente meglio” e, col progredire della lettura, si ha sempre più la sensazione che ci sia del metodo nella sua ipocondria).

È un amore di quelli impensati, che colora i monotoni e scuri giorni della misera vita di Ethan; un amore che gli dà quella semplice tenerezza e gaiezza e serenità che egli ben raramente ha provato nella sua esistenza; un amore che dà forma ai suoi sogni di fuga dal suo lugubre, immutabile quotidiano e gli fa intravvedere una vita migliore, resa emotivamente più viva dallo spontaneo calore umano dimostratogli da Mattie. Vorrebbero fuggire ma… Ma, si sa, i sogni muoiono all’alba e, nel caso di Ethan e Mattie, anche la sera prima. La realtà è ben altra. Difficile se non impossibile da cambiare o solo distaccarsi da essa.

Oltre alle efficaci capacità narrative e descrittive degli ambienti e delle atmosfere, in questo romanzo del 1911, la Wharton dimostra anche una notevole maestria nel costruire l’intera storia e nel maneggiare i piani temporali, dell’oggi, dei fatti accaduti ventiquattro anni prima, dell’anno di permanenza di Mattie nella fattoria dei Frome e dei pochi giorni in cui tutto si rivela e precipita. E, in più, sembra anticipare di tre anni il concetto di paralysis che troveremo nei “Dubliners” di Joyce usciti nel 1914. Parlando di Ethan Frome, un paesano dice al narratore: ”Forse è stato a Starkfield troppi inverni. I migliori se ne vanno.” E lui non se n’è potuto andare. E poi c’è stato l’“incidente” che ha posto una pietra sopra a tutto. Ethan Frome è ancora lì a trascorrere i lunghi inverni di Starkfield, Massachusetts, i lunghi inverni del suo cuore.

 

19 agosto 2012

© Riproduzione Riservata
Commenti