Giornata mondiale del libro

Perché e come la letteratura e i libri salveranno il mondo

In occasione della Giornata Mondiale del Libro, lo scrittore Dario Pisano ripercorre l'attività di umanisti e scrittori convinti che la letteratura aiutasse a creare un futuro migliore
Perché e come la letteratura e i libri salveranno il mondo

La letteratura salverà il mondo. Nelle Lezioni americane di Italo Calvino leggiamo che lo spazio letterario deve accogliere progetti utopici, sogni sconfinati, imprese donchisciottesche. L’opera è un grande libro di antropologia culturale intorno al ruolo che la Letteratura può ancora svolgere nella società contemporanea.

Scrive l’autore:

«l’eccessiva ambizione dei propositi può essere rimproverabile in molti campi d’attività, non in letteratura. La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione: solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione.».

Quanti artisti e poeti hanno pensato che la bellezza avrebbe salvato il mondo? Nel corso della storia, sono stati elaborati diversi progetti culturali incentrati sulla fiducia nella potenzialità che la letteratura ha di promuovere un rinnovamento interiore dell’uomo e della società in cui vive.

Ci sono state epoche nelle quali all’artista si chiedeva esplicitamente di essere impegnato.

È nato anche un equivoco secondo il quale la Letteratura solo quando è impegnata è pienamente legittimata a considerarsi come tale.

Non vorrei inoltrarmi in  un simile vespaio ma desidero chiarire una cosa: non  bisogna addebitare a nessun artista – come è spesso accaduto – la colpa di non essere stato abbastanza engagée.

Un poeta che si dedichi a esplorare la ricchezza del proprio mondo interiore e si limiti apparentemente a sospirare alla luna non vale aprioristicamente meno di un suo collega che voglia provare  a trasformare il mondo attraverso le parole  Il valore di un prodotto artistico non si misura in base al  suo quoziente di impegno nella realtà.

C’è un’ovvietà che va riconquistata: se un difetto c’è in poesia, è proprio e soltanto la mancanza di poesia.

L’impegno precipuo di ogni artista consiste nel contributo che offre alla nostra interpretazione della realtà. L’arte è la realtà che si svela a sé stessa.

Recuperare la letteratura antica per salvare il Mondo moderno

Continuamente sentiamo ripetere che occorrerebbe un nuovo Umanesimo che rimetta seriamente in gioco quei valori morali e culturali che l’ homo oeconomicus ha smarrito per strada. Bisognerebbe, al contrario, irrobustire l’ homo interior e rivitalizzare la lezione che l’Umanesimo italiano ed europeo ha offerto al mondo.

L’Uomo è la grande invenzione dell’età moderna. L’uomo libero, padrone del proprio destino, consapevole che il futuro ha un cuore antico, e per questo innamorato del proprio passato. Un passato di cui si sente nobile erede, capace di riportarne alla luce le tracce smarrite. Definiamo umanistica l’epoca che di questo nuovo eroe tratteggia l’epopea, ponendolo al centro di una nuova meditazione intorno al Mondo.

In questa prospettiva, la letteratura centralizzò lo studio di ogni persona colta, in quanto premessa per potenziare e valorizzare le capacità individuali.

La fiducia verso la possibilità di promuovere – attraverso gli studi letterari – un progresso morale dell’umanità fu tale che nacque un motto: Litteris servabitur orbis (il mondo sarà salvato dalle Lettere).

Questo programma intellettuale rientra nella lista degli obiettivi smisurati che secondo Italo Calvino la Letteratura deve sempre proporsi di raggiungere.

Alla base di questo progetto utopico ci fu l’entusiasmo sollevato dalla riscoperta dei grandi classici antichi. Gli Umanisti erano un po’ come Indiana Jones. Essi scendevano avventurosamente nei chiostri bui della antiche abbazie (così – con fervida oleografia – li rappresentava Carducci). Gli Umanisti strappavano alle ragnatele e alla polvere i codici antichi; li riaprivano alla luce e tornavano a compitare le parole nelle quali si esprimevano i grandi valori del passato.

Cosa rendeva così pervicace questa inquisitio librorum? La convinzione che il messaggio trasmesso da quelle voci sepolte potesse aiutare l’umanità a progettare un futuro migliore.

Letteratura per un futuro migliore 

Francesco Petrarca aveva inaugurato questo viaggio nel passato. Egli per tutta la vita fu animato da una sete culturale lancinante, testimoniata da asserzioni memorabili, come quella relativa all’ammissione di non riuscire a saziarsi  dei libri: Libris satiari nequeo.

In una lettera famosa racconta di aver riletto centinaia di volte i suoi autori più amati. Li divorò la mattina (metafora della giovinezza) per digerirli la sera (metafora della vecchiaia).

A tal punto li interiorizzò che la sua pronuncia di uomo e di scrittore risuonava di tutte le pronunce dei suoi compagni di vita apparsi tanti secoli prima. La loro voce non aveva mai smesso di accarezzare e risuonare nelle stanze della mente.

A Petrarca, padre degli Umanisti, accreditiamo scoperte sensazionali: nel 1333 a Liegi ritrovò l’orazione ciceroniana in difesa del poeta Archia. Essa era dedicata alla celebrazione del valore formativo degli studi letterari. Qualche anno dopo ( 1345 ) a Verona, riscoprì parte dell’epistolario di Cicerone, dando così iniziò alla primavera culturale dell’Europa letteraria, scandita da anni di tumultuosi ritrovamenti, tra i quali hanno un posto eminente quelli compiuti da  Poggio Bracciolini.

Un umanista in giro per il mondo 

Poggio Bracciolini (1380 – 1459) fu tra i primi e più importanti umanisti della letteratura. Nelle  lettere racconta l’emozione delle sue scoperte librarie.

