L’inizio della scuola, il racconto (semiserio) della scrittrice Lavinia Petti

La giovane scrittrice ci racconta i suoi primi giorni di scuola grazie alla sua "Memoria da Elefante"
L'inizio della scuola, il racconto (semiserio) della scrittrice Lavinia Petti

Signorina Petti, quel che vorremmo è un breve testo sul suo primo giorno di scuola. Siamo certi che potrà raccontarlo in maniera vivida e originale.

Ecco un esempio di e-mail che può arrivarti quando la passione di scrivere diventa un mestiere. Mi dicono tutti che sembro più giovane della mia età e per questo, immagino, avranno pensato che io il Primo Giorno di Scuola me lo ricordi bene. Niente affatto. Per fortuna ho una Memoria da Elefante! La comprai qualche anno fa, quando vivevo a Londra, da un rigattiere a Camden Town che aveva tre denti d’oro, un canarino cieco e una moglie grassa.

Bevine un goccio prima di andare a dormire, mi disse, con un accento dell’Est, e invece di un sogno verrà a trovarti un ricordo.

Sapevo che prima o poi mi sarebbe tornata utile. È in una fialetta, sullo scaffale blu, dove c’è la mia collezione di orologi rotti. Ne bevo un sorso. La Memoria da Elefante è amarostica, densa, ha il colore della ruggine e il retrogusto delle terre dell’India.

Vado a dormire, certa che il ricordo del Primo Giorno di Scuola mi farà visita. E così è.

Ho i capelli legati con una molletta, la divisa della scuola (gonna blu, camicia bianca) e mia madre mi accompagna nell’androne. Le chiedo di leggermi un’ultima favola di La Fontaine, prima di lasciarmi andare. Ho paura, ma con me c’è il mio migliore amico. Mano nella mano, aspettiamo che facciano il nostro nome, e non ci separiamo neanche quando dovremmo: abbiamo paura, è tutto enorme, come il palazzo dei giganti nella fiaba di Jack e la pianta di fagioli, ci sono miliardi di bambini (sì, proprio miliardi!) e milioni di donnine vestite di nero che scattano da una parte all’altra, come formiche. Mamma dice che sono suore. Mi inquietano un po’, non so a cosa servano, nelle storie non si parla mai di loro.

A quanto pare, il compito delle suore è portare i bambini nelle loro classi, dalle maestre. È quello che fanno con noi. Sulla porta della mia aula c’è una grande lettera, la B.

“Quella B indica la sezione”mi bisbiglia il mio migliore amico. Lui sa un mucchio di cose, e quando non le sa le inventa.

La nostra maestra si chiama Angelica. Ha dei capelli lunghi, neri, mossi, e penso che quando sarò grande li vorrei proprio così. La sua voce mi ricorda il miele nel latte caldo. Fa una cosa detta appello, e quando arriva al tuo nome devi urlare: “Presente!” Un bambino forse si dimentica chi è, perché ci mette un po’ a rispondere. È Giuseppe, ma a casa lo chiamano Pino. Dopo ci fa dire la preghiera, e ci spiega che prima delle lezioni faremo sempre questo: appello e preghiera. A me sembra una perdita di tempo, ma è una perdita di tempo anche provare a capire le cose dei grandi.

Finalmente la maestra Angelica dai lunghi capelli ci spiega quel che studieremo. Sono emozionatissima, non vedo l’ora di imparare.

“Storia” dice, e si accosta a un armadietto di metallo. Lo apre e lo chiude, mostrandoci che è vuoto. “Ogni classe ha la sua macchina del tempo: questa è la vostra, quindi trattatela bene. La useremo per scoprire insieme come costruivano le piramidi gli egizi, le tecniche di combattimento degli spartani, quanto dormiva Napoleone e che fine ha fatto la zarina Anastasia di Russia.”

Io e il mio amico ci guardiamo: abbiamo lo stesso sorriso.

La maestra ci indica una bellissima cartina tridimensionale appesa alla parete: sembra una finestra aperta sul mondo.

“Geografia. Viaggeremo dall’Europa all’Asia, dall’Africa all’Oceania, dall’America del Nord a quella del Sud. Scopriremo la differenza tra estuari e foci a delta, e che nessuno, a fine anno, si azzardi a dire che l’Aconcagua è più alto dell’Everest, dopo che li avremo scalati! Naturalmente, avremo bisogno dei permessi dei vostri genitori per ogni trasferta, e di accompagnatori eccezionali per i viaggi più pericolosi, come in Amazzonia o in Groenlandia.”

Presa dall’entusiasmo, salto sulla sedia. La maestra Angelica spiega che studieremo italiano nel Teatro delle Fiabe, dove ogni giorno vanno in scena le storie più belle, e faremo scienze esplorando il Giardino Incantato, e matematica giocando alla Grande Caccia al Tesoro dei Numeri Volanti.

Il Primo Giorno di Scuola è il giorno più bello della mia vita, in assoluto!

Lo so per certo mentre sogno, ma non ne sono tanto sicura al risveglio.

No, non mi pare che le cose siano andate davvero così. Le suore c’erano (quel giorno e tutti gli altri, per cinque anni), la maestra si chiamava Angelica e aveva dei capelli che ancora oggi le invidio, Giuseppe davvero non rispose all’appello e il mio migliore amico non lasciò le mie dita neanche per un istante.

Ma il resto da dove viene? La macchina del tempo, la cartina-finestra, la caccia al tesoro… qui c’è lo zampino dei sogni, altro che ricordi! Quel rigattiere deve avermi fregata.

Poi però ricordo un particolare: vengo da un famiglia che non butta mai niente. In cucina, ad esempio, c’è una boccetta di cardamomo andato a male nel ’93. E così controllo meglio la fiala: la Memoria da Elefante è scaduta tre anni fa.

È il caso di riporla sulla mensola e di conservarla, com’è da tradizione. Possono tornare utili in ogni momento, ricordi distorti e memorie inventate. Soprattutto a chi, di tanto in tanto, deve raccontare una storia.

 

Lavinia Petti

22 settembre 2015

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