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Perché Dante scrisse la Divina Commedia in volgare

La scelta di Dante di scrivere il poema in volgare può sembrare innocua e poco significativa, ma fu in realtà una iniziativa coraggiosa

La scelta di Dante di scrivere il poema in volgare può sembrare innocua e poco significativa, ma fu in realtà una iniziativa coraggiosa, che gli attirò diverse critiche da parte soprattutto dei classicisti emunctae naris e degli intellettuali più conservatori.

All’epoca era il latino la lingua della cultura, scritta e parlata dai doctores illustres (rimarrà tale almeno fino all’avvento dell’età illuministica nel XVIII secolo che porterà alla ribalta il francese) e lo stesso Dante Alighieri scrisse diverse opere in latino (come il De Vulgari Eloquentia e la Monarchia), proprio per raggiungere i massimi livelli di utenza. Il volgare era considerata una lingua di rango inferiore, che non aveva nessun prestigio culturale.

I lettori della prima ora – appena la Divina Commedia incominciò a circolare – si domandarono come mai un’opera così ricca di scienza, di tale densità intellettuale e dottrinaria, fosse stata scritta in volgare e non in latino. Un importante letterato dell’epoca, Giovanni del Virgilio (professore di filologia virgiliana all’Università di Bologna), mosse un rispettoso rimprovero all’autore, esortandolo a mutar pelle e a riconvertirsi alla lingua di Cicerone e Virgilio.

Il primo grande avvocato difensore di Dante, che colse perfettamente quello che era il suo progetto culturale, fu Giovanni Boccaccio il quale, nella sua biografia dantesca ( Il Trattatello in laude di Dante ) risponde in questo modo alle obiezioni sollevate dalle prime leve dell’Umanesimo:

«Muovono molti, e intra essi alcuni savi uomini, generalmente una quistione così fatta: che con ciò fosse cosa che Dante fosse in iscienza solenissimo uomo, perché a comporre cosi grande, di sì alta materia e sì notabile libro, come è questa sua Comedia, nel fiorentino idioma si disponesse; perché non più tosto in versi latini, come gli altri precedenti poeti hanno fatto. A così fatta domanda rispondere, tra molte ragioni, due a l’altre principali ne occorrono. Delle quali la prima è per fare utilità più comune a’ suoi cittadini e agli altri italiani. Conoscendo che, se metricamente in latino, come gli altri poeti passati, avesse scritto, solamente a’ letterati avrebbe fatto utile, scrivendo in volgare fece opera mai più non fatta, e non tolse il non potere essere inteso da’ letterati, e mostrando la bellezza del nostro idioma e la sua eccellente arte in quello, e diletto e intendimento di sé diede agli idioti, abandonati per adietro da ciascheduno. »

Boccaccio pone dunque l’accento sul desiderio dantesco di allargare il pubblico dei suoi potenziali lettori, operazione resa possibile dalla scelta del volgare.

La democratizzazione della cultura e la divulgazione del sapere sono temi cari a Dante. Pensiamo al Convivio, opera incompleta che – nelle intenzioni dell’autore – consisteva in una vera e propria enciclopedia dello scibile medioevale in 15 libri, resa accessibile a tutti proprio grazie alla veste linguistica in volgare.

Come scrive nel I libro, sempre a proposito del volgare: «Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade per lo usato sole che a loro non luce».

Delle tante profezie dantesche disseminate nella sua opera, questa è l’unica che si è avverata, nel senso che continuiamo a parlare e a scrivere nella lingua che egli ci ha donato sette secoli fa.

Dario Pisano

 

 

 

 

 

 

 

 

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