Una volta – mentre era con il Pontefice al concilio di Costanza – si allontanò per dirigersi verso l’Abbazia di San Gallo. Qui dove fece una scoperta importante: un codice contenente la versione integrale dell’ Instituio oratoria di Quintiliano.

Quintiliano (I sec. d.c.) è l’autore che insegna come l’arte di parlare bene aiuti ad articolare al meglio la ricchezza della nostra umanità. La lettera è memorabile per le metafore antropomorfe: i libri abbandonati in quel luogo squallido  (obscuro carcere) erano come degli uomini rinchiusi in ergastolo e imploranti l’altrui soccorso. Poggio Bracciolini è il magnanimo salvatore che li libera e grazie al quale luce del sole torna a splendere su di loro. 

Ecco – in traduzione – la righe che descrivono  la trepidazione della scoperta:

«Un caso fortunato per lui, e soprattutto per noi, volle che, mentre ero ozioso a Costanza, mi venisse il desiderio di andar a visitare il luogo dove egli era tenuto recluso. V’è infatti, vicino a quella città, il monastero di S. Gallo, a circa venti miglia. Perciò mi recai là per distrarmi, ed insieme per vedere i libri di cui si diceva vi fosse un gran numero. Ivi, in mezzo a una gran massa di codici che sarebbe lungo enumerare, ho trovato Quintiliano ancora salvo ed incolume, ancorché tutto pieno di muffa e di polvere.

Quei libri infatti non stavano nella biblioteca, come richiedeva la loro dignità, ma quasi in un tristissimo ed oscuro carcere, nel fondo di una torre, in cui non si caccerebbero neppure dei condannati a morte. Ed io son certo che chi per amore dei padri andasse esplorando con cura gli ergastoli in cui questi grandi son chiusi, troverebbe che una sorte uguale è capitata a molti dei quali ormai si dispera.»

L’uomo è un essere meraviglioso

Ma  il ritrovamento più sensazionale di Poggio – databile al 1417 – fu quello del del De Rerum Natura di Lucrezio (il grande poema latino del I sec. a. c. nel quale l’autore aveva messo in versi la filosofia di Epicuro).

Questa scoperta ebbe delle conseguenze enormi nei secoli successivi, arrivando addirittura a ripercuotersi sugli scienziati che – tra Cinque e Seicento – smantellarono il sistema tolemaico e  promossero la rivoluzione scientifica. L’insegnamento di Lucrezio consiste nell’invito ad osservare la realtà con occhi nuovi, capaci di dissolvere tutte quelle superstizioni e – diremmo oggi –  fake news, che mantengono l’uomo schiavo delle proprie paure, timoroso e incapace di concepire vasti progetti esistenziali.

In conclusione: gli umanisti hanno ereditato dai grandi autori del passato ( riscoperti, ripuliti, riletti e divulgati ) la notizia che l’uomo è un essere meraviglioso. Esso è capace di orientare la rotta della propria navigazione terrestre in qualunque direzione voglia.

L’uomo tra cielo e terra 

Dante Alighieri nella Monarchia aveva scritto che l’uomo è come l’orizzonte: sospeso tra terra e cielo.

Nell’orazione sulla dignità dell’uomo di Pico della Mirandola (manifesto dall’antropofania umanistica) l’uomo è festeggiato in quanto capace – in virtù del libero arbitrio – di innalzarsi fino al cielo o –  al contrario –  degenerare al livello delle bestie. Tra le righe del testo si annida una bomba culturale. Una così ampia libertà di manovra è preclusa allo stesso Creatore, sublimemente autocostretto a incarnare la perfezione di sé stesso. 

Una eco profonda di questo messaggio nato nella civiltà italiana del Quattrocento nutrirà uno dei più grandi miti della contemporaneità. Ossia quello americano del self made man. Si tratta dell’uomo la cui unica risorsa è il proprio intrepido spirito di iniziativa. Grazie ad esso riesce a emanciparsi dalle difficoltà di partenza e a raggiungere qualunque obiettivo professionale e esistenziale egli si prefigga.  

La ricerca della felicità 

Chiudo con un aneddoto, sempre legato al mondo statunitense: Thomas Jefferson – terzo presidente degli Usa –  collezionò almeno cinque edizioni latine del De rerum natura ( il poema di Lucrezio riscoperto da Poggio ), oltre a traduzioni in inglese, italiano e francese.

Lucrezio gli infuse la certezza che l’ignoranza e la paura non erano componenti necessarie dell’esistenza umana e che sopratutto l’obiettivo della vita fosse  la ricerca della felicità, contro ogni oscurantismo. Come sostiene Stephene Greenblat, autore di un bellissimo libro sull’argomento. “Il presidente Jefferson aveva dato un tocco decisamente lucreziano a un importantissimo documento politico durante la fondazione di una nuova repubblica”.

La dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti sottolineava la necessità di un governo che non garantisse solo la vita e la libertà dei cittadini. Esso doveva promuovere anche “la ricerca della felicità”. Non era la ricerca della felicità l’ obiettivo della filosofia epicurea veicolata dai versi lucreziani, riscoperti e divulgati nel XV secolo? E che erano tanto amati da Jefferson?

Pensare che incominciò tutto con il viaggio solitario di un umanista, il quale – sostenuto soltanto dalla propria tenacia –  ritrovò in un oscuro monastero un manoscritto perduto. 

Mi sembra un esempio straordinario di come la divulgazione letteraria possa, indirettamente, aprire la strada verso un mondo più bello e più giusto.

Viene voglia anche a noi di tornare a sillabare LITTERIS SERVABITUR ORBIS ( il mondo sarà salvato dalle Lettere ) come ripetevano alcuni dei nostri migliori antenati…

Dario Pisano

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