Sei qui: Home » Libri » Margaret Atwood, “La scrittura è una voce che viaggia nel tempo”
la scrittrice canadese

Margaret Atwood, “La scrittura è una voce che viaggia nel tempo”

Ospite del ciclo di eventi "Media Explosion. Intorno all’umano", organizzato da NABA in collaborazione con Triennale Milano, l’autrice canadese ha discusso di femminismo, cambiamento climatico e del carattere eterno della scrittura

Nell’ambito del ciclo di incontri Media Explosion. Intorno all’umano, iniziativa di Triennale Milano e NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, il terzo appuntamento della rassegna ha visto il coinvolgimento di Margaret Atwood, autrice canadese nota al grande pubblico per il romanzo Il racconto dell’ancella (Ponte alle Grazie), da cui HBO ha tratto una serie TV già diventata un cult.

Oltre a scrittrice, poetessa e critica letteraria, la Atwood è un’attivista e femminista impegnata su più fronti e su temi che ritornano anche nei suoi romanzi. A questo proposito, Amos Bianchi, che l’ha intervistata insieme a Leonardo Caffo, ha ricordato un saggio che, parlando della sua opera, affermava che la Atwood “insegna attraverso esempi negativi”, mettendo quindi il lettore di fronte a realtà distopiche a cui i problemi politici, sociali e ambientali che ci riguardano potrebbero condurci.

Ogni donna è diversa

Durante l’interessante intervista, sono stati toccati temi cari all’autrice, dal femminismo al cambiamento climatico, dallo sviluppo tecnologico al rapporto tra l’uomo e la natura. A proposito del femminismo e della parità di genere, la Atwood ha affermato che si tratta di un argomento delicato, su cui non si può generalizzare. Questo perché “le donne sono poco più del 50% della popolazione umana, e ovviamente ogni donna è differente. Ci sono circa 75 diversi tipi di femminismo, di cui alcuni sono in lotta tra loro, ma questo non dovrebbe sorprenderci. Quello che le donne hanno in comune sono invece alcuni svantaggi strutturali, che possono dipendere dal luogo in cui vivono, dalle disponibilità economiche delle loro famiglie, dalle leggi del loro Paese. Ci sono diversi tipi di disuguaglianze in giro per il mondo e non possono essere affrontate allo stesso modo”.

Pandemie e vaccini

Margaret Atwood ha parlato anche della pandemia di Covid-19, ricordandoci che, a differenza di ciò che accade nel suo noto romanzo L’ultimo degli uomini (Ponte alle Grazie, 2003), “Noi siamo sicuri di quali siano le cause, sappiamo che il virus non viene da un laboratorio, e questa è una buona notizia. La cattiva notizia, però, è che sarebbe potuto esserlo, nel senso che l’uomo avrebbe le capacità e le conoscenze per creare qualcosa del genere. Nel romanzo, il protagonista crede di essere l’ultimo uomo rimasto in seguito a una pandemia talmente letale da non lasciare il tempo all’umanità di reagire e di trovare un vaccino. Noi siamo stati fortunati, perché abbiamo avuto tempo con il Covid, la scienza è stata rapida e ha trovato un vaccino in un tempo velocissimo, più velocemente di quanto sia mai stato fatto.”

La caducità del mezzo digitale

Un altro tema caro all’autrice è quello della effimerità del digitale, un mezzo tanto fondamentale quanto instabile e fragile. Nel suo ultimo romanzo I Testamenti (Ponte alle Grazie, 2019), le testimonianze del passato arrivano solo sotto forma di manoscritti o trascrizioni di nastri, perché tutto il resto è andato perduto all’interno di un buco nero digitale. La Atwood ha spiegato che esistono biblioteche che stanno archiviando copie dei documenti cartacee oltre che digitali, per non correre il rischio che vadano persi, o che tra molti anni non siano più consultabili.

Infatti, il continuo e rapido sviluppo tecnologico rende subito obsoleti gli strumenti che utilizziamo, e ci costringe a comprarne continuamente di nuovi. La Atwood spiega tutto questo con una domanda tanto semplice quanto illuminante: “Dove sono finite le foto delle vostre vacanze?” L’autrice afferma che, per abituarci all’effimerità del digitale, sarà necessario rivoluzionare il nostro modo di intendere il concetto di tempo.

Il romanzo è una macchina del tempo

Infine, la Atwood ha riflettuto sul concetto stesso di scrittura, affermando che “nessun autore sa chi leggerà i suoi romanzi, oggi, domani o tra cento anni. Una delle caratteristiche di questa forma d’arte è che c’è sempre una distanza temporale tra lo scrittore e il suo pubblico. Non può essere altrimenti. Il pubblico non è con l’autore mentre scrive, e l’autore non è con il lettore mentre legge. Scrivere è un modo per avere una voce che viaggia nel tempo. Per esempio, leggiamo il don Chisciotte, scritto più di 400 anni fa, e sentiamo una voce che sembra essere con noi in quel momento.

Il romanzo è quindi un’incredibile macchina del tempo, e non puoi sapere chi leggerà la tua opera, se la odierà, la amerà. Sai solo che ogni lettore lo percepirà in modo diverso, perché la lettura è attiva, è una comunicazione bidirezionale. Qualcosa del lettore si trasmette sempre al libro e viceversa, anche in base al contesto sociale e al tempo in cui vive. Questa comunicazione è ciò che permette a un’opera d’arte di rimanere viva, perché nel momento in cui non riesce più a parlare a nessuno, allora è destinata a morire”.

 

 

Cecilia Mastrogiovanni

 

© Riproduzione Riservata